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Politica

Meloni-Musumeci al Vinitaly, brindisi all'intesa: «Ci siamo»

Sorrisi ammiccanti tra gli stand: «A breve il quadro sarà chiaro a tutti»

Di Mario Barresi

No, stavolta il vino non c’entra.
Lei è appena uscita dal padiglione del Veneto, lui sta rientrando in quello della Sicilia. E così, nella piazzetta del Vinitaly condivisa da una regione governata dalla Lega e un’altra dove Matteo Salvini vorrebbe piantare la sua bandierina, avviene - in modo davvero casuale: ne siamo testimoni  - la “congiunta” (sembra quasi il rito pasquale dei paesini siculi) fra Giorgia Meloni e Nello Musumeci. 

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Il vino, però, non c’entra.
L’atmosfera è davvero rilassata, il colloquio che riusciamo a spiare è tanto confidenziale da sembrare intimo. In modo naturale, non posato.
La leader di Fratelli d’Italia, accompagnata dall’onnipresente Francesco Lollobrigida, accoglie il governatore, a braccetto con Pietrangelo Buttafuoco, con un sorriso spalancato. Un abbraccio vigoroso fra i due, una galanteria presidenziale all’alleata di ferro: «Cara Giorgia, sai come si dice in Sicilia a una come te? Che sei “bedda” e “spetta”». Buttafuoco osserva compiaciuto alla giusta distanza, non riesce a trattenere un sorriso complice.

No, il vino davvero non c’entra.
Meloni e Musumeci nel fugace incontro a Verona fanno il punto sulla delicatissima trattativa per le Regionali. Lei gli chiede se «è necessario vederci», lui risponde senza alcuna ansia: «Io non voglio disturbarti, ma se serve vengo a Roma così parliamo dieci minuti». Nel sottinteso, ovviamente, c’è la delicatissima trattativa nel centrodestra siciliano: dalla scelta del candidato sindaco di Palermo alla riconferma del governatore uscente, in un intreccio talmente complicato che forse è meglio non essere sobri per provare a capire come finisce. Però Musumeci, davanti all’unica leader nazionale che s’è espressa per il bis, si lascia scappare un rigurgito di sano ottimismo: «Le cose volgono al meglio, penso che la situazione si chiude fra pochi giorni». Meloni s’informa sulla gestione delle trattative da parte del suo “viceré” siciliano, Ignazio La Russa, inviato nell’Isola proprio come testa d’ariete nel tavolo di coalizione. «Ignazio è un carro armato, sta lavorando benissimo». La leader di Fratelli d’Italia annuisce con convinzione e lui rincara la dose: «Hai fatto bene a mandarlo». Poi un cenno d’intesa, scoperte orecchie indiscrete, e una frase in codice: «Quella è stata un’ottima idea». Con la prospettiva, misteriosa, che «se funzionerà lo vedremo fra un paio di giorni». Che si riferiscano al via libera di Salvini al Nello-bis, da sancire non più nel vertice con i big regionali (che oggi dovrebbe saltare), ma finalmente nel sempre rimandato faccia a faccia fra i due leader?

È chiaro che il vino non c’entra.
Neppure con il sospirato ottimismo che Musumeci ostenta, subito dopo aver congedato l’alleata invitandola al padiglione della Sicilia, sulle intemperie del centrodestra regionale. Si troverà un accordo per arrivare a una candidatura unitaria? «Io penso che prevarrà il buon senso. Si stanno ponendo le precondizioni per l’unità. Ritengo che la situazione si chiarirà fra qualche giorno», scandisce - con uno tono fra il sereno e il disincantato - il governatore prima di avviarsi verso la sala dove si terrà la conferenza stampa. Musumeci ripete il suo mantra di distacco: «Il presidente della Regione non è il leader politico dei partiti della coalizione, perché se no dovrebbe fare un altro mestiere. Ogni tanto le due cose convergono, ma di norma è giusto che io stia ben lontano da queste beghe». Il presidente uscente e aspirante rientrante si lascia andare a un consiglio che sembra rivolto agli alleati: «Bisogna saper ascoltare le voci che arrivano dai territori, da lì si capiscono tante cose». Nessun sondaggio, anche se dall’entourage di Meloni filtra che i primi risultati, confortanti per FdI e per il governatore, sarebbero già arrivati. «Vedremo come finisce, fra qualche giorno la situazione sarà chiara a tutti…», il sibillino saluto finale di Musumeci. Una serenità, non nel senso renziano-lettiano del termine, rilanciata anche dallo stesso braccio destro meloniano: «In Sicilia le cose mi sembra si stiano mettendo per il verso giusto», sillaba Lollobrigida all’uscita della visita della delegazione patriota a Coldiretti.

E il vino non c’entra nemmeno qui.
Col clima frizzante che si respira nel padiglione siciliano. Musumeci in mattinata è protagonista dell’ennesimo siparietto con Tony Scilla. L’assessore all’Agricoltura, fedelissimo di Gianfranco Miccichè, è un eccellente equilibrista nel riuscire a non far incontrare-scontrare il governatore e il presidente dell’Ars: il primo è protagonista della giornata di ieri, il secondo arriverà oggi. Ma quando si avvicina un produttore, Musumeci non resiste all’istinto della gag, presentandolo a un produttore: «Lui è l’assessore… l’assessore… ehm… l’assessore Barbagallo!». Il diretto interessato reagisce con una risatina ironica. E Musumeci lo provoca: «Bellissimo questo Vinitaly. L’anno prossimo lo puoi fare tu con un altro presidente o lo farò io con un altro assessore». Ma Andrea Peria Giaconia, guru della spedizione siciliana a Vinitaly, azzarda il ruolo di casco blu: «Ma non lo potete fare assieme anche l’anno prossimo?». E a questo punto il governatore canticchia: «Se stiamo insieme ci saraaà un percheeé…». Poi, prima di gelare l’assessore che vorrebbe dargli la parola prima del sottosegretario Francesco Battistoni e non per ultimo come da galateo istituzionale, spiegherà ai cronisti che «era l’inno con cui aprivamo i comizi di Alleanza Siciliana, è uno dei brani di Cocciante più belli. Noi lo intendevamo nel senso dello stare insieme con i siciliani». E anche sul "babbio" con Scilla chiarisce: «Ma no, è un ottimo assessore. Il problema non è lui, è il suo mentore. Scilla, nelle questioni politiche, non è il mio referente». Con ovvio riferimento all’odiato Miccichè.


Non c’entra assolutamente nulla, il vino.
Ma il gelo fra le due fazioni siciliane di Forza Italia irrompe anche in conferenza stampa. Grazie a un lapsus freudiano dello stesso Scilla, che accoglie il collega di partito sbagliando il nome di battesimo. «Salutiamo Salvino Caputo, in rappresentanza dell’Ars». E il diretto interessato: «Mario, mi chiamo Mario. Salvino è mio fratello». L’assessore abbozza: «Ti chiedo scusa». Chiosa gelida del deputato forzista del fronte anti-Miccichè: «Per me è un onore».
No, stavolta il vino non c’entra. In sala stampa arriva Totò Cuffaro. «Non parlo di politica, io sono un produttore».
Sembra il più sobrio di tutti.
Twitter: @MarioBarresi
 

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