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Politica

Raffaele Lombardo volta le spalle a Salvini: «Non voto Lega, Matteo ha tradito i patti»

Il leader catanese di Mpa stima un 8-10% del suo partito all'Ars. Nella lista ammiragaglia c'è il nipote Giuseppe. E su De Luca: «Si è "incistato" nel mio movimento"

Di Mario Barresi

La segreteria di Raffaele Lombardo è un microcosmo di umanità assortita. All’entrata, in piazza Galatea, c’è «Franco il carabiniere». Un segretario-tuttofare, che ha la consolidata abitudine di “schedare” tutti. Compreso chi entra per un’intervista. «Nome, cognome e numero di telefono». Compilato il modulo d’ingresso, si spalanca le porta della sala riunioni. Ecco Lombardo. Si sfila i Ray-Ban a goccia (nel suo codice significa rispetto per l’interlocutore) e chiama Franco, un po’ debole d’udito, con un urlo gentile. «Un the bollente, per favore. Ma riscaldalo, perché sento freddo». Ci sono 35 gradi, mentre si concede una pausa dal flusso di ricevimento: «Una ventina la mattina e altrettanti di pomeriggio: dalle 9 alle 11.

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Di solito non mangio, oggi ho fatto un’eccezione con un piatto di polpo». Qui tutto sembra essersi fermato. All’epoca in cui l’ex governatore, processato (e assolto) per concorso esterno alla mafia, era il padrone della Sicilia. «Incontro tutti, uno per uno, per me è un piacere. Mi diverte molto di più di un comizio». Sul tavolo il foglietto degli incontri, con nomi e tema-chiave, e una serie di disegni nervosi tutt’attorno. Eppure nulla è più come prima. A partire dalla rottura del patto con Matteo Salvini in arrivo a Catania.

 

 

«Io non voto Lega», ha detto Lombardo lasciando liberi i suoi. E il leader (ex) alleato non s’è arrabbiato? «Se Salvini leggesse il patto federativo, che ha firmato e forse non ha letto, quindi non possiamo nemmeno imputargli la violazione, si accorgerebbe che c’è un impegno programmatico di livello: misure per ridurre il divario Nord-Sud, mentre la Lega parla di autonomia differenziata, di fatto è una secessione economico-sociale». E poi? «L’impegno che i migliori candidati autonomisti vanno nella lista nazionale della Lega. Non in posizione utile, ma comunque coinvolti. Ma avremmo dovuto comporre una lista comune anche all’Ars». Il posto di capolista al Senato? «Non mi è interessato. Ho svolto tanti ruoli e non ne cerco». Solo le Regionali? «Bastano e avanzano, compatibili con nipotini e campagna». Anche perché l’election day rischia di far danno ai movimenti locali. «I candidati stanno segnalando agli elettori di votare per prima la scheda verde: la colomba bianca del Mpa è solo lì…», ridacchia. E alle Politiche? «Deciderò per chi votare: non conosco manco chi sono i candidati. So che c’è Musumeci capolista al Senato, Messina di FdI e Abramo in lizza col Pd. Privare l’elettore del diritto democratico di scegliersi il proprio rappresentante indebolisce il parlamento e la politica, che per questa ragione ha perso il suo primato. Per il resto le alternative sono ben poche». Tentazioni terzopoliste? «Calenda mi ha fatto arrivare bei messaggi, ma noi siamo nel centrodestra. E do ragione a Fava: se c’è un perimetro, bisogna rispettarlo».

Gli ultimi sondaggi non sono di buon auspicio. «Sono delle emerite sciocchezze. Noi siamo molto più forti di cinque anni fa ovunque». A Catania c’è la lista-ammiraglia, guidata dal nipote Giuseppe Lombardo. Domanda per assonanza: nepotismo? «Macché, Giuseppe da assessore comunale s’è fatto apprezzare da tutti: terzo settore e burocrazia. Il fatto che è nel listino dà la carica a tutti gli altri candidati». Ma il leader tiene a precisare che «siamo forti a Siracusa, raddoppiamo i voti a Ragusa, corriamo per il seggio a Enna e a Caltanissetta, cosa impensabile cinque anni fa. A Trapani c’è il senatore Papania, a Messina c’è Luigi Genovese, che non è certamente debole». Fermo un attimo: come mai l’alleanza con il padre Francantonio, ras delle preferenze? «Per la volontà di fare insieme una lista più forte», la pragmatica risposta. A cui segue un auto-vaticinio: «Se va male prendiamo l’8 per cento, ma è probabile che ci avviciniamo di più al 10. Inviterò poi quei sondaggisti a cambiare mestiere».

E per Lombardo, cultore della matematica applicata alla politica, i conti non tornano nemmeno sul modulo 4-4-2-1-1 per la futura giunta di Renato Schifani: «Il 40 per cento diviso 8 fa 5: cioè, senza presidente delle Regione ed eventualmente senza presidente dell’Ars, ci toccano almeno tre assessori». A proposito: contento della scelta di Schifani? «È un candidato di caratura, l’abbiamo sostenuto dal primo minuto. Lo chiamai subito, ricordandogli anche che lui, assieme ad Alfano, sostennero la mia candidatura nel 2008, quando nella stanza accanto a Berlusconi c’era Dell’Utri tifosissimo di Miccichè. Gli ho ricambiato il sostegno». Dopo essere stato accusato di «tradimento» dal fronte dei No-Nello, per quella «caduta del veto per chiunque, a partire da Musumeci»: la prova di un accordo col governatore e Giorgia Meloni, magari in cambio di un seggio? «È la più grande fesseria che abbia mai sentito: ne avrei potuti avere pure di più se fossi stato poco meno che leale». Lombardo ammette i rapporti «sempre buoni» con Musumeci, «furbo e fortunato» nell'ottenere da Meloni un posto al sole al Senato che sarebbe stato difficile ottenere senza l'election day. «Io, un anno fa, gli consigliai tre cose. Primo: azzera la giunta così si sistemano gli equilibri nei partiti. Secondo: promuovi un vertice di maggioranza con scadenza regolare, anche una volta al mese. Terzo: chiama Di Mauro e Miccichè e chiarisci. Non fece nessuna delle tre cose». E conferma il giudizio su Ruggero Razza: «Al netto del carattere, s’è caricato sulle sue spalle tutta le gestione dei rapporti politici e la sanità col Covid: intelligente ed educato, lo chiamavo e mi veniva a casa, spero che per la sua competenza sia confermato assessore». Alla sanità? «E perché no? Ma decide liberamente il presidente».

Il leader autonomista rivendica la scelta di aver proposto a quel tavolo Nino Minardo («non ci credeva lui, non lo voleva Miccichè che mi prese per pazzo quando glielo proposi a pranzo prima del vertice dell’hotel delle Palme, e credo che non lo volesse Salvini, ma questo è un mio personale pensiero») e poi «un tecnico d’eccellenza come Massimo Russo». E invece c’era chi stava per chiudere l’accordo con Musumeci. Questa è la vera denuncia-shock di Lombardo: «Mi hanno detto, ed è una fonte più che certa, della telefonata di Berlusconi a La Russa, che lei ha raccontato sul suo giornale. Le manca un pezzo: il Cavaliere dice sì alla ricandidatura dell’uscente e chiede a La Russa di far chiamare Miccichè da Musumeci. Poi non lo trovano perché aveva il telefono staccato, non so cosa succede e non m’interessa. Dopo un’ora e mezza Berlusconi richiama e dice: “Contrordine, ci va bene Schifani”. Che è l’ultimo nome voluto da Miccichè, tanto che era pronto a chiudere l’accordo su Musumeci, come fece nel 2012, tanto più che gli avrebbe garantito la presidenza dell’Ars, facendoci fare la figura dei pirla». In questo frullatore, per Lombardo, si sono raffreddati i rapporti con Raffaele Stancanelli «ossessionato da Musumeci: gli avevano chiesto per mesi di fare un endorsement per Musumeci per sbloccare l’ostilità della Meloni nei suoi confronti, ma non l’ha voluto fare». E s’è rafforzato il giudizio su Luca Sammartino, «il neofita leghista sempre al penultimo approdo». Che cosa? «Niente di grave, è un giovane in corsa, la mia era solo una battuta» E cioè? «Quando rivelerò il senso serio di questa definizione, ci sarà solo da sorridere. E lui sarà guardato con una certa preoccupazione».

E la sua ex assessora Caterina Chinnici, contestata a sinistra per l’apertura a Lombardo nella campagna elettorale delle primarie? «Mi dispiace per lei, la  rottura fra Pd e M5S la danneggia. Sarebbe stata un’ottima candidata, lo resta. Non a caso è l’unica con cui Schifani si confronta, perché sono entrambe persone civili».
Nessun rimpianto nemmeno per la brusca rottura con Cateno De Luca. E dire che il candidato indipendente, sempre più in palla nel rush finale, cominciò la sua carriera regionale da baby-lombardiano. «Cateno  non è un mio allievo, è uno che si è "incistato" nel miomovimento, è un personaggio con un’ambizione sfrenata.  Chi lo vota vuole la vendetta, vuole vendicarsi di qualcuno o di qualcosa. come i grillini delle origini”.E la sua ex assessora Caterina Chinnici, contestata a sinistra per l’apertura a Lombardo nella campagna elettorale delle primarie? “Mi dispiace per lei, la  rottura fra Pd e M5S la danneggia. Sarebbe stata un’ottima candidata, lo resta. Non a caso è l’unica con cui Schifani si confronta, perché sono entrambe persone civili».
Nessun rimpianto nemmeno per la brusca rottura con Cateno De Luca. E dire che il candidato indipendente, sempre più in palla nel rush finale, cominciò la sua carriera regionale da baby-lombardiano. «Cateno  non è un mio allievo, è uno che si è incistato nel miomovimento, è un personaggio con un’ambizione sfrenata.  Chi lo vota vuole la vendetta, vuole vendicarsi di qualcuno o di qualcosa. come i grillini delle origini».

Sullo sfondo, subito dopo la sbornia del 25 settembre, ci sono le Amministrative a Catania. Ma davvero non lo vuole fare, il sindaco? «Durante un recente incontro con circa 800 persone alcuni me l’hanno chiesto a viva voce ed è seguito un applauso. Si ritiene che io saprei farlo, e io ho risposto: “Vi dirò no anche se me lo chiedete dieci volte”. E loro: “Allora glielo chiediamo undici volte”. Ma non penso che ci arriveranno, ben prima della decima si saranno già stancati». Sarà davvero così?
Twitter: @MarioBarresi

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