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Politica

Regionali, Forza Italia e la fronda anti Miccichè: si decide ad Arcore

Al centro del dibattito interno il sostegno alla ricandidatura di Nello Musumeci alla Presidenza della Regione. Il commissario guida la fazione del "no", ma nel partito chi non ci sta esce allo scoperto

Di Mario Barresi

Chi comanda in Forza Italia? Sciogliere quest’interrogativo, alla vigilia del vertice fra Giorgia Meloni e Matteo Salvini (si farà entro mercoledì, forse oggi stesso), è decisivo per i destini elettorali siciliani. Con chi si schiererà l’alleato azzurro dopo il prevedibile redde rationem fra FdI e Lega sui candidati? Prevarranno le colombe col pizzetto o i falchi certi che «con lui perdiamo»? Domande insolute, in un partito che nell’Isola è tanto forte quanto dilaniato. La risposta, in altri tempi, avrebbe avuto un nome e un cognome: Silvio Berlusconi. E forse è ancora così. Nonostante gli 85 anni di un leader che sabato ha fatto sentire la sua voce alla riunione palermitana, di fatto un covo di anti-Musumeci nell’ufficio di Gianfranco Miccichè, chiudendo la telefonata con un «salutatemi l’amico Nello». Che ovviamente non c’era.
 

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 «Finché c’è Berlusconi, in Sicilia decide Gianfranco» è il sillogismo sperimentato negli anni, nel bene e nel male. E non è un caso che, al culmine dell’ennesimo scontro con chi non fa più mistero di volergli togliere il partito di mano, Miccichè stia per salire su un volo Palermo-Milano. Destinazione finale Arcore, per «respingere il venticinquesimo assalto in 25 anni da coordinatore regionale». E magari per riparlare di presenza col fratello-manager, Gaetano, non soltanto di questioni di famiglia. Bocca cucita, in una domenica in cui Marco Falcone (fra gli autodefiniti «pezzi grossi» assenti all’incontro di sabato con la senatrice Licia Ronzulli) sferra l’attacco finale: «Serve una riorganizzazione del partito in Sicilia, l’abbiamo detto al presidente Berlusconi». Cioè: Gianfranco, fatti da parte. Con l’accusa di una «linea ondivaga» che, dopo aver «provocato, nel tempo, la fuoriuscita di nomi di peso» acuisce il caos a Palermo, con l’udc Roberto Lagalla «sostenuto e mollato» dal leader regionale, che ripiega sul nome di Francesco Cascio, «portato» da Renato Schifani, «in dissonanza» con Miccichè. Il vero nodo è il no a Musumeci, fondato su «posizioni di retroguardia in ragione di ruoli prefissati» e «fughe in avanti».

Il presidente dell’Ars si affida alla raffica di reazioni dei suoi: dal capogruppo forzista Tommaso Calderone, ai deputati Bernardette Grasso, Daniela Ternullo, Luisa Lantieri e Michele Mancuso. Quest’ultimo è esplicito: «Invece di difendere candidature di altri partiti, perché non si pensa a sostenere quelle di Forza Italia?», chiede riferendosi al fatto che Miccichè è in campo da governatore. E poi - rivolto a Falcone, Gaetano Armao e Marco Zambuto - affonda: «Se creare spaccature serve solo a mantenere salda la propria poltrona, allora già che ci sono, che vadano a guadagnarsela altrove se ci riescono». È l’antipasto della sfida che si consumerà in settimana. La fronda anti-Miccichè è intenzionata a una prova di forza per sfiduciare il capogruppo Calderone, “reo” di essere fra i firmatari del ddl per congelare gli attuali manager della sanità, legando le mani al governo Musumeci sulle nomine pre-elettorali. Nella conta interna: si parte dal 6-6, decisivo il voto di  Mario Caputo.  In attesa del vertice  romano, più volte rimandato, degli oppositori interni con Ronzulli, ma soprattutto con i meno ben disposti Antonio Tajani e Maurizio Gasparri.Sullo sfonfo anche lla resa di conti sull’ingresso di Edy Tamajo e Nicola D’Agostino. 

 La tensione è alta. Miccichè risponde al telefono soltanto a pochissimi. Giusto per smentire le voci su un passo indietro anche futuro («Il suicidio non m’è mai piaciuto») e inquadrare gli ultimi eventi. Il lancio di Cascio («non certo proposto da Schifani, che faceva il  pazzo per imporre Armao») lo descrive come «scelta dovuta per proteggere il partito». Così motivata: «Meglio andare all’incasso subito su Palermo, visto che con Musumeci non si vincerebbe e quindi addio presidenza dell’Ars e assessorato alla Sanità». Una resa alla ricandidatura? Tutt’altro, vista la rassicurazione ricorrente: «Le decisioni si prenderanno qui». Sempre convinto del no al bis dell’uscente, «non per ragioni personali: per me sarebbe stato l’ideale se non fosse che non lo vuole più nessuno». E non è un «problema di dialogo» di chi, per pedigree familiare, è stato abituato a «parlare con Sciascia e Guttuso nel salotto di casa». Una questione personale, anzi «un colpo basso», è invece il blitz di Marcello Dell’Utri (un «fratello maggiore») innescato da Riccardo Gallo per perorare la causa di Musumeci, con tanto di benedizione del Cav al governatore dal cellulare dell’ex senatore condannato per mafia. Il che espone Miccichè alla battuta degli altri amici no-Nello sentiti in mattinata: «Il presidente tutto d’un pezzo affida il suo destino a tre sponsor d’eccezione: Dell’Utri, Cuffaro e Genovese. Come si cambia...».
Miccichè barcolla, ma non molla. Vola ad Arcore, allinea le sue truppe, sente di continuo gli alleati. Compreso Salvini, con cui «non sono mai stato così in sintonia come adesso». Pronto a gioire per la pronosticata «rottura con la Meloni», che «aprirebbe qualsiasi scenario».
Twitter: @MarioBarresi        

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