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Politica

Regionali, il silenzio operoso di Musumeci contro Miccichè con Falcone "ambasciatore"

Il governatore non ha pronunciato una sola sillaba dopo la sfida lanciata dal presidente dell'Ars che ha accettato la proposta di candidarsi alla presidenza della Regione. Ma ecco il suo vero piano

Di Mario Barresi

Nelle 37 pagine di verbale provvisorio della seduta con l’ultimo discorso di Nello Musumeci  all’Ars - quello della quiete prima della tempesta di Gianfranco Miccichè in campo - manca un pezzo.

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Quella «citazione di Dostoevskij» che il governatore ha evocato per difendersi dalle accuse, ostentandone l’autocensura: «Sull’inadeguatezza non voglio aprire polemiche, non vi leggo la frase per evitare polemiche». Qualcuno, fra gli inguaribili curiosoni del centrodestra, aveva ipotizzato che - viste le circostanze - l’aforisma potesse essere questo:

La tolleranza arriverà a un tale livello che alle persone intelligenti sarà vietato fare qualsiasi riflessione per non offendere gli imbecilli.

Sarebbe stato un clamoroso falso filologico, alimentato dal tam-tam social: la frase, secondo gli esperti, non è attribuibile allo scrittore russo. Ma La Sicilia, con la complicità di un colto esponente del Pizzo Magico, è riuscita a risalire alla citazione. Eccola:

Domani, domani tutto finirà!

E ora sembra questo sospiro, tratto da Il Giocatore, il senso della nuova strategia di Musumeci. Che non ha pronunciato una sola sillaba ufficiale, dopo la sfida sfacciata del leader di Forza Italia, in campo come candidato alternativo. Il governatore s’è limitato a far replicare DiventeràBellissima, che ha bollato con un desueto «fuor d’opera» l’iniziativa di Miccichè.

Ma quello del governatore è un silenzio operoso. Con un profilo smaccatamente basso, adesso, prova a distinguersi dallo stile del nemico, quello «delle alchimie, dei laboratori e dei teatrini della politica». Non stando certamente con le mani in mano. Oltre alla non smentita moral suasion su Arcore affinché venisse fuori, una «frenata» sulla «fuga in avanti» del presidente dell’Ars «in nome dell’unità del centrodestra» (intervento che però non è arrivato), da Palazzo d’Orléans si muovono diverse strategie parallele. La prima è «far finta di nulla». La seduta di giunta di sabato è stata «serena e molto proficua». Soprattutto su un aspetto che preme molto al presidente: la gestione dei fondi Ue, un forziere elettorale. Nessun accenno alla discesa in campo di Miccichè, nemmeno il consueto affettuoso sfottò all’assessore Tony Scilla: Musumeci «ha chiesto a tutti di lavorare sodo senza farsi condizionare». Riservato nei momenti collegiali, il governatore continua a sfruttare i faccia a faccia con i singoli assessori per lanciare messaggi agli alleati. Così come nel fuorionda dell’ultima conferenza stampa con l’assessore autonomista Antonio Scavone, destinatario dello sfogo sul «pesante intervento di Roberto Di Mauro all’Ars», tema su cui il governatore si sarebbe riservato di «parlare direttamente con Lombardo».

E poi c’è l’altra mossa. Legittima, ancorché scontata. Fare quadrato con i ribelli forzisti. Sfruttando il rapporto di estrema fiducia con Gaetano Armao (uno dei primi “volontari” per intercedere presso il Cav) e soprattutto con Marco Falcone. Quest’ultimo, nei prossimi giorni, incontrerà almeno 3-4 interlocutori di spicco delle altre forze del centrodestra: dalla Lega ai centristi dell’Udc, passando per l’Mpa e non trascurando nemmeno il tentativo di pacificazione fra il ColonNello e il meloniano Raffaele Stancanelli. Un attivismo talmente evidente che qualcuno è arrivato a pensare persino che ci sia stato un cambio di “ambasciatore” a Palazzo d’Orléans: l’assessore etneo di Forza Italia, noto per i suoi toni pacati e la capacità di dialogo, al posto del sempiterno spin doctor Ruggero Razza. Ma fonti azzurre ridimensionano la portata della faccenda: «Marco sta avviando un giro d'interlocuzioni per i fatti suoi, da esponente di spicco del partito. Certo, se poi la cosa favorisce pure la causa di Musumeci è pure meglio».

A proposito di faida forzista. Nei prossimi giorni è previsto un incontro chiarificatore fra Miccichè e i suoi nemici interni, in attesa di un summit romano con Antonio Tajani, Licia Ronzulli e Maurizio Gasparri. Alcuni dei quali non vogliono alzare il livello di scontro interno: «Gianfranco vuole candidarsi? Ci dimostri tre cose: che fa sul serio, che non è divisivo e che, sondaggi alla mano, è più forte di Musumeci». Certo, c’è pure chi - come Riccardo Savona e Riccardo Gallo - è convinto che il commissario regionale abbia tirato talmente tanto la corda da «rischiare di farsi davvero buttare fuori dal partito». Un’evenienza che alcuni mediatori proverebbero a scongiurare. In cambio di un compromesso: «Non devono più entrare Nicola D’Agostino ed Edy Tamajo». 

Intanto Musumeci e i suoi, in attesa del conforto dell’emissario di Giorgia Meloni (Giovanni Donzelli sarà a Palermo lunedì prossimo), marcano a distanza il nemico forzista nei movimenti di avvicinamento la Lega. «Può essere solo Salvini, magari in asse con Lombardo, a sabotare la ricandidatura di Nello», è la paura più diffusa. Non a caso proprio Nino Minardo è uno degli alleati in cima alla lista dei colloqui diplomatici di questi giorni. Ma il segretario leghista non sembra lasciare margini sulla rottura dell’asse, ormai evidente, con Lombardo e Miccichè. «Non è soltanto una questione politica - trapela dal quartier generale modicano - ma si tratta di rapporti, familiari e personali, di amicizia, stima e fiducia consolidati negli anni». Più chiaro di così...
Twitter: @MarioBarresi

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