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Politica

Nello Musumeci e l'ultima trincea contro l'intesa unitaria: «Ma ha vinto la magia»

Razza ai suoi: «Vinciamo da soli». Il ruolo di Turano e l’asse Miccichè-Cuffaro

Di Mario Barresi

L’ultima trincea contro l’intesa unitaria la scavano Nello Musumeci e i suoi. E non soltanto perché l’accordo su Roberto Lagalla candidato di tutto il centrodestra a Palermo non comprende più la «pregiudiziale» più volte rivendicata da FdI e cioè il contestuale via libera alla ricandidatura del governatore uscente. Che, in tarda mattinata, butta lì un pleonastico endorsement allo scopo di innervosire gli alleati-nemici: «Siamo orgogliosi di avere l’ex assessore Roberto Lagalla candidato sindaco a Palermo, è una candidatura ottima per il centrodestra». Un chiaro modo per segnare il territorio: il nome è nostro, siete voi che state venendo con noi e potete farlo solo alle nostre condizioni.

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Ma sulla strategia, di fatto abbandonata soltanto in tarda serata, c’è anche un altro fattore che incide. Quello competitivo: «Noi da soli con Roberto vinciamo, al primo o al secondo turno», il vaticinio di Ruggero Razza, riunito nella stanza che a Palazzo dei Normanni è riservata al governo. Ad ascoltarlo, oltre all’aspirante candidato unico, ci sono altri rappresentanti delle forze già con  l’ex rettore: Giampiero Cannella, Raoul Russo e Carolina Varchi di FdI, Alessandro Aricò di DiventeràBellissima, Mimmo Turano dell’Udc e Filippo Tripoli di Italia Viva. Agli alleati lo stratega più ascoltato da Musumeci detta la sua linea: «Se andiamo tutti con un candidato, vinciamo tutti e non perde nessuno. E questo lo concediamo gratis a chi non vuole la ricandidatura di Nello. Pensiamoci bene, prima di accettare un accordo senza condizioni...».

In effetti il ragionamento di Razza non fa una grinza. Perché l’idea di Gianfranco Miccichè - molto in affanno negli ultimi giorni, ma ieri definito «lucidissimo» da chi l’ha incrociato all’Ars - è convergere su Lagalla, trattando con più potere contrattuale grazie alla “dote” dell’autonomista Totò Lentini (anche lui ritirato), e rinviare ogni scelta sulle Regionali. E in questo il leader forzista ha la piena copertura della Lega, col segretario regionale Nino Minardo che continua a ripetere il ritornello a chiunque lo chiami nel corso della giornata: «Palermo e Regione sono due partite diverse». Dettando i tempi: «Siamo in netto ritardo, oltre questo pomeriggio non si può andare».

 

 

Ma c’è il nodo del vicesindaco. «Una legittima rivendicazione, per chi aveva deciso di appoggiare Lagalla», secondo FdI che prova a tenere la linea (e il posto: destinato a Giampiero Cannella), rafforzando allo stesso tempo la posizione di Musumeci, sempre deciso a non chiudere l’accordo. «Abbiamo tutto da perdere e niente da guadagnare», avrebbe riferito il governatore in un colloquio privato con un alleato che provava ad ammorbidirlo.

Fra i due fuochi c’è Lagalla. Smanioso di siglare un’intesa che lo catapulta verso Palazzo delle Aquile da strafavorito, ma attento a non urtare la suscettibilità dei partiti che per primi hanno deciso di sostenerlo.

E qui entrano in campo alcuni protagonisti. Uno, il meno esposto ai riflettori, è Turano. Già fra gli ispiratori della candidatura di Lagalla, è proprio l’assessore dell’Udc a convincere il suo ex collega a non cadere nella tentazione del ritiro  dopo la roboante conferenza stampa domenicale di Ciccio Cascio. E lo stesso Turano, ieri, è  decisivo nel “blindare” Lagalla: rassicurando gli alleati dell’una parte (impegno d’onore dell’Udc per il  bis del governatore, ma dopo il voto) e dell’altra parte, “demelonizzando” la figura del candidato, che diventa «sintesi e garante della coalizione» senza rinnegare l’asse con i musumeciani.

In questa complicata operazione, lo stratega di Alcamo trova un “socio” fondamentale  in Totò Cuffaro, che, in un ritrovato asse con Miccichè, dice un ammirato alleato, «ha giocato una partita da autentico fuoriclasse». La stessa in cui Turano, raggiante, sostiene che «è come se avessi segnato un gol in Champions League». Superando  persino le remore di altri influenti “cugini” (soprattutto Saverio Romano, ma anche un «contrariato» Raffaele Lombardo) per  trasformare la piccola zucca centrista in una carrozza vincente.

 

 

Il resto sono - previste, prevedibili - scazzottate notturne, per limare i punti (alias: posti) in sospeso e dirimere la «questione di principio» della vicesindacatura (che però è rimasta in sospeso). Un ruolo simbolico, del quale chi ha capito bene cosa significa l’accordo di Palermo può fare benissimo a meno. Anche perché, come sostiene un protagonista nascosto, alla fine «tutto torna, perché in politica succede una magia». Che fa felici molti. Quasi tutti. E scontenta qualcuno.

Twitter: @MarioBarresi   

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