Notizie locali
Pubblicità

Politica

La Sicilia come il Donbass per la Meloni che "non puo' permettersi di perdere nell'Isola"

I vertice di FdI riuniti a Trecastagni in un incontro sul turismo a cui Musumeci ha preso parte videocollegato. E sulla ricandidatura del governatore uscente ancora manca il suggello di tutti 

Di Mario Barresi

La Sicilia è diventata il Donbass di Giorgia Meloni. È la regione (anzi: la Regione) che Fratelli d’Italia deve conquistare se vuole vincere la guerra delle Politiche 2023. Ma è anche il terreno minato dove l’aspirante premier del centrodestra rischia di restare invischiata in una battaglia che si complica ogni giorno di più. Fino al punto che la leader comincerebbe a pensare che per lei forse la priorità è evitare di perdere; anche a costo di non provare a vincere. È più d’una sensazione. E proprio da qui - dal belvedere di Trecastagni che col cielo annebbiato dall’afa non ti dà la solita vista mozzafiato della costa calabrese con l’Etna sbuffante alle spalle - agli “Stati generali del turismo” di FdI si coglie l’anima di un partito al bivio. Non spaccato, ma col sentimento (lealista) scosso dalla ragione (realista).

Pubblicità

«La mia comunità politica», la definisce Nello Musumeci che appare in videoconferenza. E non di presenza, «perché il governo regionale - tiene a precisare - è ben rappresentato dall’assessore Manlio Messina, che sta facendo un ottimo lavoro, e io sono impegnato in un pomeriggio vorticoso di incontri sull’emergenza rifiuti». O magari, sussurra qualcuno, per una gaffe organizzativa: il governatore non era stato inserito in una prima versione del programma diffusa e poi ritirata. Anche nella brochure definitiva spicca però l’intervento conclusivo affidato a Raffaele Stancanelli, il «nome di sintesi» che piacerebbe a tanti alleati (e a sempre più meloniani) come alternativa al governatore uscente. Alberto Cardillo, coordinatore provinciale di FdI, cade dalle nuvole: «Non capisco la polemica. Ecr (il gruppo dei Conservatori e riformisti al Parlamento Ue, ndr) ha patrocinato un evento organizzato dal partito». Nessuna congiura ad excludendum, dunque. Ma a volte è il fato, dispettoso, a dare dei segnali: mentre la regia della kermesse accosta le inquadrature di Musumeci (da remoto) e di Stancanelli (sul palco), il cronista accaldato sta sfogliando distrattamente la cartella del convegno. In un foglio c’è un goliardico cruciverba estivo. Dal titolo illuminante, quasi profetico: “L’enigma dei patrioti”. 

Sostenere a testa bassa il bis di Musumeci  o considerare l’ipotesi che in corsa possa esserci anche «un altro di noi»? Sandro Pappalardo, ex assessore regionale al Turismo, non ha dubbi: «La nostra posizione resta ferma su Musumeci. È lui il nostro candidato, perché ha governato benissimo». Sullo stesso tema il suo successore Messina si sottrae: «Oggi non parlo di politica, ma soltanto di turismo». Gli altri dirigenti la prendono alla lontana. FdI «lavora per un centrodestra unito, come sempre ribadito dalla Meloni e da La Russa», dice Cardillo auspicando che «i nostri vertici nazionali, in armonia con quelli regionali, sapranno trovare una sintesi che tenga unita la coalizione». E ostenta apparente neutralità anche Gaetano Galvagno, il fratello di Sicilia più vicino al viceré meloniano  Ignazio La Russa: «Nel pieno rispetto dei vertici di Forza Italia e Lega, attendiamo con pazienza il tavolo del centrodestra - sillaba il deputato all’Ars - per presentarci compatti». Ma di quale tavolo si parla? «Contiamo molto sul peso decisivo di quello nazionale, che si dovrebbe riunire a breve», ammette Salvo Pogliese. Ma il coordinatore di FdI per la Sicilia orientale aggiunge che «non si può non rispettare la linea del tavolo regionale». Dove, al primo incontro, FdI ha marcato visita. «Non “per risolvere questioni interne”, ma perché bisogna prima verificare l’esito del confronto fra i tre leader nazionali».

Anche Stancanelli sguscia: «Non rispondo a domande sulle Regionali», premette all’arrivo. Poi il “panel” con Musumeci collegato. Nessun incrocio dialettico fra i due. Unica nota di colore: il lapsus freudiano del governatore, che parla di «campo largo» riferendosi alla rete veloce di trasmissione dati; l’eurodeputato, subito dopo, con un sorrisetto afferma che «pure noi, che siamo antichi e che non capiamo nulla di queste cose, sappiamo che la “banda larga” è fondamentale per il turismo». Stancanelli lascia in anticipo Trecastagni per presenziare a un altro evento nella sua Regalbuto (ma «io resto residente a Catania») e il sindaco di Antillo, Davide Paratore, lo bracca per sapere di liste all’Ars e scenari regionali: «Musumeci fa il passo di lato, ma La Russa dice che è ricandidato. Com’è questa storia?», gli chiede. E Stancanelli risponde serafico: «Lo trovo logico e normale. Nel momento in cui il nostro partito ha già un candidato ufficiale, mi sarei meravigliato che un dirigente navigato come Ignazio dicesse una cosa diversa». Il siparietto colto da La Sicilia sarebbe la soluzione definitiva all’“Enigma dei patrioti”. Se non fosse per quelle voci, insistenti, sulla nuova linea più cauta di Meloni. Sussurrata da Roma ai big siciliani di FdI, ma rimbalzata anche ad alcuni alleati di peso. Ora la leader «non può permettersi di perdere in Sicilia». E con ciò si esclude ogni ipotizzato scenario di corsa solitaria. «Giorgia non romperà mai qui, a pochi mesi dalle elezioni nazionali», è la tesi di partenza. I corollari: insisterà ancora sul bis di Musumeci, ma non fino a spaccare il centrodestra facendo il gioco della Lega; e se avesse percezione che il candidato di FdI - chiunque sia - fosse perdente, preferirebbe lasciare la Sicilia agli alleati magari con un credito da spendere su Lazio e Piemonte. 

E Stancanelli? «Ancora è “rigida” su di lui», confessa un meloniano doc. Anche se l’eurodeputato, reduce dalla tre giorni romana di Ecr in cui s’è a lungo confrontato con La Russa, avrebbe fatto arrivare un messaggio chiaro alla leader: «Nessuna trama con gli alleati, io sono e resto un uomo di partito». Ma è un altro, secondo i vertici di FdI più informati, il vero punto di caduta: «Certo, se Raffaele portasse in dote un accordo con Cateno De Luca sarebbe la soluzione vincente non solo per il nostro partito, ma per tutta la coalizione». “Scateno” lanciato a manetta che si ritira dalla corsa? Oggi è un miraggio, alimentato dal caldo sahariano sotto il Vulcano. Eppure, a pensarci bene, per il centrodestra è forse l’unica strategia per non rischiare di lasciarci le penne. Qui, nel Donbass siciliano.
Twitter: @MarioBarresi   

Pubblicità
COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA