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Politica

Musumeci, la ricandidatura, il gelo con Meloni e le tre strade davanti a lui: qual è la risposta all'indoviNello?

Il presidente giovedì chiarirà qual è il suo futuro dopo le fibrillazioni e i fischi al Teatro Antico di Taormina

Di Mario Barresi

«Non capisco tutto questo clamore per una provocazione». Quando Nello Musumeci, ieri mattina prima di partire per Palazzo d’Orléans, esterna il suo stupore (dopo la lettura dei giornali che da mesi garantisce di non leggere) per l’eco mediatica del suo «toglierò il disturbo», le reazioni fra i fedelissimi sono di due diversi tipi. Il primo, soprattutto di chi è atterrito dalla prospettiva di dover fare gli scatoloni, è di rinnovata fiducia dopo il pessimismo depressivo condiviso con il governatore lunedì. La seconda reazione, a dire il vero minoritaria, è di perplessità critica a 24 ore dallo sfogo di chi si diceva pronto a ritirarsi dalla corsa per le Regionali.

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Ma c’è un punto fermo. Musumeci ha convocato, domani alle 10,30 a Palermo, una conferenza stampa «per rendere note le proprie decisioni in relazione alle prossime elezioni regionali».

Quindi il governatore ha qualcosa da dire. Ma cosa? “Indovina IndoviNello”, verrebbe da dire, visto il mistero che circonda la scelta. I bookmaker della politica regionale quotano tre diverse ipotesi.

La prima resta la più probabile: ritirare la sua disponibilità al secondo mandato, per non farsi «logorare» dagli alleati ostili, né soprattutto permettere loro di «impallinare» la ricandidatura magari costringendo Fratelli d’Italia a valutare altri nomi con il suo ancora in campo. Un modo per «rispettare con coerenza ciò che Nello disse allo Spasimo di Palermo un anno fa e cioè - ricordano i suoi - che non sarebbe stato mai d’intralcio all’unità del centrodestra».

Lo scenario numero 2 - rafforzato da voci insistenti fino a lunedì sera, ma che perde consistenza nelle ultime ore - è la versione estrema del primo: dimissioni da presidente. Con l’uscente (già comunque convinto dell’opportunità di indire le elezioni il prima possibile, con il 16 ottobre come data preferita) che avvelenerebbe i pozzi di una politica siciliana che lo ha avversato, costringendo i nemici, interni ed esterni, a una disperata corsa estiva per trovare i candidati governatori e per formare le liste di una campagna elettorale-lampo. La stessa minacciata a Sala d’Ercole dopo il “trappolone” sui grandi elettori per il Quirinale, poi derubricata ad «azzero la giunta» nel celebre video social, infine dimenticata al grido di «non c’è alcuna crisi».

 

 

L’ipotesi del terzo tipo è quella di cui in molti sono convinti a Palermo. Un estremo appello alla coalizione, un «dentro o fuori» sulla ricandidatura, affidato ai leader nazionali prima ancora che ai riottosi vertici siciliani. Un ultimatum - che potrebbe diventare un penultimatum - con un termine di scadenza immediata, pochi giorni al massimo, per anticipare un tavolo pigramente (e strategicamente) rimandato a dopo i ballottaggi. A puntare le fiches su questo scenario è Ignazio La Russa: «Dire “toglierò il disturbo”, usando il futuro e non il presente, è stato un modo, magari un po’ improvvido, per accelerare un confronto per ricompattare il centrodestra». Smentite dal viceré meloniano le voci di un suo blitz, già ieri, a Palermo: «Verrò al momento giusto».

E chi meglio di Ruggero Razza, esegeta privilegiato e quasi unico del pensiero musumeciano, può sapere cosa dirà e farà il presidente? «Non gli ho parlato né scritto nelle ultime ore. Per la prima volta non intendo disturbarlo. Proprio per il profondo affetto che ci lega ho il dovere di rispettare il suo diritto alla serenità e alla solitudine nelle 48 ore che precedono quella che sarà una sua scelta personale». Così l’assessore-delfino, che si limita a rammentare «i pesanti attacchi personali, esplosi nell’ultimo anno» nei confronti di un presidente che «ha lavorato dalla mattina alla sera, facendo riconquistare credibilità alla Regione» e comunque «resta il candidato più apprezzato nei sondaggi».

I più beffardi nemici ridacchiano sul presunto «effetto Ficarra&Picone», enfatizzando l’ira presidenziale per il siparietto di Taormina, condito dai fischi del pubblico. «Sono stati decisivi, come Pif per la fine di Crocetta», ironizza qualcuno. Al quale Razza risponde inconsapevolmente evocando «il finale di “L’ora legale”, un bellissimo film dei due comici palermitani». Quello in cui il sindaco dell’immaginaria Pietrammare è costretto a dimettersi perché i suoi concittadini non accettano la sua svolta legalitaria.

Eppure, al di la delle suggestioni cinematografiche, l’ultimo mal di pancia di Musumeci ha un’anamnesi soprattutto politica. Legata, come ci riferiscono autorevoli fonti di FdI, a un recente black-out con Giorgia Meloni, comunque precedente al caso Taobuk. Il governatore, infatti, avrebbe cercato di parlare con la sua alleata di ferro, con almeno un paio di telefonate senza risposta. Da qui il sospetto di un malumore su alcune circostanze recenti: la nomina ad assessore del musumeciano Alessandro Aricò senza consultare gli alleati che spingevano per Giampiero Cannella, ma anche i conti sul pallottoliere delle amministrative, con i quali alcuni big meloniani avrebbero dimostrato lo scarso contributo di molti candidati di DiventeràBellissima nelle liste in comune. Da qui, dopo i vani tentativi di un colloquio, l’idea di rivolgersi a La Russa per «un appuntamento a Roma con Giorgia» che il governatore avrebbe sollecitato diversi giorni fa suggerendo la data di ieri. «Nello, prima fammi parlare con lei e poi ti faccio sapere», la risposta attendista del senatore etneo. Dopo la quale Musumeci avrebbe maturato l’idea del «tolgo il disturbo», notificata via sms lunedì pomeriggio alla leader, con la quale ci sarebbe stato un «intenso scambio di messaggi». Ma non un colloquio telefonico, che potrebbe esserci oggi alla vigilia di una conferenza stampa non proprio gradita dai cugini patrioti. Sempre più convinti di una verità - che è forse la fonte di maggiore amarezza per il governatore uscente - e cioè che «Giorgia, dopo aver in un certo modo ricucito con Salvini», a maggior ragione dopo il caso di Verona, ha soltanto «una certezza», quella di «non rompere l’unità del centrodestra in Sicilia a pochi mesi dal voto che la porterà dritta a Palazzo Chigi». Non lo farà. Nemmeno per difendere il bis di Musumeci.

Del resto, gli alleati le hanno fatto sapere che sono pronti ad appoggiare un altro suo candidato. Il toto-nomi dentro FdI è già in corso: da Raffaele Stancanelli (il più stimato dagli alleati, favorito dall’essere fra i pochi a dialogare con Cateno De Luca) ad Adolfo Urso, spinto dal rapporto con Guido Crosetto, fino a Carolina Varchi (amica personale di Meloni, generosa nel passo indietro a Palermo) e all’ultima quotatissima pazza idea su Manlio Messina, che raccoglie da qualche giorno impensabili simpatie anche dal fronte No-Nello.

Se fosse così, per Musumeci sarebbe davvero il game over . Un destino che sta alla base della scelta di ritirarsi prima di essere ritirato. Oltre che una beffarda nemesi politica. Quella della leader del fu «partitino del due-tre per cento» che seduce il presidente, lo arruola e lo spinge. Per poi abbandonarlo al suo destino.

Twitter: @MarioBarresi

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