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Politica

Angelo Pellicanò e i primi passi da candidato sindaco di Catania: «Ecco perché lo faccio»

 L’ex manager sanitario lanciato  da alcuni movimenti civici: «Disponibile ad aprire il dialogo con chi condivide la rabbia per l’immobilismo sulla sofferenza»

Di Mario Barresi

Dottore Pellicanò, senza girarci attorno. Ce lo dica con sincerità: perché lo fa?

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«Perché faccio cosa?»

Perché si candida a sindaco di Catania?

«Ma io non mi candido».

Ah, ci ha già ripensato...

«Non mi candido nel senso che non sono io a propormi».

Sì, in effetti è vero. È stato il movimento civico “Fabbrica” a lanciarla. Lei è il candidato di Antonio Fiumefreddo...

«Allora: la proposta mi è arrivata da Fabbrica a nome di tanti gruppi e movimenti civici cittadini. E, dopo che l’idea è stata ufficializzata, mi sono arrivati tanti segnali di interesse e di sostegno. Mi ha chiamato Lanfranco Zappalà, che vuole vedermi. Ho sentito l’avvocato Maravigna, che è stato molto positivo. E ho avuto contatti con tanti altri interlocutori molto entusiasti. Io li ringrazio tutti, ne sono davvero lusingato...».

Dunque accetta e si candida.

«Dunque non mi giro dall’altra parte. Con spirito di servizio ritengo di poter dare il mio contributo. Di certo, per ora, c’è la disponibilità a legare un’opinione libera a un preciso modello di città. Da condividere e da costruire assieme a tanti altri. Perché in fondo condividiamo tutti la stessa rabbia».

Quale rabbia?

«Quella di vedere una città, la nostra città, impantanata. Ferma. La mia disponibilità a mettermi in gioco è la testimonianza di un malessere che si respira a Catania. Di un immobilismo rispetto a una sofferenza che è chiara».

E quindi si candida a sindaco...

«E quindi sono disponibile a creare un momento di confronto con forze, movimenti e cittadini che si riconoscono in questa sofferenza, in questa voglia e in questa necessità di buttare un bel sasso nello stagno. Poi il nome del candidato si vedrà, non è detto che debba essere io. Ma bisogna ricominciare a discutere. E non con quattro amici al Bar Trento o al Caffè Europa. A discutere di tutto. Anche perché negli ultimi tempi sembra che non ci sia un dibattito su nulla: la spazzatura, i trasporti, la movida, la sicurezza, gli investimenti con il Pnnr. Capisco che c’è una situazione particolare, con il sindaco Pogliese sospeso, ma ciò non giustifica che l’unico intervento amministrativo significativo degli ultimi tempi sia stato quello sul futuro del Catania Calcio. Io sono un tifoso, un amante del pallone e un uomo di sport. Ma non è pensabile che l’unico dibattito che infiammi la città sia quello su chi sarà il direttore sportivo della società rossazzurra. Parliamone pure, ma le priorità della città sono ben altre».

La riapertura di un dibattito civico sui problemi di Catania ci sta. Ma non è un po’ presto per lanciare candidature a sindaco?

«E perché? I due aspetti sono legati. Prima si parte con un confronto e prima si arriva a un percorso condiviso di forze sane e a candidature di livello. Vede, io penso alle recenti elezioni a Palermo. C’erano comunque nomi di prestigio: ha vinto Lagalla un ex rettore ed ex assessore regionale, ma in campo, fra gli altri, c’erano una prestigiosa figura della società civile come Miceli e un politico giovane e radicato come Ferrandelli, in una campagna elettorale di livello».

Vuole dire che Catania rischia di non avere candidati di livello?

«Voglio dire che dobbiamo uscire dalla palude. La nostra città non può permettersi di aspettare magari fino all’anno prossimo gli esiti giudiziari del sindaco sospeso e di altri aspiranti candidati. E lo dico forte di un rapporto di stima con Pogliese e di amicizia con Bianco, che ho pure sentito. Il rischio di questa attesa è di risvegliarci un giorno, alla vigilia delle elezioni, con i giochetti e le trame dei partiti che imporranno candidati all’ultimo momento. E non è detto che siano all’altezza».

Lei, da manager della sanità, ha comunque avuto buoni rapporti con molti politici: Firrarello, Scapagnini, Bianco, Lombardo, Crocetta, Razza. Non è proprio un verginello...

«Io non sono un poltronaro: nella mia vita professionale ho fatto di tutto, mi sono preso le mie soddisfazioni e non devo dimostrare niente a nessuno. Porto la capacità di amministrare, di dare soluzioni a problemi, di gestire risorse e uomini. E non rinnego anche i buoni rapporti con tutti quelli che hanno apprezzato il mio lavoro».

Un’ultima controindicazione: lei è un calabrese adottato da Catania.

«Non mi pare che, Pogliese a parte, gli ultimi sindaci siano stati catanesi purosangue... Scherzi a parte, le rispondo con un aneddoto. Arrivai a Catania nel 1970, da Reggio Calabria, a bordo della mia 500. Posteggiai vicino alla casa dello studente di via Oberdan e andai a farmi la barba in uno storico salone di via Etnea alta. Il barbiere, notando subito il mio accento, mi chiese se fossi di Messina. “No, sono calabrese. Sono qui per studiare Medicina, ma faccio un paio di anni e poi vorrei trasferirmi altrove”. E lui mi rispose: “Catania è come una bellissima putìa, chi ci entra non va più via”. E così è stato. È la mia città da circa mezzo secolo. Ho un debito di riconoscenza nei suoi confronti».

Twitter: @MarioBarresi



 

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