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Politica

Lega, Umberto Bossi compie 80 anni

Per il leader storico del partito, gli auguri e gli omaggi di tanti esponenti politici

Di Redazione

Gli ottant'anni di Umberto Bossi "sono una ricorrenza che non può passare sotto silenzio. Ci riuniamo per fare sentire il nostro calore e il nostro affetto al Capo". Lo dice in un'intervista a Qn Roberto Castelli, figura storica della Lega, ex ministro della Giustizia, cofondatore del movimento Autonomia e libertà che festeggia nel centro polifunzionale di Cisano Bergamasco l'80/o compleanno di Bossi. 

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 Per Castelli, Salvini «è il segretario uscito dal congresso e giustamente detta la linea politica. Però vogliamo ricordare, sempre dall'interno della Lega, la battaglia per l'autonomia ei cinque milioni di cittadini che venticinque anni fa votarono per l'autonomia. Siamo sia nell'alveo della Lega sia in quello della Costituzione». «Sarà un gesto di affetto a Bossi. Senza nostalgia anche se ci saranno i nostalgici», spiega. Iscritto nel 1987 alla Lega a Lecco, all'inizio ha fatto da addetto stampa al movimento: «Sono andato avanti per sei mesi senza vedere Bossi fino a quando non mi hanno convocato a Milano - racconta -. Mi sono presentato in giacca e cravatta. Sono prodotto da Bossi. Lui mi ha squadrato e mi ha fulminato con una frase: Mi g'ho minga bisogn di quei cunt el cravatin, non ho bisogno di quelli con la cravatta. Ci sono rimasto maschio. Poi ho capito che Bossi mi aveva detto come intendeva la Lega, la Lega popolare. Lui dava la linea politica ei militanti correvano sul territorio, tracciavano le scritte sui muri, attaccavano i manifesti, facevano il tesseramento. azione. Il cravattino non serviva». Con tanti momenti belli, «la Lega ha vissuto anche tanti momenti difficili che ha superato grazie a quel fantastico zoccolo duro di militanti. Sono ancora lì», spiega. «Ai nostri tempi, con il 4 per cento, pesavamo e contavamo». Oggi «i nostri voti sono ininfluenti per la maggioranza. È la grande difficoltà di Salvini». 

Tra i tanti auguri che in queste ore stanno giungendo a Bossi, anche quello del "rivale" Pierluigi Bersani. Per quest'ultimo si tratta di «un’amicizia» nata tra le campagne piacentine, quando lui, giovane consigliere del Pci, andava ad ascoltare i comizi di un Umberto Bossi quarantenne. Un legame di cui l’ex segretario del Pd parla in un’intervista a Repubblica. Bossi «mi sembrava uno strano personaggio, a metà tra Lenin e Tex Willer», spiega. Il concetto di autonomia del Nord che Bossi andava predicando "in luoghi che conoscevo bene, era qualcosa che sentivo di dover tenere d’occhio - racconta -. Mi trovai di fronte questo quarantenne che era una forza della natura. E mi apparve subito avere un fiuto formidabile per il senso comune di questo popolo». La Lega da allora «è cambiata moltissimo. Allora di Bossi non mi colpì solo l’istinto, quanto un’idea dell’organizzazione del partito e della leadership incarnata in questa singolare figura umana alla quale sono rimasto affezionato». Anche al governo con Berlusconi «Bossi era abile a marcare le differenze». Si combinava alla destra, «ma con la sola ambizione di rappresentare il Nord. La chiave era rimanere antifascista e contemporaneamente sparare addosso al Sud o insultare la bandiera. È chiaro che tra noi a quel punto si era creato un abisso politico, ma non fino al punto di rompere un rapporto umano». 
 Per Bersani bisogna riconoscere «che anche Salvini non è nato per caso. Si è fatto Radio Padania tutti i santi giorni a parlare con questo loro popolo. Ha acquisito fiuto, elementi di linguaggio. Ha fatto la fatica di cominciare a girare per quei posti, quando la Lega era al 4 per cento». Salvini «cerca una dimensione nazionale, non vuole fare la ruota di scorta di altri. E compie scelte che non credo Bossi avrebbe fatto, avvicinandosi a Casapound e all’estrema destra». (ANSA). 

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