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Politica

Il voto in Sicilia, nel Centrodestra in crisi tre under 45: Minardo, Varchi, Siracusano

La suggestione pre summit Salvini-Meloni: il leghista  in lizza alla Regione, la meloniana Varchi a Palermo e la forzista Siracusano a Messina. Musumeci conta sui sondaggi, incognita Fi. Lombardo: «Ora l’armonia»

Di Mario Barresi

La situazione - per il centrodestra siciliano  - è grave, ma non è seria. E, oggi più che mai, è legata ai burrascosi rapporti fra i leader nazionali. La scelta dello schema di gioco (e dei candidati) per le Regionali e le Amministrative a Palermo e Messina, dipenderà da un confronto fra chi in questo momento non si parla nemmeno. E quindi la Sicilia potrebbe essere il calumet della pace  oppure l’oggetto della rottura. Ne discuteranno nei prossimi giorni - come confermano fonti di entrambi i partiti a La Sicilia - Giorgia Meloni e Matteo Salvini in un bilaterale di disgelo in cui si affronterà il tema delle sfide elettorali del 2022. Sul tavolo  la reciproca convenienza a non rompere il giocattolo del centrodestra «unito e vincente», ma anche una spietata concorrenza fra i due.

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 Variabili che condizioneranno la partita a scacchi sulla Sicilia. Con una suggestione, non ancora una mossa, al centro degli ultimi  chiacchiericci romani di ieri mattina. Uno scambio fra Lega e Fratelli d’Italia: il segretario regionale del Carroccio Nino Minardo in pista per Palazzo d’Orléans  e la meloniana doc Carolina Varchi candidata a Palermo, con una robusta compensazione per Forza Italia, che, oltre alla presidenza dell’Ars (con piena soddisfazione di Gianfranco Miccichè), incasserebbe la candidatura a Messina, con l’alto gradimento per la deputata Matilde Siracusano. Il tutto, ragionano i sostenitori di questa «quadratura del cerchio», con un «reale ricambio della classe dirigente»  e«i quarantenni finalmente protagonisti».


Ma la questione generazione sarebbe più l’effetto che la causa del nuovo equilibrio. La conferma di un vecchio accordo (e cioè che il candidato alla Regione spetta a Salvini), togliendo dall’imbarazzo Meloni su Nello Musumeci. «Giorgia non si assumerà la responsabilità di rompere il centrodestra per lui», sostengono i patrioti siciliani più in contatto con la leader. Che otterrebbe un doppio risultato. Il via libera sulla giovane deputata, «vera amica», a Palermo (benedetta da Lega e Autonomisti), ma soprattutto un credito da utilizzare a medio termine, a marzo 2023,  nel Lazio, per Francesco Lollobrigida, capogruppo alla Camera oltre che cognato di Meloni. La forma più evidente di queste subentrate pulsioni si nota nel progressivo calo di ardore, negli ultimi giorni, da parte di Ignazio La Russa, finora delegato meloniano a sostegno della causa di Musumeci. Il chiarimento in casa FdI, comunque, arriverà da lunedì. Con il responsabile Enti locali, Giovanni Donzelli, che terrà a Catania  incontri separati con le delegazioni provinciali. Un metodo, contestato da qualcuno, per evitare deriva plebiscitarie del confronto sul tema più caldo: le liste in comune con DiventeràBellissima.      


Per arrivare al tridente Minardo-Varchi-Siracusano (o quanto meno al tandem fra i primi due) ci sono però alcuni passaggi da consumare. Il primo e più delicato riguarda Musumeci. Il cui bis,  «naturale» per Meloni che lo ripropone agli alleati come scelta unitaria,  dovrebbe a quel punto essere scongiurata in versione solitaria, con «un’uscita di scena più che dignitosa e una sostanziosa ricompensa politica a Roma per il suo movimento». Ma chi conosce bene il governatore sa quanto  la tentazione di provarci comunque (alimentata da sondaggi che danno la sommatoria di FdI e Db prima forza in Sicilia al 26%) sia forte. E ciò nonostante l’esito del tour diplomatico di Marco Falcone. L’assessore forzista ha visto Raffaele Lombardo (sabato scorso a Catania) e Minardo (lunedì a Modica), ricevendo da entrambi una netta chiusura sul “Musumeci 2”. E non è un caso che, dopo le missioni, il governatore si sia intrattenuto fino a tarda notte  col suo stratega Ruggero Razza. Nella stanza presidenziale di un PalaRegione di Catania deserto, oltre alla definitiva presa d’atto dell’ostilità dei leader siciliani, anche l’idea che la candidatura ufficiale di Cateno De Luca, che giura di non ritirarsi più di fronte a nessun nome del centrodestra, toglie un’arma ai detrattori del governatore. «Il problema De Luca non è più legato a Nello, ma ci sarebbe con qualsiasi candidato», sostengono dal Pizzo Magico. Con una sfida lanciata già a qualche alleato: «Mettiamo alla prova il gradimento di Musumeci e di tutti gli altri nomi alternativi e vi accorgerete che vince sempre lui». Se i numeri tornano, non fa una grinza.


Poi c’è la variabile impazzita: Forza Italia. E non soltanto per l’incertezza sulla linea di Silvio Berlusconi (o di chi per lui) nel tavolo Meloni-Salvini sull’Isola. Ma anche per i travagli nel partito siciliano. Miccichè, in lizza da governatore, ha incontrato i suoi contestatori a inizio settimana. Strappando, oltre a un chiarimento con Riccardo Savona su questioni palermitane, una tregua complessiva fino a martedì prossimo (il 22 è confermato il vertice romano con  Antonio Tajani, Licia Ronzulli e Maurizio Gasparri, tranne che non sia confermata la voce della positività dello stesso Miccichè al Covid) ma non il green pass per partecipare all’annunciato incontro con Salvini. Ragioni di opportunità: il Capitano «non risponde alle telefonate di Berlusconi da una decina di giorni». Ma dietro l’altolà c’è un’altra istanza romana: «Gianfranco, fino al chiarimento sullo strappo siciliano, non può rappresentare il partito in un incontro con Salvini». E così il presidente dell’Ars - sempre più ben disposto nei confronti di Minardo, ma allo stesso tempo indomito sognatore del “piano B” trasversale incarnato negli ultimi giorni dalla pazza idea di Patrizia Monterosso in campo - s’è preso qualche giorno di pausa rispetto all’iperattività degli ultimi tempi. «Ma alla fine - confida ai suoi - tutto andrà come penso io».


L’ufficio del gruppo senatoriale della Lega, mercoledì, s’è aperto a Lombardo, accompagnato da un sornione Roberto Di Mauro. Un incontro finalmente alla luce del sole. Alla firma del patto federativo, nel dicembre 2020, la leggenda vuole che fosse pure presente l’ex governatore all’epoca invischiato nel processo per mafia dal quale è stato assolto. Salvini s’è complimentato per gli esiti giudiziari (scherzando sull’ultimo: «Pure il processo per detenzione di armi ti sei fatto!») e Lombardo non gli ha fatto pesare nessuno dei «fastidi» avvertiti negli ultimi mesi. «Bisogna ritrovare l’armonia della coalizione - il laconico commento del fondatore dell’Mpa a La Sicilia - convocando presto un tavolo in cui devono sedere tutti, per primo Musumeci». Non gli sono fischiate le orecchie perché presente al vertice romano: Minardo è la scelta di Lega e Autonomisti.


E qui arriviamo all’ultimo pezzo della filiera della “rivoluzione degli under 45”. (anche se Siracusano  ha ancora 35 anni e Varchi 38). Il deputato 44enne di Modica è pronto ad assumersi l’onore-onere della corsa per Palazzo d’Orléans? A giudicare dal moltiplicarsi di telefonate e messaggi degli ultimi giorni, anche da parte di big con i quali non aveva mai avuto rapporti finora, le sue quotazioni fra gli alleati sono in crescita. Del resto, come confida anche uno degli assessori più leali a Musumeci, «se la coalizione decidesse di non puntare più su Nello, senza valorizzare i grandi risultati del governo regionale, dovremmo fare una campagna elettorale basata su un candidato di discontinuità».

Se fosse Minardo avrebbe però bisogno di partire quasi subito, anche per recuperare quanto prima il gap di notorietà. Il diretto interessato, interpellato ieri sera di ritorno da un’intensa settimana romana, continua a ripetere il suo mantra: «Sono pienamente soddisfatto di fare il parlamentare nazionale e il segretario regionale della Lega in Sicilia e continuo a ripetere a me stesso e agli altri che dobbiamo occuparci principalmente della crescita della nostra regione e sul piano dei rapporti politici è prioritario preservare l’unità della coalizione di centrodestra». Non c’è che dire: se è davvero lui, il candidato, ha già imparato bene l’arte del celarsi.
Twitter: @MarioBarresi

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