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Bastone e carota, l'all-in di Musumeci

La Russa ai suoi: «Mercoledì a Roma si chiude su Nello». Ma fonti leghiste: «Salvini non lo vuole, il Cav con lui». Il governatore sull'election day: "La scelta sarà da me adottata, in assoluta autonomia, solo dopo avere ascoltato i vertici dei partiti della coalizione" 

Di Mario Barresi

Carota e bastone. Carezze e minacce. Diplomazia mirata e superbia atavica. Ottimismo e paura.
Difesa e contropiede.
Nello Musumeci si gioca tutto. E, alla vigilia della settimana decisiva per il suo destino (e non solo), punta tutte le sue fiches al tavolo della roulette impazzita del centrodestra.
Con una consapevolezza ben precisa. Nonostante il documento in cui per quasi tutti i segretari dei partiti siciliani (Forza Italia, Lega, Mpa, Udc e Noi per l’Italia) «appare evidente» che «occorre andare oltre» la sua ricandidatura, il governatore sa che la congiuntura politico-astrale del voto nazionale anticipato per lui è una manna dal cielo romano. Con in più un jolly di cui poter disporre a piacimento: la scelta, da governatore in carica, sulla data delle Regionali. Da accorpare alle Politiche in un unico election day il 25 settembre, dimettendosi da Palazzo d’Orléans entro la prima decade di agosto. Oppure no, trascinando le urne siciliane fino a scadenza naturale: in una delle sei domeniche comprese fra il 9 ottobre e il 13 novembre.
E così Musumeci brandisce il calendario (con dentro le ansie e i giochi a incastro di tutti gli aspiranti candidati a Palermo, ma anche a Roma) come un’arma.

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Sì, no, boh. Le voci corrono. E il presidente si sente in dovere di chiarire in una nota che «la scelta dell’eventuale accorpamento sarà da me adottata, in assoluta autonomia, solo dopo avere ascoltato i vertici di tutti i partiti della coalizione del mio governo. Cosa che conto di fare già nelle prossime ore».


Si scatena l’esegesi del comunicato stampa. Vuole dimettersi o no? Di quali vertici parla; nazionali o regionali? E poi non è un anacoluto politico ostentare un dialogo con gli alleati per una decisione che comunque prenderà «in assoluta autonomia». In effetti, riflette uno degli assessori più fedeli, «quelle tre parole poteva anche risparmiarsele, ma è più forte di lui». Poteva fare a meno di dire ai già recalcitranti leader regionali: vi do la confidenza di consultarvi, magari perché qualcuno me l’ha consigliato, ma tanto poi faccio come dico io.


Poteva risparmiarselo - o magari è proprio per questo che l’ha detto - perché nelle ultime ore le quotazioni del bis Musumeci risalgono. Nonostante il “certificato di rottamazione” firmato dai No-Nello; addirittura edulcorato rispetto a una prima versione, rimasta comunque nel cassetto, che avrebbe contenuto anche il nome dell’alternativa proposta ai leader nazionali: Raffaele Stancanelli. L’iniezione di fiducia arriva dal viceré meloniano di Sicilia. «Questa barzeletta sta per finire: mercoledì a Roma si chiude su Nello», è l’ultimo bollettino di Ignazio La Russa ai suoi. Fra le righe un appuntamento che ormai è ineludibile: Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi dovranno affrontare la questione siciliana. E dovrebbero farlo entrà la metà della prossima settimana. Con quali posizioni di partenza? La leader di FdI andrà a spada tratta su Musumeci, pur senza l’ansia da prestazione che ci sarebbe stata se le Regionali fossero state l’ultimo test prima delle Politiche a scadenza naturale. Sul Capitano e sul Cav si rincorrono tesi diversificate. «Matteo ha detto chiaramente che di Musumeci non se ne parla», riferiscono interessate fonti leghiste, mentre da altri versanti si sottolinea «l’inutilità della mossa di dire no al candidato che vuole la Meloni per proporgliene un altro dei suoi che lei non vuole». E il Cav? «Allineato» al suo delfino leghista, per qualcuno; mentre c’è chi sussurra di un recente input di Licia Ronzulli, sacerdotessa di Arcore, a Gianfranco Miccichè: «Freniamo sulla Regione, per ora la priorità sono i collegi».

In ogni caso, a Roma, il rebus siciliano è ormai visto più come una rogna che come una contesa. E questo Musumeci lo sa. Per questo da un lato affida tutto a Meloni e dall’altro torna a parlare con gli alleati siciliani. Incarica un ambasciatore di fiducia di chiamare Raffaele Lombardo, interloquisce con Nino Minardo, manda segnali rassicuranti ai centristi. E nel frattempo mostra i muscoli. «Magari si vota il 6 novembre», si lascia scappare in un colloquio a Gela con alcuni fedelissimi. Quasi a voler dire che, se non fosse lui il candidato, potrebbe pure concedersi il capriccio di non fare l’election day, gradito da tutti a partire da Meloni. «È solo un modo per alzare il prezzo sui seggi per lui e per i suoi», il giudizio sprezzante di un No-Nello. Il quale rivela pure di un’altra velata minaccia che qualcuno del Pizzo Magico avrebbe fatto trapelare in uno degli incontri di sabato: «E se mettessimo dei nostri candidati negli uninominali per far perdere il centrodestra?». Fantasie di mezz’estate, forse. Ma la temperatura sale. E non è più tempo di sì-no-boh.
Twitter: @MarioBarresi 

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