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Politica

Palermo, accordo su Lagalla sul filo del rasoio: FdI in rivolta per la vicesindacatura a "Lady Lentini"

Il vertice risolutivo rinviato a stasera. Ma il governatore brucia i tempi: «Contento della candidatura di Roberto con il centrodestra» 

Di Mario Barresi

Ufficialmente il motivo è legato ai lavori parlamentari per completare l’iter della legga di Bilancio. Sta di fatto che la riunione del centrodestra per trovare un candidato unitario che era stata indetta per mezzogiorno è stata rinviata alle 19. Quindi ancora non c’è certezza anche se Nello Musumeci, in barba ad ogni prudenza, si lascia andare ad un commento che forse anticipa l’esito che in tanti – ma non tutti – danno per scontato: «Siamo orgogliosi – dice il governatore - di avere l’ex assessore Roberto Lagalla candidato sindaco a Palermo, è una candidatura ottima per il centrodestra».

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In realtà il clima è da giorno dello spoglio elettorale. Quando tutti ostentano almeno uno zero virgola di vittoria e nessuno ammette la sconfitta. Eppure, alla vigilia del probabile accordo unitario su Roberto Lagalla a Palermo nel centrodestra siciliano nessuno trionfa (vincerebbe, certo, la piccola Udc che, quasi inesistente altrove, strappa il candidato nella quinta città d’Italia) e tutti pagano un prezzo.

«Alla fine – ha detto ieri sera un sarcastico vecchio saggio della coalizione - sarà il capolavoro di Dell’Utri: piazza Lagalla sindaco di Palermo e mette una seria ipoteca su Musumeci ricandidato alla Regione». Magari è una forzatura, ma rende bene l’idea.

Gianfranco Miccichè, funambolico trapezista che porta il patto con l’autonomista redento Totò Lentini in dote al tavolo in cui oggi si dovrebbe incoronare l’ex rettore candidato unico, perderebbe così la sua partita (interna ed esterna a Forza Italia) su Francesco Cascio. Se il leader mollasse, come si ritiene ormai scontato nella coalizione, sul candidato di bandiera, significherebbe la rinuncia alla prova di forza contro l’asse filo-musumeciano che ha già messo il cappello sull’ex assessore. Ma Miccichè è disposto a pagare questo pedaggio in cambio di due risultati cash. Il primo è aver sabotato la «pregiudiziale» di Fratelli d’Italia (finalizzare l’intesa su Palermo al via libera al bis del governatore uscente), sulla quale Ignazio La Russa - per Fdi è vincente la scelta di Lagalla, ma sul “pacchetto unico” è una resa - s’è battuto fino all’ultimo come un leone. Rafforzato dal plateale endorsement di Giorgia Meloni, domenica sul palco della kermesse patriota di Milano: «Un governatore uscente di centrodestra, capace, come Nello Musumeci, che intende ricandidarsi in Sicilia, non si manda a casa per fare dispetto a qualcuno, perché magari è troppo amico di Fratelli d’Italia». Se ne riparla dal 13 giugno, tenendo conto sin d’ora della posizione (che sembra la replica all’alleata-nemica) di Matteo Salvini: se su Musumeci «tre quarti della coalizione dice “no”, evidentemente c'è un problema. Quindi io devo capire i “no” e lavorare per ricomporre».

Scongiurare il derby Lagalla-Cascio, per Miccichè (questo il suo secondo guadagno immediato) e non solo, significa non essere costretti a contarsi a Palermo su due candidati, uno “governista” e l’altro alfiere dei No-Nello, col rischio di sconfitta irreversibile in chiave Regionali. Rinviando così tutte le scelte, magari risultati delle liste (anche di Messina) alla mano, al dopo-urne. Il che è un vantaggio non indifferente per il governatore, da un bel po’ convinto che «più tempo passa e più non potranno che scegliere me». Certo, i segnali che arrivano dal gruppo leghista vicino a Luca Sammartino non sono incoraggianti. «Invito la Meloni a venire in Sicilia in incognito, a girare per le strade e chiedere cosa pensano di Musumeci presidente e del suo governo, prima di dire che è stato capace», la provocazione del deputato regionale Carmelo Pullara, che scandisce a scanso d’equivoci: «Musumeci è inadeguato al ruolo di presidente della Regione e, ancora di più, di capo o garante di una coalizione».

C’è chi è comunque certo che lo scenario della seconda corsa verso Palazzo d’Orléans sia ormai delineato. Soprattutto per assenza di alternative all’orizzonte. E non è soltanto questione di sondaggi. Il segretario leghista Nino Minardo, indicato (e poi diplomaticamente cassato) nella prima versione della lettera mai inviata dai segretari siciliani ai tre leader nazionali di centrodestra, ora sembra molto meno propenso a spendersi in una campagna elettorale che partirebbe in estate e non a marzo, come lui avrebbe voluto per colmare il gap di notorietà. E il 44enne Minardo, che resta il nome in tasca di Salvini, sembrerebbe disposto a saltare un giro, accettando il bis dell’uscente, anche per non darla vinta al fronte interno dei leghisti ultras No-Nello. Certo, l’ultima parola spetterà al Capitano. Che ai suoi, ma anche a Miccichè al telefono, avrebbe consegnato una certezza: «Noi Musumeci non lo sosterremo». Dalla giostra di Palermo, la Lega, con Lagalla candidato di tutti, rischia di perdere il vice designato per Cascio, Alberto Samonà, ma non certo la faccia. «Noi dimostriamo di essere sempre per l’unità della coalizione», ribadisce Minardo.

Musumeci non si ferma. E dal palco patriota di Milano - su suggerimento di La Russa, dicono - ha provato a sminare il “fuoco amico”, con una riconoscente citazione di Raffaele Stancanelli (il “cavallo di troia” secondo alcuni: il vero «nome di sintesi» voluto da tutti, da proporre a Meloni in extremis) come cofondatore del movimento che domenica ha «consegnato a Giorgia».

Vincitori (come Totò Cuffaro) e vinti (come Saverio Romano), oggi si vedrà. A meno che, si sussurra a tarda sera, l’intesa su Lagalla non salti. Per una nobile ragione: la poltrona di vicesindaco. Che Miccichè chiede dopo averla promessa a Totò Lentini (o meglio: alla moglie-spin doctor del candidato autonomista, Paola D’Arpa), suscitando le ire degli alleati dell’ex rettore, a partire da FdI che a questo punto la rivendicherebbe, per Giampiero Cannella, come ricompensa per inghiottire l’unità posticcia senza il via libera a Musumeci. La stessa vicesindacatura - ragionano in area lombardiana - già alla base di una possibile convergenza di Lentini su Cascio, «in un ticket che potrebbe sempre battere Lagalla», poi saltata perché la Lega non ha rinunciato a Samonà (e invece ora lo farebbe), «costringendo Miccichè a consegnarsi alla Meloni».

Il colpo di scena finale, dunque, è ancora possibile. «Ora Gianfranco deve avere le palle per andare fino in fondo», sostengono alcuni suoi alleati. Se il leader forzista lo facesse, il rischio è che il tavolo della pace oggi si rompa. Così come l’annunciata unità ritrovata del centrodestra siciliano.

Twitter: @MarioBarresi

 

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