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Politica

Regione siciliana, in scena la “crisi più pazza del mondo” tra bluff e azzardi

Musumeci apre le consultazioni: oggi vertice etneo con Miccichè. Che poi pranzerà con Lombardo e Stancanelli

Di Mario Barresi

Sotto il Vulcano come all’Olimpico. Oggi Gianfranco Micicchè a Catania. E, in stile Pippo Franco nel celebre Il tifoso, l’arbitro e il calciatore, è prima metà romanista (vertice al PalaRegione con Nello Musumeci) in versione istituzional-dialogante per risolvere l’impasse del governo e subito dopo metà laziale (pranzo con i “due Raffaele”, Lombardo e Stancanelli) per stringere i tempi sul «nuovo candidato governatore del centrodestra». Miccichè, per la cronaca, è juventino. Sfegatato.

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È tutto vero. La doppia scena, fra palazzi delle istituzioni e tavole imbandite, ci catapulta nel bizzarro copione di un altro film: La crisi più pazza del mondo. La situazione è precipitata subito dopo l’ammutinamento di almeno 13 deputati della maggioranza all’Ars sul voto a Musumeci fra i grandi elettori del Quirinale. Il governatore, davanti a una strada che persino un assessore ad alta fedeltà definisce «sempre più stretta», prova a riprendere in mano il navigatore. Sfruttando a suo favore i tempi, ora dilatati, dell’azzeramento della giunta.

Per adesso niente vertice plenario, ma incontri one-to-one. È partito, come in ogni crisi che si rispetti, il giro di consultazioni: domani, a Palermo, incontro col centrista Saverio Romano; poi, a seguire gli altri alleati. Ma il summit più delicato è il primo: oggi, con il leader di Forza Italia. La proposta iniziale era un “triangolo” chiarificatore, alla presenza di Ruggero Razza. «No, Nello: se mi dici così allora partiamo col piede sbagliato», la risposta del presidente dell’Ars. E così è un faccia a faccia.

 Un’ora di confronto - secondo quanto trapela - un incontro «franco, cordiale e costruttivo».  In cui magari Musumeci avrà esplicitato a Miccichè l’ ultimatum già diffuso ieri dai suoi. «Le incomprensioni possono essere occasione per chiarirsi e rilanciare. Noi, certi che le cose che uniscono sono molto, ma molto di più di quelle che ci dividono, ci stiamo lavorando», ci dice Giusi Savarino, portavoce di DiventeràBellissima. Ma la deputata regionale, dicendosi «certa che  riusciremo a trovare ancora una volta, insieme, la sintesi migliore», ammonisce gli alleati-traditori: «Se buona volontà e nervi saldi non dovessero bastare, ci ritroveremmo a scelte politiche alternative, che prefigurerebbero scenari inediti: dal “governo del presidente” a elezioni anticipate, tutte al vaglio».

Ed è quest’ultima - soprattutto in caso di Politiche nel 2022 - la vera arma di Musumeci. Che, con la medesima sprezzante platealità, ha prima minacciato a Sala d’Ercole e poi smentito su social e giornali di aver mai pensato di lasciare. «È dal 15 dicembre che c’è quest’idea», giura il componente dello staff di un assessore già pronto a fare gli scatoloni. E infatti le dimissioni, oltre a essere l’unico scenario che atterrisce gli avversari (nella coalizione, ma anche nel centrosinistra: tutti ancora in cerca di un candidato), sono tutt’altro che un fuggevole scatto d’ira.

 

 

Sono in tanti, nella maggioranza, a essere disposti a giurare che la parola «dimissioni» sia stata pronunciata, prima dal deputato musumeciano Giorgio Assenza come deterrente ai complotti già alla vigilia della seduta all’Ars; e ripetuta, col tono sacrale stile “Muoia Nello con tutti i filistei”, dall’assessore Razza dopo il patatrac con tanto di appuntamento alle urne: «Ci vediamo il 12 aprile». Che poi è un martedì. Con quei «volantini già pronti» evocati dal presidente in pubblico, altro indizio di una strategia “MasaNello” tutt’altro che improvvisata. Per l’altra opzione, il governo dei fedelissimi, preavviso a tutti i sei deputati di #Db e sondaggi telefonici con dirigenti regionali, attuali ed ex.

Ma Musumeci prima proverà a percorrere l’accidentata via maestra: il patto politico e il rimpasto per incollare i cocci. Chiedendo ai partiti - e quello di Miccichè sarà il primo - un «dentro o fuori». Mentre ha già giocato, grazie alla pervicace complicità di Manlio Messina, il jolly con Giorgia Meloni: la incontrerà, assieme ai vertici siciliani di FdI, dal 23 in poi, nei giorni della lotteria del Colle e non subito dopo l’«agguato» attribuito a Lega e Forza Italia; come Musumeci avrebbe voluto e come il reale interesse di una leader nazionale ad assoldare un governatore (uscente e, magari, rientrante) avrebbe suggerito.

 

 

Oggi fra i due presidenti non c'è stata quindi rottura finale, né pace sincera. Anche perché Miccichè, subito dopo, ha l'incontro - a tavola - con Lombardo e Stancanelli. «A casa del più ospitale dei due», è la battuta che filtra. Un vertice di cui già da giorni è informato il segretario regionale della Lega, Nino Minardo. Che sarà il quarto commensale “virtuale”. In tavola ottimo vino e zero convenevoli. «Subito dopo il voto sul Quirinale dobbiamo essere pronti a indicare ai leader nazionali della coalizione il nome per il dopo Musumeci», lo scopo non più inconfessabile.

 

 

Twitter: @MarioBarresi

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