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Regionali, intervista a La Russa: «Noi vogliamo vincere con Musumeci, gli altri mi fanno venire brutti pensieri...»

Il senatore catanese e  viceré meloniano: «Giorgia ad Arcore ha detto a Salvini e Berlusconi: “Dateci un altro nome”. E loro: “No, lo cerchiamo dopo...”»

Di Mario Barresi

Senatore La Russa, da paternese illustre, perché non fa tesoro della saggezza popolare?

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«In che senso, scusi?».

A Paternò c’è uno strepitoso modo di dire: «Muoviti fermo!». Potrebbe utilizzarlo nella “vertenza Musumeci”...

«E perché mai dovrei?».

C’è l’impressione che più Fratelli d’Italia pressa per il bis del governatore e più gli alleati si irrigidiscono.

«Ma che dice!? Il problema è esattamente l’opposto: bisogna fare presto. Anche per fugare un certo timore che noi cominciamo ad avere da un po’...».

Che Musumeci non sarà ricandidato?

«No. Noi temiamo che in fin dei conti qualcuno degli alleati non abbia la stessa priorità di vincere in Sicilia».

E cioè che qualcuno vuole perdere?

«Non sto dicendo questo. Dico che ci sono delle priorità. FdI ne ha due: vincere le elezioni come coalizione e fare un buon risultato di lista. Anche perché subito dopo ci sono le Politiche».

E per gli altri alleati non è così?

«Per loro magari è pure il principale desiderio. Ma non l’unico. Lega e Forza Italia hanno già sperimentato di stare al governo senza il centrodestra. È inevitabile pensare che per loro vincere tutti assieme possa non essere l’unica soluzione. E Salvini che a Messina ha rotto col centrodestra mi fa venire brutti pensieri...».

Lo dica chiaramente: sospetta che siano pronti a maggioranze alternative, magari partendo dalla Sicilia?

«Leggendo la strana intervista di Miccichè, per quello che vale, c’è l’ammissione di questo tipo di volontà. Ma sono certo che non è nella testa di Berlusconi né di Salvini, almeno come priorità. Ma a me resta il sospetto che qualcuno voglia far nascere in Sicilia un laboratorio per maggioranze diverse».

La legge elettorale delle Regionali prevede una scelta di campo. Lega e Forza Italia dovrebbero sedersi con Pd e  persino con il M5S. Rompendo con Meloni...

«O magari tirando talmente tanto la corda sulla scelta del candidato da farla rompere. Costringendo la Meloni a scelte conseguenti...».

E gli alleati avrebbero l’alibi perfetto: ha rotto lei.

«Non solo noi non intendiamo rompere, ma siamo risoluti nel non voler favorire il disegno di far vincere la sinistra».

Non è un’ipotesi fantascientifica...

«E per scongiurarla non dobbiamo sbagliare la scelta del candidato».

Che per voi dev’essere Musumeci...

«Noi siamo stati coerenti e leali. Anche nei sondaggi. Ne abbiamo fatti tre. E con gli alleati siamo stati chiari: quasi tutti i candidati del centrodestra unito vincerebbero, ma Musumeci è sempre quello col risultato migliore».

Il sondaggio che Berlusconi ha tirato fuori ad Arcore ha un esito diverso.

«Ma non ci hanno fatto vedere il paragone con gli altri! E se un candidato sotto attacco da parte di mezza Forza Italia e di gran parte della Lega   arriva a pari merito con la Chinnici, vuol dire che nel momento in cui viene meno l’ostracismo dei due partiti, Musumeci fa subito un balzo di dieci punti».

Ma gran parte degli alleati, soprattutto in Sicilia, non lo vuole.

«Per essere chiari: Giorgia e io, ad Arcore, abbiamo doverosamente chiesto a Berlusconi e Salvini, se hanno  un nome alternativo, di dircelo subito. E l’avremmo valutato assieme. Ci hanno detto: “Non ce l’abbiamo, la cerchiamo dopo”»

Dopo le Amministrative...

«Ma perché mai? Fra ballottaggi e tempo di chiudere le giunte, si arriva in piena estate. La nostra previsione è che, non avendo loro nomi all’altezza, si arriverà comunque a Musumeci. E perché dobbiamo arrivare ad agosto per  un accordo che possiamo chiudere subito, adesso, senza correre il rischio di un candidato depotenziato? Ci siamo passati con Fitto in Puglia: stravincente nei sondaggi, ha perso anche perché gli elettori della Lega hanno creduto ai loro dirigenti che dicevano: “Fitto non vince”. Una profezia che si autoavvera».

Ma i leader siciliani hanno dimostrato maturità nel trovare un «nome di sintesi» a Palermo. Perché quello che è successo con Lagalla non dovrebbe ripetersi nella scelta di  un candidato governatore che non sia Musumeci?

«Posso essere presuntuoso? Se una mossa del cavallo c’è stata, in questa vicenda, è stata la mia di far convergere FdI su Lagalla mentre tutti prendevano tempo. Questo è stato il passaggio decisivo: non vedo dove sta la maturità dei leader siciliani. Semmai è una prova d’intelligenza. La stessa intelligenza a cui mi appello per evitare che l’indicazione tardiva del candidato dia un vantaggio a sinistra e grillini. Qualcuno ad Arcore ha proposto di rivederci dopo sette giorni per un nome alternativo, ma ne dubito visto com’è andato quel vertice...».

Ma se vi rivedeste non ci sarebbe alcuna preclusione sulle alternative?

«Nessuna preclusione, ma ci devono spiegare perché fare una deroga alla regola dell’uscente ricandidato. Oppure presentarci un nome talmente forte nei sondaggi che ci convinca. Nessuna delle due ipotesi, secondo me, è plausibile».

Ma se, anziché i sondaggi, si utilizzasse il canone del consenso dentro la coalizione? Degli alleati poco motivati, senza voler scomodare scenari di voto disgiunto, hanno comunque un peso sulla bilancia elettorale...

«Il consenso fra i leader locali  non è misurabile. E non sempre corrisponde a quello dell’elettorato. Chi ha più voti? Miccichè o Falcone? Minardo o Scoma? O quello di Catania? Come si chiama? Ah, Sammartino! Tutto è opinabile».

Sono opinabili anche le accuse di chi sostiene che Musumeci non dialoga con gli alleati? «Se rivince non ci risponde più al telefono», dicono.

«Io non scarto nemmeno questo argomento che alcuni, non tutti, dei detrattori utilizzano. Mi dicono che “Musumeci non ci fa toccare palla”. Io ne ho parlato con lui di questa tendenza a essere accentratore. Gli ho detto: “Le cose devono cambiare”. E lui mi ha assicurato: “Sono pronto a cambiare”. Ma chi è attorno a lui mi dice che il record di Nello, cioè nessun avviso di garanzia in cinque anni, dipende proprio dal fatto che non ha fatto toccare palla a qualcuno. Non arrivo a dire che è per questo che non lo vogliono, ma qualcuno l’ha pensato. Anche perché arriveranno i soldi del Pnrr, ci sono cose importanti in ballo. E io mi sento tranquillo con un presidente che non promette onestà, ma la dimostra».

Magari qualcuno degli alleati si offenderà per questo passaggio...

«Allora mi spiego meglio, con una metafora calcistica: può darsi che Nello esageri nel dribbling e faccia poco gioco di squadra, ma prima di passare la palla deve essere sicuro che il compagno di squadra non faccia autogol».

E se ci fosse un candidato capace di far ritirare De Luca? Potrebbe essere un fattore decisivo...

«Nel nostro sondaggio, col centrodestra unito, lui va dal 3 al 6 per cento. Non è decisivo. Va dicendo che se c’è Musumeci si candida, mentre se non c’è forse no... Anche Salvini ad Arcore mi ha fatto questo ragionamento su De Luca e gli ho risposto: caro Matteo, tu della Sicilia non capisci nulla, De Luca non si ritira nemmeno se si candida il padreterno! Vuole che si spacchi il centrodestra per pesare di più. Ma il suo piano fallirà».

Dicono che lei ormai sia diventato più musumeciano di Musumeci. 

«Ma lui non è nemmeno di Fratelli d’Italia, pur essendo più vicino a noi di quanto non lo fosse cinque anni fa. Io, pur nella diversità di opinioni sul tema, sono più amico di Stancanelli che di Musumeci. Così come lo ero più di Nino Strano, quando scelsi Musumeci come segretario provinciale del Msi. Le racconto un aneddoto. Era il 1987 e Tatarella mi chiese un nome: io pensavo a Nino, persona splendida, ma gli dissi che c’era anche Nello. “Lo conosco meno, ma mi parlano bene di lui”. Chiamai Strano, ma lui era a Deauville. Scelsi Musumeci. Lui vinse. E da lì cominciò la sua carriera politica: l’elezione alla Provincia... e tutto il resto».

Domanda finale: se Meloni dovesse accorgersi che quello degli alleati su Musumeci è un muro invalicabile, cosa succederebbe? Andreste da soli con lui?

«Il muro è valicabile. Non ce n’è uno migliore, se ci fosse ce l’avrebbero proposto. E se non c’è  non è colpa nostra. Se noi diciamo “o Musumeci o morte” sarà lui il candidato, com’è successo cinque anni fa, che era più difficile di adesso. Giorgia disse: “Lui è il nostro candidato, chi vuole venire viene”. Per noi il punto  non è cambiare candidato, ma vincere con un risultato importante del centrodestra e di FdI. Non ho dubbi che si arrivi a un accordo. Ma voglio scongiurare che sia un accordo tardivo. E al ribasso».

Twitter: @MarioBarresi

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