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Balneari, raggiunto l'accordo sugli indennizzi per le aziende che non otterranno il rinnovo della concessione

Di Redazione

Trovata l’intesa di maggioranza sulle concessioni balneari. Come spiegato da vari partecipanti alla riunione con il governo, il testo finale rimanda ai decreti attuativi la definizione degli indennizzi per le aziende che non otterranno il rinnovo dopo anni di attività, quando dal 2023 scatteranno le gare. Nel testo non ci saranno riferimenti all’avviamento dell’attività, al valore dei beni, a perizie e scritture contabili. Ora l’emendamento passerà alla commissione Bilancio del Senato per il parere e in mattinata lo approverà la commissione Industria che completerà l’esame del ddl concorrenza. 

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L'intesa dovrebbe permettere di avviare senza troppi scossono il rinnovo dell’affidamento delle concessioni balneari, tutelandone in modo adeguato l’affidamento maturato, il valore dell’azienda, la professionalità acquisita e gli investimenti fatti, con la previsione anche di un indennizzo da parte dei concessionari eventualmente subentranti. Si prevedono poi garanzie fondamentali per le piccole e medie imprese del settore, in gran parte a conduzione familiare, per la forza lavoro così come per la protezione dell’ambiente, della salvaguardia del patrimonio culturale.

Anche sui motivi per cui i Comuni possono avere una deroga al massimo di un anno per le gare, fino al 31 dicembre 2024, sembra sia stato trovato un equilibrio. 

Le associazioni di categoria in queste ore hanno contestato la soluzione percorsa dal governo, indirizzata dalla direttiva europea Bolkestein e dalla conseguente sentenza con cui a novembre il Consiglio di Stato ha stabilito che le concessioni in essere sono efficaci fino alla fine dell’anno prossimo e non, come prorogato dal Conte I, fino al 2033. 

Contro quella sentenza è fallito anche il blitz di FdI: la Corte costituzionale ha dichiarato «inammissibile» l'impugnazione da parte di sette parlamentari, secondo cui il Consiglio di Stato avrebbe bypassato il Parlamento. Per la Consulta c'è un «difetto di legittimazione dei ricorrenti a far valere prerogative non loro, ma della Camera di appartenenza». 

 

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