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Politica

Razza e la "confessione" di Falcone: «Le mie nomine? Tutte trasparenti. E su mia moglie assessore...»

L'ex assessore regionale alla Salute ha parlato dopo la polemica sollevata da Marco Falcone («Sette direttori generali delle Asp sono andati a Forza Italia»). E su Elena Pagana nella Giunta Schifani: «Io avevo idee diverse»

Di Mario Barresi

Avvocato Razza, l’assessore Falcone in pratica è reo confesso della lottizzazione della sanità nel governo Musumeci. E Miccichè ora invoca i pm...
«Il governo Musumeci ha compiuto una selezione che è andata ben oltre il decreto Lorenzin, che disponeva la selezione fra aspiranti manager dall’albo degli idonei nazionali. Abbiamo fatto un’ulteriore scrematura, basata su curricula, colloqui e giudizi personali, suddividendo gli aspiranti in quattro rose, perché non tutti possono amministrare le Asp più grosse che amministrano bilanci che ammontano anche fino a un miliardo».

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Ma Falcone parla di «sette direttori generali delle Asp», oltre che di altre nomine extra sanità, che Musumeci ha concesso a Forza Italia.
«Al netto della foga del contesto, bisogna distinguere le due cose. Quello che il presidente Musumeci si rifiutava di chiamare “sottogoverno”, preferendo la definizione di “governo minore”, è un ambito di nomine che la politica ha il diritto-dovere di fare. E il governo regionale le ha fatte basandosi sui criteri di competenza, onestà e gradimento delle forze politiche anche in un’ottica di rappresentanza territoriale. Tutte le scelte di alta amministrazione sono discrezionali, comprese quelle della sanità. Sulle quali, come le ho spiegato, noi abbiamo attuato un doppio filtro, senza avere un solo ricorso sulle nomine. Ragionando sempre in termini di meritocrazia e di risultati: un manager è stato rimosso dall’incarico e qualcun altro non sarebbe stato confermato se la norma stoppa-nomine votata dall’Ars non avesse bloccato il bando che avevo firmato. Quindi, per essere chiari: le nostre nomine nella sanità sono corrette, perché basate su giudizi motivati e criteri trasparenti».

 

 

Con lo stesso criterio di trasparenza, ci spieghi perché FdI ha scelto l’ex deputata Pagana, sua moglie, come assessore regionale.
«Il partito ha scelto la strada della rappresentanza territoriale. E nei partiti ci si sta rispettando le regole. Pensi che io avevo delle idee diverse...».

Perché allora non nominare lei in prima persona come assessore?
«È un’ipotesi che non è mai stata in discussione. Il partito ha scelto criteri precisi di rappresentanza».

I mal di pancia in FdI, quasi del tutto smaltiti, sono nulla a confronto della faida dentro Forza Italia. È una maledizione, il fuoco amico per chi sta a Palazzo d’Orléans.
«Senza girarci troppo attorno: il centrodestra deve uscire dalla logica di contrapposizione in un momento così delicato per la Sicilia. Sembra che non si riesca o non si voglia mettere da parte i personalismi. Non ha alcun senso e danneggia la qualità dell’azione del governo e del Parlamento».

Si riferisce all’ennesima stangata della Corte dei conti?
«Anche. Mi fa ridere, con amarezza, chi parla di fallimento dello scorso governo regionale. Posso dirlo: io c’ero, quando s’è lavorato senza risparmiarsi per ottenere la spalmatura decennale del disavanzo».

E lei, ci consenta la battuta, di spalmature se ne intende...
«Sa che mi fa venire in mente una cosa? Quell’intercettazione, che è uscita dal processo e per la quale ho provato molto rammarico, risale proprio ai giorni in cui eravamo in trincea sul tema del disavanzo e la parola “spalmatura” era di uso continuo. Ricordo l’impegno di tutti noi per riparare al disastro ereditato dal governo Crocetta, che non riuscì a quantificare il disavanzo vanificando la possibilità di accedere a una spalmatura trentennale. Ed ero dietro la porta di Conte, a Palazzo Chigi, quando chiamò i capidelegazione per affrontare la questione siciliana. Ero lì, quando l’allora premier, mai tenero col nostro governo, provò a portare in Cdm il decreto entro la fine dell’anno. Ed essendo lì mi resi conto che il Pd remava contro: telefonate degli esponenti siciliani ai ministri per non fare passare la norma, proprio mentre il senatore Schifani compulsava Conte per la ragione opposta. C’era chi remava contro e chi lavorava per la Sicilia».

Schifani ha ostentato la continuità con Musumeci. Non tutti l’hanno presa bene...
«Ma non può essere che così, visto che si tratta di governi di centrodestra. E ciò non deve fare arrossire Miccichè e altri, perché è un dato politico fisiologico. Vede, il vero tema è che la Sicilia non si può più permettere tutto ciò. Abbiamo davanti delle questioni cruciali e serve una visione precisa e unitaria. L’autonomia differenziata, della quale il vostro giornale s’è occupato diffusamente, non è soltanto una questione di perequazione e di livelli essenziali delle prestazioni. Per noi dev’essere l’occasione per affrontare e chiudere il contenzioso Stato-Regione. Con questioni enormi, come la compartecipazione al fondo sanitario nazionale. La nostra è la Regione d’Italia ferma alla percentuale più alta, senza alcuna retrocessione aggiuntiva di accise. A oggi in questa partita i siciliani hanno perso circa otto miliardi di euro. Senza dimenticare l’esigenza di rivedere proprio l’accordo sulla dilazione del disavanzo, imposto, anche se mi verrebbe da dire estorto, con dentro misure come il blocco delle assunzioni. Quell’accordo fu firmato nella consapevolezza che si sarebbe potuto rinegoziare con un governo meno ostile alla Sicilia. E quando parlo di ostilità non mi riferisco in quella vicenda al M5S, ma al Pd...».

E questo, col governo Meloni, è il momento giusto...
«È il momento giusto, ma non soltanto per questo. Guardi, a mio parere il contesto che stiamo vivendo è ideale, oltre che irripetibile. Sulla questione del fondo sanitario ho già discusso anche con il viceministro all’Economia, Leo. Adesso sono certo che sarà direttamente il presidente Meloni a interessarsi della Sicilia, una terra che ha dimostrato di amare, e un’idea potrebbe essere promuovere un tavolo interministeriale per affrontare il contenzioso Stato-Regione. Ma le dico di più: il ragionamento va esteso ben oltre, dal Pnrr ai rapporti con Anas e Rfi, mettendo dentro tutti i dossier di diretta responsabilità del governo centrale, con la stessa efficacia dimostrata sulla vicenda Lukoil. E questa, parlando da uomo di partito, è la sfida storica, epocale, che si trova davanti Fratelli d’Italia. Siamo la prima forza a livello nazionale e in Sicilia e ci dobbiamo comportare da tale: assumiamoci la responsabilità di prendere in carico l’intera “vertenza”. A Palazzo Chigi c’è un premier che ha molto a cuore la nostra Regione e in Consiglio dei ministri c’è la presenza di Musumeci, un’opportunità che ho come la sensazione che non sia ancora percepita come tale dal centrodestra siciliano».
Perché?
«Questo non lo so, ma mi viene da dire: seppelliamo ogni pregressa ostilità. Ma penso alle attese dei siciliani che non possono e non devono essere tradite. Altrimenti si dirà che la colpa è anche nostra».

Quanto le brucia non vivere questa congiuntura politico-astrale da assessore di Musumeci ancora presidente della Regione?
«Ognuno appartiene a una propria stagione, la mia era una diversa».

E qual è ora la sua stagione? Cosa sta facendo, cosa vuole fare?
«Quello che non ho mai smesso di fare: l’avvocato. Spero, se mi sarà consentito, di poter dare un contributo in termini di idee».
E la corsa a sindaco di Catania?
«Mi avevano inserito nel toto-assessori, ora siamo al toto-sindaco. Come vede porta male e non c’è in questo momento altra priorità per me che non sia l’impegno professionale».
Twitter: @MarioBarresi
 

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