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Politica

Catania 2023: è già toto-sindaco, fra equilibrismi giallorossi e finti tabù di centrodestra

Di Mario Barresi

Il primo candidato ufficiale c’è già. Con tanto di nome di battaglia coniato dalla liscìa dei  palazzi della politica catanese: il Ferrandelli do Liotru. Lanfranco Zappalà, consigliere comunale di lungo corso, ha deciso di «metterci la faccia» con larghissimo anticipo. A poco meno di un anno dalla naturale scadenza elettorale, la  corsa parte con un progetto politico,  “Catania 2023 - Un sogno da costruire insieme”, che il vicepresidente del consiglio comunale lancia come «campagna d’ascolto dei cittadini» per  «coinvolgere tutti, nessuno escluso».

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Su Zappalà circola una battuta stupenda: «Vuole diventare sindaco di Catania  per usucapione», ironizza chi fa notare che l’aspirante candidato è a Palazzo degli Elefanti ininterrottamente dal 1993. Ma sulla tempestività e sull’efficacia della mossa non c’è nulla da scherzare. Il decano dei consiglieri brucia tutti sul tempo, rompendo un ipocrita silenzio. Perché sotto il Vulcano i crateri in ebollizione ci sono, eccome. Nel centrosinistra in modo più aperto, con richiesta-tormentone di «dimissioni per non tenere la città in ostaggio» indirizzata a Salvo Pogliese, sospeso per effetto della legge Severino dopo la condanna per peculato. Ma anche nel centrodestra, pur formalmente col dovuto rispetto per la situazione del sindaco eletto nel 2018, i giochi sono già partiti. Per questo  non è insensata la proposta trasversale di Zappalà. Il quale, ex di Forza Italia e Pd, ora al gruppo misto, negli ultimi tempi ha aperto un canale con Azione. Il partito di Calenda potrebbe essere la sponda politica di un progetto civico con un certo appeal su pezzi di entrambi gli schieramenti.

A partire dal cosiddetto fronte progressista. Dove Pd e M5S sono in vigile attesa. Dell’esito delle elezioni regionali, a partire dalle primarie. Ma alcuni discorsi su Catania sono già stati intavolati. Il primo è un postulato delle scelte appena compiute a Palermo e Messina, dove i candidati (entrambi sconfitti) sono stati di fatto espressi dal Pd. E ora il partito, per stessa ammissione del segretario regionale Anthony Barbagallo agli alleati, «non potrebbe accampare pretese anche su Catania». E lascerebbe spazio alle «proposte degli altri». A partire dai grillini, che puntano sulla deputata regionale Gianina Ciancio (al secondo mandato all’Ars, ma candidabile a Catania senza bisogno di deroghe), molto apprezzata anche da Claudio Fava, così come l’ex consigliere comunale Niccolò Notarbartolo, competente “Signor No” in era bianchiana, che gode della stima di sinistra e dem tanto da essere comunque  il profilo migliore per fare da “regista” del tavolo progressista. Al quale la sinistra stavolta potrebbe decidere di sedersi, se ci fosse un progetto “potabile”, visto anche l’avvicinamento di Pierpaolo Montalto (segretario etneo di Sinistra italiana) e Matteo Iannitti a Fava per le primarie. Al netto di una candidatura identitaria di bandiera, magari con Damiano Cucè di Potere al Popolo che infiammala gauche radicale catanese. 

E allora il Pd? La linea di Barbagallo è non rompere gli equilibri del centrosinistra. A meno che, fanno notare ambienti dem, anche a Catania non si scegliesse il metodo delle primarie. In questo caso (ma non solo)  la lista dei papabili sarebbe lunga. E in cima c’è sempre e comunque Enzo Bianco. Del quale sono stati tracciati recenti contatti al Nazareno e dintorni.  Sull’ipotesi di un gran ritorno del sindaco della “Primavera catanese” (ma anche della sonora sconfitta nel 2018, da uscente, contro Pogliese) fonti del Pd rivelano una certa imbarazzata freddezza di Barbagallo. Il segretario regionale  smentisce di voler essere della partita, nonostante ai suoi fino a qualche tempo fa confessasse, da «unico deputato etneo a Roma e Palermo»,  che il sindaco «ho già dimostrato di saperlo fare a Pedara». E nei colloqui con Bianco rimane sul vago. Ma l’ex ministro dell’Interno continua a ricevere input dalla parte di città che lo rimpiange. E nel frattempo tesse una doppia tela: nazionale, con i big di partito e coalizione; ma anche locale, a partire proprio dallo stesso Zappalà, con cui c’è stata una «cordiale telefonata» nel giorno dell’uscita ufficiale. 

Le alternative? Due le ha suggerite Raffaele Lombardo nell’ultima intervista, concessa a La Sicilia: Giuseppe Berretta ed Emiliano Abramo. Un doppio abbraccio mortale? No, almeno per chi nell’area progressista stima l’ex sottosegretario alla Giustizia e ritiene che «è arrivato il suo momento: se non ora quando?», né per chi pensa che il leader di Sant’Egidio, pur deludente (3,58% con appena 4.727 voti) nella corsa solitaria del 2018, possa diventare il punto di riferimento di «uno schema trasversale fondato sul civismo».

Nel centrodestra c’è molto imbarazzo a esporsi sul tema. Ma nessun pudore a muoversi sottotraccia, perché «un anno sembra tanto, ma il tempo - confessa un big della coalizione - passa molto in fretta e bisogna farsi trovare pronti». Pronti a cosa? A un dopo-Pogliese da bisbigliare senza farsi ascoltare? E se il sindaco sospeso fosse assolto in tempo utile per ricandidarsi?

Le variabili sono talmente delicate che la candidata in teoria più forte,  Valeria Sudano, ha chiarito il concetto più volte con il diretto interessato: «Salvo, io ci proverei soltanto se non ci fossi tu». I tempi e i verdetti della giustizia sono imperscrutabili, ma Luca Sammartino, partner non solo politico della senatrice leghista, sta comunque preparando il terreno. A livello regionale, con la minuziosa composizione del mosaico (dopo il centrista Lagalla a Palermo, ora magari un meloniano, purché non sia Musumeci, alla Regione) in modo da liberare il tassello di Catania per Sudano. Un’idea che piace molto anche a Salvini, ingolosito dalla prospettiva di una donna sindaca come fiore all’occhiello della svolta moderata di Prima l’Italia. Ma c’è anche da sminare il campo a livello locale.

Ed è per questo che, rompendo il ghiaccio dopo mesi di rapporti burrascosi, lo stesso Sammartino è andato a rendere visita a Lombardo. Il colloquio non è avvenuto nello studio della casa di via Pacini. Poco più di un mese fa i due sono stati avvistati nelle vicinanze, sulla scalinata della chiesa della Madonna del Carmine, in piazza Carlo Alberto. Non certo un posto dove incontrarsi per passare inosservati. «Caro Raffaele, se vuoi candidarti ne possiamo parlare. Ma devi esserci tu in prima persona e non qualcun altro. Altrimenti noi andiamo avanti su Valeria». Questo è il senso del discorsetto dell’ex golden boy renziano al leader degli Autonomisti, basato anche sul rapporto federativo con la Lega.

E Lombardo, così come già fatto col nostro giornale («Non ho né la voglia né il piacere di fare il sindaco di Catania. E poi non ho più l’età»), avrebbe smentito ambizioni su Palazzo degli Elefanti, Anche se ai suoi piacerebbe molto l’idea, per una sorta di “compensazione morale” per i dieci anni di vita politica rubati dal processo, ma soprattutto per dare un’iniezione di energia all’Mpa.  Se non fosse così, all’ex governatore, più che gli storici fedelissimi Antonio Scavone e Gaetano Tafuri, «da ex maschilista pentito» piacerebbe schierare una donna sulla cui identità si riserva di «non violare il segreto istruttorio». Il che, essendo per diverse ragioni improbabile che si tratti di una magistrata, fa pensare che abbia in testa la sua avvocata, Maria Licata, «impareggiabile per tenacia, intelligenza e serietà»  nell’assoluzione al processo per mafia. Ma lei, molto quotata in ambito professionale e per l’impegno sociale col Fai, sarebbe tutt’altro che lusingata. 

Per il resto i movimenti dei potenziali interessati sono impercettibili. Uno che potrebbe farci un pensierino, in un centrodestra a trazione moderata, è Giuseppe Castiglione. Che a Catania fu quasi-candidato sindaco, nel 2008, fino alla notte in cui il centrodestra decise di invertire le caselle di Provincia e Comune. Per Castiglione - che nella sua carriera ha fatto di tutto a Palermo, Roma e Bruxelles - sarebbe  la sfida finale, sulla scia dell’imminente  corsa all’Ars con Forza Italia. 

L’argomento è un vero e proprio tabù in Fratelli d’Italia. Per rispetto di Pogliese. Che, seppur a malincuore, avrebbe l’imbarazzo della scelta sull’eventuale erede: dall’ex assessora Barbara Mirabella, già schierata per l’Ars, agli attuali Sergio Parisi e Pippo Arcidiacono, con quest’ultimo che non fa mistero di sentirsi «all’altezza». Escluso, in casa meloniana, un ritorno di fiamma  di Raffaele Stancanelli, a cui è molto legato Roberto Bonaccorsi.  E se l’attuale vicesindaco reggente ci avesse preso gusto e volesse provarci? Chi gli ha parlato lo esclude, ma mai dire mai. Lo stesso principio ipotizza una «svolta generazionale» con una giovane promessa della destra catanese: Giacomo Bellavia, amministratore di Amts,  uomo di Stancanelli benvoluto anche  da Pogliese. Fra i “cugini” di DiventeràBellissima si aspetta il verdetto sul bis di Nello Musumeci. Che, fra le compensazioni in caso di passo di lato per Palazzo d’Orléans, potrebbe chiedere Catania per il delfino Ruggero Razza. La prospettiva di candidatura, molto gettonata all’epoca delle primissime voci di dimissioni di Pogliese, ora si scontra però con l’effettiva volontà dell’assessore alla Salute, che agli amici rivela un futuro prossimo «non più in politica», ma anche con la guerra aperta di Sammartino. 

«Il candidato dev’essere comunque un politico», è l’ultimo mood del centrodestra. Come a voler inibire sul nascere la tentazione di guardare alla società civile, coi profili dei docenti Ida Nicotra  e Agatino Cariola  fra i più ammirati; magari a loro insaputa. Così come lo stesso, ma in modo magari più trasversale, potrebbe essere per Nico Torrisi, amministratore delegato di Sac, come ogni vigilia elettorale oggetto di corteggiamenti.

E se anche a Catania ci fosse un effetto-Scateno? Un nome competitivo potrebbe essere quello dell’ex grillino Dino Giarrusso. Radicato in città, con solidi rapporti familiari anche nei salotti che contano, ma soprattutto testa d’ariete del nuovo movimento Sud chiama Nord fondato assieme a De Luca. Con un buon riscontro  alle regionali d’autunno, per l’eurodeputato ex Iene ci sarebbe  un effetto-trascinamento per un 2023 da «candidato di rottura» sotto l’Etna. 
 Fra i potenziali outsider civici si vocifera che “Fabbrica”, l’associazione ispirata da Antonio Fiumefreddo, potrebbe lanciare in pista  l’ex manager della sanità Angelo Pellicanò, mentre un altro nome che comincia a girare è quello di Pietro Ivan Maravigna, portavoce del Comitato dei residenti quartiere corso Sicilia, ma con fresca matrice politica regalatagli dal Pli (è coordinatore regionale). Senza dimenticare le voci che arrivano dal numeroso fronte dei devoti a Sant'Agata. Nel quale ha molto peso Riccardo Tomasello, che ha pure un movimento - L'Ora del Popolo - pronto a misurarsi.

Ancora è presto, ma ne vedremo delle belle.

Twitter: @MarioBarresi  

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