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Politica

Meloni riabilita Musumeci ad Atreju: scelta non casuale?

La leader di FdI si pronuncerà a febbraio sul bis del governatore siciliano alle Regionali

Di Mario Barresi

Nello Musumeci, quest’anno, farà “Il Natale dei Conservatori”. Che non c’entra nulla con le marmellata, né con i pelati. È il tema di Atreju, la «festa non di partito, ma di parte» organizzata da Giorgia Meloni a Roma dal 6 al 12 dicembre. Il governatore sarà fra i partecipanti al dibattito “Fronte d’Europa” su un tema caldo come i migranti, giovedì 9 alle 18. La partecipazione alla kermesse della destra non è certo una novità. Più volte invitato, Musumeci declinò soltanto nel settembre 2019 (subito dopo il plateale rifiuto di alleanza con Meloni alle Europee), quando, non richiamato a Pontida per il bis dell’anno precedente, preferì presenziare alla festa dell’Udc a Fiuggi. Ma, adesso che Fratelli d’Italia per tutti i sondaggi è il primo partito del centrodestra, la presenza del governatore siciliano (fra i pochi big di centrodestra extra FdI nel programma) assume anche un significato politico. Tanto più in pendenza di quell’offerta di alleanza alle Regionali su cui Meloni non s’è ancora pronunciata. «Non bisogna enfatizzarne il peso, ma di certo la scelta di invitare Nello non è casuale», smozzica chi, nel partito siciliano, ha frequenti frequentazioni con la stanza patriota dei bottoni.

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Ma chi s’aspetta - e c’è chi se l’aspetta - un annuncio della leader sul palco di Atreju resterà deluso. «Giorgia deciderà a febbraio», è lo spiffero unanime. Fonti di prima mano confermano come sia «fuori dall’ordine del giorno» l’idea della lista unica fra Fdi e DiventeràBellissima. Del resto è stato lo stesso Musumeci, qualche settimana fa, a far arrivare alla leader nazionale il messaggio per rassicurare i suoi aspiranti candidati all’Ars. Ma resta ancora in sospeso la questione dell’ingresso di Musumeci nel partito, con conseguente golden share meloniana sulla ricandidatura del governatore uscente. Una scelta su cui Meloni, tentata ma incerta, contina a prendere tempo. Anche troppo, per qualcuno del Pizzo Magico. Non a caso Ruggero Razza, artefice del tentato rapporto (non consumato) con la Lega, una decina di giorni fa avrebbe garbatamente  un big meloniano di Sicilia: «Giorgia non può tenerci così a lungo sulle spine. Anche perché noi abbiamo anche una mezza porta aperta con la Lega». Il riferimento, ovviamente, è alla parte segreta del vertice romano fra il governatore e Matteo Salvini, organizzato «per far sciogliere il ghiaccio fra i due» da Nino Minardo. Fra richieste di aiuto al governo per la Sicilia e critiche sulla campagna acquisti estiva, in quell’occasione Musumeci al Capitano avrebbe confermato la disponibilità a «riprendere il discorso» della federazione col Caroccio. Ricevendo dal leader la stessa scadenza: «Ne riparliamo, volentieri, dopo la scelta sul Colle».

Il percorso del centrodestra siciliano verso le Regionali si deciderà dunque fra un paio di mesi. Con un nuovo fattore che potrebbe fare il gioco di Musumeci, già in campo. A Roma, infatti, si diffonde in queste ore una linea condivisa da alcuni pezzi grossi della coalizione: gli uscenti ricandidati (i sindaci, ma anche i governatori) non più in quota ai loro partiti d’appartenenza, ma «caricati sull’intera coalizione». Un pass rinforzato per le ambizioni musumeciane. Non la pensano così i NoNello. Più attivi e tonici che mai. Ieri, a Palermo, il convegno sui rifiuti organizzato da Raffaele Stancanelli mette incidentalmente assieme chi continua a dire che «deciderà la coalizione» e  a garantire che «Musumeci non sarà ricandidato». L’occasione è propizia per un lungo e ridanciano colloquio fra Gianfranco Miccichè (reduce da un incontro, giovedì, con Raffaele Lombardo) e Cateno De Luca, che sul palco conferma le dimissioni da Messina e la corsa da aspirante «sindaco dei siciliani».

I caminetti scoppiettano. Prima una cena, lo scorso 19 novembre al Sea Palace di Cefalù: con Micicchè e Stancanelli c’era Roberto Di Mauro, plenipotenziario autonomista. Tre uomini e una gamba. Mancante. Una settimana dopo, infatti, il successivo vertice a quattro è saltato: Minardo ha marcato visita. «Voto di fiducia serale alla Camera», l’alibi. Che nasconde una precisa strategia concordata con Salvini: aspettare le mosse di Musumeci (odiato da Luca Sammartino, ma annunciato al taglio del nastro di Humanitas), ma soprattutto non farsi omologare a chi «ordisce trame» o «fa pierinate». Anche perché in Via Bellerio restano convinti dell’indissolubilità del patto fra i tre leader nazionali del centrodestra: «Il candidato, in Sicilia, lo sceglie la Lega». Potrebbe anche essere Musumeci, certo. Oppure no.
Twitter: @MarioBarresi
       

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