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Politica

Miccichè, un nome una garanzia: il “Mario Draghi” per la Sicilia è in famiglia

 L’idea del manager in campo prende quota. Ma l’iperattività del fratello forzista irrita Lega e FdI

Di Mario Barresi

Un ex leader politico nazionale, oggi in tutt’altre (prestigiose) faccende affaccendato, l’aveva sentito giusto una settimana fa. Trovandolo «parecchio sul pezzo» sulle questioni siciliane e soprattutto convinto delle «tante cose che si potrebbero fare alla Regione per cambiare la nostra terra, con la straordinaria opportunità del Pnrr», cosciente che «manca un colpo d’ali della classe dirigente», ma con l’auspicio che «qualcuno riesca a mettere assieme le persone migliori».

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Pensieri e parole di Gaetano Miccichè. Col senno di poi, al netto della smentita di Intesa sulle indiscrezioni dell’Espresso, sembra quasi un programma elettorale. O almeno il contesto - molto “draghiano” - di un’ipotetica discesa in campo del super manager palermitano, fratello di Gianfranco Miccichè.

 

La suggestione, negli ambienti politici regionali, gira da una ventina di giorni. Alimentata dagli approcci del presidente dell’Ars con alcuni big  per sondare il gradimento su un candidato governatore «di altissimo profilo». Altre volte in passato il leader forzista, soprattutto quando c’era bisogno di alzare il tiro  in un momento di stasi di trattative delicate, aveva giocato il jolly del blasonato fratello maggiore. «Ma stavolta è una cosa seria», assicurano più fonti di centrodestra. Perché, aggiungono, ci sarebbe una doppia disponibilità: quella dell’interessato (71 anni appena compiuti, con la prospettiva di una pensione d’oro da Ubi Banca), almeno secondo quanto assicura il fratello, e quella di Miccichè junior a rinunciare alle sue ambizioni personali, a partire dalla terza presidenza dell’Ars. «Al massimo faccio il deputato semplice, tanto 15mila voti a Palermo li prendo», la battuta con più interlocutori. Ma il viceré berlusconiano sarebbe anche pronto a un più chiaro passo indietro per «fare il regista dietro le quinte, per il bene della Sicilia».  

 

Non è una boutade. «C’è l’accordo», ripetono in molti anche a Roma. Riferendosi non solo a una questione tra fratelli. L’idea di Gaetano Miccichè a Palazzo d’Orléans piace a Silvio Berlusconi e a Matteo Renzi (legatissimo al manager quando era premier), ma, aggiungono voci forziste, «potrebbe piacere pure a Matteo Salvini». E Giorgia Meloni? «Potrebbe starci, ma a quel punto sarebbe ininfluente».

 

 

Eccolo, dunque, l’introvabile Mario Draghi per l’agognato “modello” da sperimentare in Sicilia. Curriculum di platino, rapporti giusti, profilo moderato, stima trasversale.  

 

Ma, paradossalmente, il principale ostacolo per  Miccichè (Gaetano) è Miccichè (Gianfranco). E non c’entra tanto la violazione del segreto su un’operazione su cui a Roma avevano consigliato di lavorare «a fari spenti». Una forte  candidatura «per allargare» (finanche al Pd?) la coalizione, infatti rischia di essere divisiva per interposto fratello. Il presidente dell’Ars è tornato più che mai al centro dei giochi. Eppure, da animale politico, Gianfranco tende a strafare. Un esempio su tutti: il vertice del centrodestra sulle Amministrative di Palermo. L’avevano  ipotizzato, in modo informale, alcuni riferimenti locali dei partiti. Appena lo ha saputo, Miccichè, dopo un rapido giro di sms, l’ha subito convocato: venerdì all’Ars alle 18.

 

Ma il primo confronto sui (tanti, almeno otto) potenziali candidati della coalizione per Palazzo delle Aquile rischia di saltare. «Non si farà sicuramente», azzardano da ambienti salviniani. Ieri Vincenzo Figuccia è sibillino nell’auspicare, oltre alla scontata unità, che «nessuno si faccia prendere dalla smania di veti incrociati e da deliri di onnipotenza». Il riferimento a Miccichè viene confermato da altre fonti del partito: «Gianfranco, dopo aver detto che la Lega è un disastro e che l’unico nome fuori dai giochi è il nostro Scoma, adesso ci convoca per discutere di Palermo? La nostra sedia resterà vuota...». Perplessità, sul luogo (Palazzo dei Normanni) e sul “convocatore”, espresse anche da Fratelli d’Italia, che medita di fare asse con la Lega sul rinvio del vertice. Magari con il placet di DiventeràBellssima, che ha gettato nella mischia Alessandro Aricò, nome gradito anche alla Lega.

 

Ora, l’esempio è minimalista. E a  Palermo il centrodestra è destinato a trovare la quadra. Ma da ambienti vicini a Nello Musumeci (gelido come non mai nei confronti di Miccichè) non passa inosservato l’assist fornito dalla “bulimia” politica dell’alleato forzista. Proprio quando il governatore, riferiscono i suoi, «è entrato in modalità campagna elettorale». Con il nuovo simbolo del movimento (identico al vecchio, ma con la significativa aggiunta della scritta “Musumeci Presidente”), con un calendario di eventi sui territorio già fittissimo e soprattutto con una data e un luogo - il 20 novembre a Catania - per la manifestazione del governo regionale che dovrebbe coincidere con lo show-down della sua ricandidatura. A un anno dalla sua elezione, per rilanciare «il primo e unico modello vincente del centrodestra a livello nazionale».

 

 

Il messaggio è chiaro: diffidare dalle imitazioni, così come dalla moda dei candidati della società civile, Musumeci si sente più forte e «non vuole più sottostare ai ricatti». Certo, aspetta ancora, ma con più disincanto, il verdetto di Giorgia Meloni sulla proposta di alleanza alle Regionali. La leader di Fratelli d’Italia ha raccolto diversi pareri, compresi quelli di chi ha incontrato a Roma. L’esito? In chiaroscuro: in molti sono contrari all’ipotesi di lista unica per l’Ars, meno ostilità diffusa sul rapporto con Musumeci, dall’ingresso nel partito al sostegno al suo bis. L’unica certezza è che la leader di FdI ha  detto ai suoi (e forse anche a Nello) che «una scelta così delicata è meglio prenderla all’inizio del 2022». Magari per aspettare le mosse di Matteo Salvini, che dovrebbe incontrare il governatore già mancato alleato a breve, al massimo entro la prossima settimana,  a seguito della distensione di Palazzo d’Orléans con Nino Minardo.

 

 

Nel quartier generale di Musumeci i rumors su Miccichè (fratello) in lizza erano arrivati già da qualche giorno. Suscitando una comprensibile apprensione. Il nome è di quelli pesanti. Fino al punto di costringere, se ci fosse la convergenza degli altri alleati, il governatore in carica a un passo indietro? Non proprio, per chi è convinto che «Nello è pronto a candidarsi anche da solo». Ma il dubbio è serpeggiato nei giorni successivi all’indiscrezione. Adesso, dopo il «pasticcio su Palermo», fra i musumeciani c’è più fiducia: «Non è che tutti pendono dalle labbra di Miccichè».

 

E sullo sfondo c’è già la prossima suggestione: il fronte sovranista che si ricompatta su Musumeci, rifiutando le lusinghe di un Draghi di Sicilia. Ma le vie di (e dei) Miccichè sono infinite.

Twitter: @MarioBarresi  

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