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Recovery, per avere i fondi ora l'Italia deve mantenere gli impegni: lo “scoglio” dei decreti attuativi

È dentro i ministeri che gli ingranaggi legislativi e amministrativi rischiano di incepparsi

Di Gabriella Bellucci

Con il Recovery plan appena approvato dalla Commissione europea, il rispetto della tabella di marcia su riforme e investimenti è diventato perentorio per ottenere l'erogazione dei fondi. Entro fine anno, per esempio, bisognerà raggiungere cinquanta obiettivi (target), altri sessanta entro il primo semestre del prossimo anno, e così via fino al 2026. Una marcia a tappe forzate che presuppone un solido coordinamento tra governo e Parlamento, ma anche una notevole accelerazione del lavoro all’interno dei ministeri.

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E’ lì che gli ingranaggi legislativi e amministrativi rischiano di incepparsi, in ragione dei decreti attuativi previsti per l’applicazione effettiva di quasi tutte le leggi, comprese quelle che stanziano risorse. Da anni il problema ha assunto proporzioni ragguardevoli, portando ad un accumulo di arretrati che si trasmettono di governo in governo. Dall’inizio della legislatura, mancano all’appello il 54,3% dei decreti relativi al primo e secondo governo Conte, e il 95,3% di quelli previsti dal governo Draghi. 

Non a caso, su questo fronte, il premier ha già sollecitato i ministri a privilegiare norme "auto-applicative" (che non richiedono misure di secondo livello per poter essere messe in atto), e ha affidato al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli, il coordinamento attuativo con specifici criteri operativi. Si vedrà nei prossimi mesi se e quanto la “cura Draghi” riuscirà a incidere sulle farraginosità ministeriali.

Di sicuro, la base di partenza è impegnativa, come risulta dall’ultimo report di Openpolis, aggiornato al 18 giugno. Da inizio legislatura, i decreti attuativi previsti sono 1.279 ma ne sono stati licenziati 695. Di questi, 429 risalgono al Conte II, 124 al Conte I, e riguardano anche le rispettive leggi di bilancio. Dal suo insediamento, il governo Draghi ha inciso sul totale complessivo con 149 decreti previsti, solo cinque dei quali sono stati pubblicati, tra cui tre sui 32 del dl Sostegni. 

Un decreto che, al momento dell’approvazione, prevedeva 17 attuazioni, ma che in sede di conversione parlamentare è arrivato a 32: anche per questo, rispetto al mese di maggio, le attuazioni mancanti sono salite dal 53,8 al 54,3%. Complessivamente, il ministero più coinvolto è quello dell’Economia che, tuttavia, figura tra i più virtuosi: su 210 decreti accumulati dal 2018 ne ha emanati il 51%. Oltre la metà dell’opera è stata compiuta anche dal Lavoro, dall’Interno e dalla presidenza del Consiglio. Molto più indietro si attestano le Infrastrutture, con l’88,7% di attuazioni mancanti, la Transizione ecologica (una sola su 69), e lo Sport, trasformato da ministero in semplice delega con l'attuale governo, ma che non ha emanato alcun decreto sui 23 di sua competenza. 

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