Notizie locali
Pubblicità

Politica

Nel centrodestra la sagra dei “conigli mannari” e Nello gioca il jolly con Meloni

Il test del triplo sondaggio e “l’appuntamento a quattro” soltanto rimandato

Di Mario Barresi

Il tormento comincia presto. E si corrobora, seppur senza gli atti di fede pubblica richiesti, dopo un giro di telefonate agli alleati ritenuti più fedeli. «Io non ci sto a farmi logorare così, adesso basta». E così, espletata la pratica delle richieste di parere sul da farsi e sul da dirsi, Nello Musumeci consolida a ora di pranzo una convinzione già maturata di buon mattino.  «Gli rispondo». Eppure, se fosse sic et simpliciter il contenuto dell’intervista di Matteo Salvini «su un quotidiano regionale» (il nostro, ndr) ad aver scatenato l’iracondo ultimatum del governatore alla Lega, allora sarebbe quasi come rispondere a un pizzicotto tirando fuori il bazooka. Ed è per questo che Musumeci non replica tanto al messaggio promozionale su Nino Minardo, ipotetico candidato da tempo, sul quale Salvini  ha voluto soprattutto dare un segnale interno al partito per legittimarne la leadership dopo la tumultuosa campagna acquisti estiva. Né è infastidito dalla quasi-ovvietà che il Carroccio aspira a Palazzo d’Orléans.

Pubblicità

«Un’uscita cazzuta ed efficace, ma frutto del terrore», la bolla un assessore di peso. Sì, perché, il ColonNello stavolta si arma contro due minacce. Una interna, quotidiana, dei piccoli e grandi sgambetti nella giungla della maggioranza, in cui spesso i “piedini” sono leghisti. «Non posso continuare per un altro anno così», confida ai suoi. E poi il vero pericolo, forse l’unica autentica svolta nelle parole del Capitano. Ovvero: il tabù, infranto, del silenzio rispetto a un discorso che fra i leader nazionali del centrodestra è stato già affrontato: Salvini, dopo aver dato spazio agli alleati (sconfitti) in Campania e Puglia e aver rinunciato alla candidatura di Nino Spirlì in Calabria, pretende  la Sicilia nel 2022. Ancor più infervorato dopo i «giochi di palazzo» che attribuisce al riavvicinamento di Musumeci all’odiata Giorgia Meloni. Che, anche se dovesse davvero accogliere il governatore in Fdi, potrebbe non avere ancora  la forza contrattuale, né la convenienza (a marzo 2023 c’è il voto in Lazio), di rivendicare l’Isola. In questo pavido gioco delle parti, ufficialmente nessuno degli alleati ha difeso il governatore offeso nell’onore; ma nessuno ha incoronato il nuovo che avanza da Modica. Magari c’è chi ha scritto messaggini, suadenti quanto ipocriti, a entrambi.

E allora ieri, oltre al rito satanico del  bruciare la  foto del “patto dell’arancino” del  2017, s’è rotto un incantesimo. Che finora era la migliore polizza di Musumeci. «Non mi fa impazzire, ma in giro non vedo chissà quali fenomeni», smozzicava a Roma fino a qualche tempo fa Salvini. Ora, però, c’è Minardo. Che, fra gli alleati siciliani, piace a tutti ma non eccita nessuno. E persino Gianfranco Miccichè (che va giurando: «Non voterò mai un leghista candidato»), potrebbe starci, al netto della telefonata che oggi magari riceverà da Matteo Renzi per «inventarsi qualcosa» in Sicilia. E non è un caso che, la scorsa settimana, è saltato soltanto per un imprevisto un appuntamento a quattro: i leader siciliani di Forza Italia e Lega assieme ai due Raffaele, Stancanelli e Lombardo (o chi per lui). Rinviato a data da destinarsi.

 

 

Quando il gioco si fa duro, i duri dovrebbero cominciare a giocare. E invece no. Perché è troppo presto e ci si  brucia, perché anche chi  crede che Palermo sia l’ombelico del mondo ha capito che la partita siciliana si giocherà su un tavolo (da ping-pong) romano. Ed ecco spiegata la sagra dei “conigli mannari” di ieri. Musumeci non dice a Salvini «ti caccio dal governo», né lo fa; ma si limita a intimargli: «Se non sei leale, vai via tu». E Minardo non gli risponde, come forse in fondo avrebbe voluto, «non vedo l’ora, così ho le mani libere per costruire l’alternativa a te»; ma con uno «stai tranquillo» (non sereno, ma quasi) con data di scadenza: la fine della legislatura. Che all’Ars sembra già ai titoli di coda.

Allora torna utile la saggezza dell’atarassia. «Vi ricordate voi giornalisti, nell’ultimo anno di governo Crocetta, come vi arrovellavate sulla sua ricandidatura? Renzi lo vuole? E il Pd che fa? E poi, all’improvviso, non se ne parlò più», è la mozione della memoria di una vecchia gloria della coalizione, oggi in tribuna Vip a sgranocchiare pop-corn.

 

 

Segue premonizione: «Ecco, con Nello accadrà la stessa cosa. A un certo punto, l’anno prossimo, si darà per pacifico che non sarà più lui il candidato del centrodestra...». Anche se chi conosce Musumeci giura che il secondo mandato da governatore sia disposto a difenderlo col coltello fra i denti. «Mi candido anche da solo», è la minaccia che più volte gli hanno sentito vomitare. Per questo, anche secondo qualche insospettabile estimatore, il governatore «ha fatto bene ad alzare i toni, provando a ricompattare parte della coalizione contro Salvini che vuole fare l’asso pigliatutto: Palermo, Regione e Catania».

Argomento sensibile anche per gli Autonomisti, federati col Carroccio che s’è preso, «nonostante l’avvertimento»,  il loro espulso Carmelo Pullara. Ma è chiaro che il Capitano sa che di quelle poltrone può averne una sola. E punta alla più importante. Confidando nello scenario che gli riferiscono i suoi, a partire da Luca Sammartino: «Tanto Musumeci non lo vuole più nessuno».

E ora il presidente uscente che fa? Spogliatoio, con ciò che gli resta, anche a suon di nomine. E punta tutte le fiches su Meloni. Raccontano che ieri, a un convegno medico a Catania, Ruggero Razza avrebbe persino salutato col sorriso Stancanelli, non degnato nemmeno di uno sguardo dall’ex amico Nello.

 

 

Ma ci vuole tempo. E ambasciatori giusti. Del resto, nel colloquio romano, il governatore ha giocato il jolly: «Giorgia, non c’è nessuno che mi supera nel gradimento. Facciamo tre sondaggi a distanza di tempo: al primo in cui nel centrodestra viene fuori un nome che mi batte, sono disposto a ritirarmi». Una disperata prova di forza. O  l’ostentazione di essere, fra le tante debolezze, un po’ meno debole degli altri. 

Tanto il cosiddetto centrosinistra siciliano è stato localizzato ancora su un altro pianeta.

Twitter: @MarioBarresi

Pubblicità
COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA