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Politica

Regionali, il paradosso di Stancanelli: «Io possibile candidato per gli alleati, ma vittima della cattiveria di La Russa»

Intervista con l'europarlamentare di FdI, da mesi indicato come possibile uomo di sintesi per il centrodestra

Di Mario Barresi

Onorevole Raffaele Stancanelli, non s’è stancato di rispondere «no comment» a chiunque la chiami per parlare di Regionali?

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«È da circa un anno che non rilascio interviste sul tema. Una mia scelta personale, di bon ton e di ordine politico».

Ma si parla da mesi di lei come candidato governatore.

«Non è mai esistita una mia autocandidatura. Anzi, alla proposta di disponibilità ricevuta ho sempre risposto che non poteva prescindere dalla mia volontà e da quella del partito».

Qui si arriva subito al paradosso. Gli altri alleati sarebbero stati  bendisposti, a non volerla è proprio il suo partito.

«Devo ringraziare innanzitutto il presidente Berlusconi e il senatore Salvini, nonché tutti i vertici dei partiti alleati, che hanno espresso in più occasioni, in pubblico e in privato, apprezzamenti per la mia persona, considerandomi un uomo di sintesi e di garanzia per tutte le sensibilità della coalizione. Purtroppo lo stesso ringraziamento non posso rivolgerlo a La Russa, che con una violenta ostilità e una pervicacia prossima alla cattiveria, ha sempre affermato che io non posso essere candidato».

Parli del diavolo... C’è un’agenzia di  La Russa che conferma il no su di lei: «È mio amico e spero rimanga tale», afferma.

«Dell’amicizia con La Russa, che anch’io consideravo solida, dopo le dichiarazioni di questi mesi incomincio a dubitarne. Ma, siccome vanno fatte considerazioni politiche, vorrei capire qual è la ratio per cui un candidato gradito a tutta la coalizione e che risolverebbe le controversie in cinque minuti, debba trovare l’opposizione proprio del suo partito».

Provi a spiegarlo  lei. Cos’è che ha Stancanelli di sbagliato per FdI?

«Posso dirle cosa non ho. Non ho alcuna condanna, tranne una sanzione amministrativa di 4mila euro da sindaco di Catania, regolarmente pagata, per responsabilità oggettiva, e La Russa sa cosa vuol dire, non per fatti criminosi o illeciti. Non sono “avvisato” e non mi pare di avere indagini in corso a mio carico».

Non ha risposto alla domanda: cos’è che non va in lei per il suo partito?

«L’unica contestazione che La Russa, in questa sua farneticante opposizione, mi ha fatto è che sono gli altri a volermi e l’iniziativa non è stata presa da FdI. Quasi come se fosse una mia colpa godere dell’apprezzamento e della stima non solo della stragrande maggioranza di base e dirigenti del nostro partito, ma anche degli alleati. I quali, e questo La Russa non lo sa, vedono in me non soltanto l’amministratore apprezzato, ma anche il dirigente politico capace di dialogare con tutte le forze riconoscendo le ragioni diverse. Inoltre, e ciò a La Russa sembrerà strano, ambienti politici e culturali diversi e  a noi ostili, che non ci voteranno mai, purtuttavia guardano a Raffaele Stancanelli con rispetto e stima».

Ma così sembra che sia una questione personale fra lei e La Russa. Che non è il “padrone” di FdI. Se c’è un niet su di lei, la leader Meloni lo condividerà...

«Purtroppo questa posizione di La Russa ha condizionato molto l’atteggiamento di Giorgia Meloni, che non ha ritenuto, nonostante le mie richieste, di dovermi incontrare per eventualmente chiarire o smussare angoli che non conosce».

Per FdI c’è anche la questione di principio su Musumeci. Lei fu il regista della candidatura nel 2017, ma poi ha rotto.

«Nell’ottobre 2021, con chiarezza e lealtà, ho espresso personalmente a Giorgia le mie perplessità sulla ricandidatura dell’uscente, con ciò non volendo condizionare per nulla le scelte del partito. Il tempo mi ha dato ragione, ma vorrei precisare che da allora non c’è stata alcuna mia dichiarazione o intervista sul tema. Me ne sono stato zitto e buono...». 

Ma Meloni s’è infuriata per quel pranzo con Miccichè e Lombardo a casa sua...

«Purtroppo qualche solerte informatore isolano ha colto a pretesto l’unica occasione in cui un cronista, a lei ben noto (e ride, ndr), ha riferito di quel pranzo a casa mia. Ricordo solo che eravamo a quattro giorni dalla sentenza di assoluzione di Lombardo e che Miccichè, col quale da vent’anni sono amico, mi chiese se potevamo incontrarci per festeggiare assieme l’esito giudiziario. Chi mi conosce sa bene che per me l’ospitalità è sacra, faccio sempre del mio meglio per accogliere chi viene a casa mia. In poche parole: non sono un tirchio, quindi qualcuno non può capire la genesi di quel pranzo, in cui fra l’altro mi fu chiesta la disponibilità alla candidatura. E io risposi come sempre: decide il mio partito».

 

 

A proposito di partito: quanto le brucia che, dopo aver provato invano a convincere Musumeci di entrare in FdI al 2-3% nel 2019 ed essere stato perciò cacciato da DiventeràBellissima, adesso se lo ritrova in casa come meloniano di ferro?

«Questi sono i paradossi dell’irrazionalità. È sicuramente nel pieno diritto del mio partito cambiare idea e lavorare per il bis dell’uscente. Ma ora siamo arrivati al punto di caduta. E mi chiedo: come si fa, a questo punto, accertato che nessuno degli alleati vuole la ricandidatura e dunque avere la lungimiranza di azzerare tutto e di iniziare un nuovo percorso con cui si possa trovare la sintesi su un candidato il più condiviso possibile?».

Ora s’è deciso di azzerare tutti i veti. Il candidato lo scelgono i leader a Roma...

«Un leader deve avere la capacità di comprendere in cinque minuti quando si presenta la soluzione più condivisa. I leader si assumono la responsabilità di trovare soluzioni ai problemi. E la coerenza si dimostra nella difesa dei valori e dei principi, non con i pregiudizi o le impunture».

Se togliesse la maglietta di FdI, avrebbe più chance di essere candidato...

«Al di là dei sofismi di Ignazio, io sono una persona seria. Qui c’è la mia formazione politica e culturale, comunque improntata al dialogo e non agli aut aut larussiani. E 30mila siciliani mi hanno eletto al Parlamento Ue nella lista di FdI. Per cui non potrei che continuare il mio percorso parlamentare, nei modi che mi competono, solo dentro il mio partito. Non mi tolgo la maglietta per essere candidato, se sono il nome di sintesi lo devo essere con la mia storia, con la mia esperienza e con il bagaglio della mia vita politica e amministrativa. Appartiene ad altri il metodo d’indossare all’ultimo momento una maglietta, che in tempi di magra s’era rifiutata, per poter conservare una candidatura. Ma di questo, purtroppo, La Russa non si rende conto...».

Donzelli, fra i meloniani più influenti, in una riunione di partito a Catania le tolse quasi la parola. «Chi è contro Musumeci si mette contro Giorgia», disse. Lei non ha mai fatto mistero di remare contro il bis del governatore. Ha messo in conto di essere cacciato da FdI?

«Mi ricordo di quel retroscena, tirato fuori sempre da un cronista a lei noto, magari imbeccato dai soliti solerti informatori interessati. Non penso che esista qualcuno che abbia l’autorevolezza o l’autorità morale per potermi espellere dalla mia storia».

Twitter: @MarioBarresi   

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