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Politica

Regionali, la Lega "impallina" Musumeci: «Non è il nostro candidato»

Salvini accoglie la linea «unanime» dei big siciliani. E la notificherà a Meloni nell’imminente faccia a faccia. E ora che farà Samonà?

Di Mario Barresi

La Lega «non sosterrà la ricandidatura di Nello Musumeci». È il verdetto - secco, senza se e senza ma - del confronto fra i dirigenti siciliani e Matteo Salvini. Che ha fatto propria, condividendola, una posizione «espressa all’unanimità» da parlamentari europei, nazionali e regionali, sindaci e amministratori locali. E la rilancerà nell’imminente colloquio con Giorgia Meloni, che «a questo punto non è più rimandabile», nei prossimi giorni.

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Magari nel weekend, o al massimo entro metà della prossima settimana. Nel faccia a faccia il leader esprimerà la posizione netta contro il governatore uscente, «in un tavolo che non può essere separato dalle amministrative». In cui il Carroccio, «pur provando fino all’ultimo a evitare di rompere» , offrirà «a lei e alla coalizione» due nomi caldi: Francesco Scoma per Palermo e Nino Germanà per Messina.

Salvini ieri accoglie in una saletta riservata di Palazzo Madama la delegazione siciliana, come promesso di recente a Palermo, quando era stato sollecitato l’incontro per approfondire «un esperimento siciliano». Una strategia per superare le barriere politico-psicologiche di un brand che al di sotto dello Stretto può inibire qualcuno, aprendo sin dal voto nei comuni le liste - nella forma e nella sostanza - a quel modello «moderato e inclusivo» che piace tanto allo stesso leader. S’è parlato anche di questo, rinviando le scelte ufficiali a breve scadenza.

E poi il turn over di tutti i commissari provinciali in Sicilia. Il Capitano, «deluso» dagli scontri interni emersi nel suo ultimo viaggio giudiziario nell’Isola (veleni che gli sono continuati ad arrivare anche nel corso della disastrosa “campagna di Polonia”), chiede di «rimescolare le carte», con la scusa dell’incompatibilità del ruolo con chi vuole candidarsi all’Ars o a Roma.

Ma il tema del vertice diventa subito il complicato risiko elettorale. Così, dopo un’introduzione del segretario Nino Minardo (collegato in videoconferenza da Catania, assieme al capogruppo all’Ars Antonio Catalfamo e ai deputati Vincenzo Figuccia e Orazio Ragusa), si apre il fuoco su Musumeci. Con le accuse, tutt’altro che inedite, di «totale assenza di dialogo con gli alleati» e di «mancanza di rispetto nei confronti dell’Ars», ma anche con alcuni espliciti riferimenti al fatturato amministrativo. «Deludente» per molti, addirittura «fallimentare» nel giudizio dei più critici. E, nel susseguirsi degli interventi, emergono anche i presunti punti deboli: sanità, acqua e rifiuti, infrastrutture e turismo.

Sui «temi concreti» Salvini sollecita un’«efficace campagna» per «spiegare ai siciliani cosa vogliamo fare noi». In questo contesto, l’assessore regionale Alberto Samonà, fra i presenti a Roma, è costretto a uscire dall’evidente imbarazzo condividendo le «perplessità» sull’operato di presidente e giunta, pur nell’orgogliosa rivendicazione del «grande lavoro che sto facendo nei beni culturali, che tutti in Sicilia ci riconoscono». Certo, per «una questione di coerenza» con il gran rifiuto al bis dell’uscente, c’è anche chi - per non fare nomi: Luca Sammartino, che apre con la pregiudiziale dell’«è ora del dentro o fuori: Musumeci sì o no?» - propone a Salvini l’uscita del partito dal governo regionale. Una tentazione che non diventa ancora una decisione. Anche perché c’è chi sostiene che «a questo punto non conviene più essere noi a uscire, semmai ci butta fuori lui». Il segretario Minardo, nel suo discorso, aveva appena sottolineato «la necessità di rispettare il patto di coalizione fino alla fine».

Per l’addio al governo si aspetta magari l’esito del faccia a faccia con Meloni. Con Salvini pronto a notificarle la posizione che lui stesso sintetizza a fine incontro: su Musumeci «nulla di personale», perché resta il «rispetto» per una «persona perbene», ma «una questione politica». La Lega lo ritiene «un candidato perdente»: già «più debole della liste del centrodestra» nelle elezioni vinte nel 2017, oggi «il suo consenso è in forte calo» (contrariamente ai sondaggi diffusi) fra i siciliani.

L’altro argomento che sarà usato è che «anche gli altri alleati siciliani» condividono questa analisi. Salvini ne ha già discusso con Gianfranco Miccichè e Raffaele Lombardo, ma annuncia ai suoi che a breve incontrerà «anche gli altri amici siciliani». A partire da Totò Cuffaro e Saverio Romano, dopo il proficuo scambio di opinioni col leader udc Lorenzo Cesa.

Dunque, quella che Salvini ha l’ambizione di scaraventare sul tavolo con l’alleata patriota è «la posizione di tutto il centrodestra», al netto di FdI, DiventeràBellissima e di chi in Forza Italia non la pensa come Miccichè (che mercoledì ha respinto un blitz palermitano di Marcello Dell’Utri allo scopo di condurlo a più miti consigli), con un certo «ottimismo» espresso da fonti leghiste sulla posizione di Arcore.

Con la consapevolezza che, in un clima tesissimo al di là delle faccende siciliane, quella con Meloni sarà una partita a scacchi. Il Capitano condivide l’analisi di chi suggerisce che «lei fra Musumeci e Carolina Varchi sceglierebbe la seconda». Come se fosse quasi un’ammissione arrivata anche da qualcuno della controparte. Sembra sul pezzo, Salvini, quando ricorda che la deputata aspirante sindaco di Palermo «a Montecitorio siede fra Lollobrigida e Donzelli», veri dioscuri meloniani.

Ma, come in una mano di poker, questo è il momento di andare a vedere «le carte che Giorgia ha in mano». In un estremo tentativo di «tenere unito il centrodestra», ma col rischio calcolato di romperlo «se lei dovesse insistere su candidati perdenti», magari perché «anziché governare le interessa restare fuori» per continuare a crescere nei sondaggi. Figuccia ci mette la faccia: «La Meloni scenda dal piedistallo, non può avere il candidato a Palermo e alla Regione: sta giocando la sua partita e non pensa al centrodestra unito».

Alessandro Pagano minimizza: «Non ci credo nemmeno se lo vedo». Il deputato nisseno si dice «certo che a nessuno conviene giocare a rompere, perché in Sicilia, che, con tutto il rispetto, non è il Molise, si voterà a pochi mesi dalle Politiche e tutto il centrodestra ha l’interesse di vincere». In uno degli interventi più ascoltati della mattinata si adombra l’idea che «la Meloni vuole svuotare il contenitore di Musumeci per poi dirgli: “Mi dispiace, ho fatto di tutto per ricandidarti ma non ti vogliono”». Come se la fonte della dritta fosse interna a Fratelli d’Italia. 

Salvini ribadisce che la Lega «esprimerà la candidatura alla presidenza della Regione». In una trattativa «che si deve fare assieme a Palermo e Messina». Nell’agone Scoma e Germanà, i quali, se non dovessero avere un effetto-Duracell, saranno adeguatamente ricompensati. Fuorisacco il tema di Catania 2023, pur con la richiesta al segretario nazionale di «far pesare» a Meloni la circostanza che «il suo sindaco Salvo Pogliese ci ha di fatto cacciati dalla giunta comunale».

Il chiodo fisso resta Palazzo d’Orléans. Con quale candidato? La scelta naturale è Minardo, ieri più volte citato in questo contesto da Salvini. Che a Meloni però non consegnerà alcun nome alternativo a Musumeci, piuttosto la «certezza di una classe dirigente che in Sicilia può esprimere più di un candidato governatore». Una scelta «degna di un partito serio, che non brucia nomi, ma che lavora a soluzioni condivise e vincenti», rivendica l’ex assessore regionale Pagano, ormai veterano dei leghisti siculi, uno dei curriculum salviniani con le Regionali più nelle proprie corde.

Adesso bisogna aspettare. Le reazioni degli alleati, alcuni dei quali gongolanti già ieri dopo i report telefonici da Roma e da Catania. Ma soprattutto l’esito del vertice Salvini-Meloni. Un delicatissimo crinale, fra ragione (l’unità della coalizione) e sentimento (la reciproca voglia di resa dei conti), in cui non sarà secondario il sentiment efficacemente sintetizzato da un leghista senza filtro: «Ormai è chiaro che Matteo, di lei, s’è rotto la minchia da un bel pezzo».
Twitter: @MarioBarresi 

 

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