Province, “un pesce di nome Wanda” per l'ultimo tentativo della riforma e i racconti romani a Palazzo d'Orlèans
Lunedì vertice regionale di maggioranza, ma c’è già la data del voto di secondo livello: il 27 aprile
Le care vecchie Province - per chi nel centrodestra siciliano crede ancora di riesumarle anzitempo - sono ormai diventate un pesce di nome Wanda. Come Wanda Ferro, sottosegretaria meloniana all’Interno, che sta limando il testo di un decreto legge sugli Enti locali. È l’ultimo pertugio dove poter infilare le speranze (altrimenti destinate altrove) di una deroga nazionale che consenta di rinviare per l’ennesima volta le elezioni di secondo livello, aprendo la strada alla riforma dell’Ars sul voto diretto di presidenti e consiglieri. Il piano, infatti, prevede di inserire nelle norme del dl Ferro l’ormai famigerato emendamento-ciclostile dei parlamentari siciliani (dichiarato inammissibile in commissione Bilancio della Camera nell’ambito del decreto Emergenze) per consentire alla Regione la “rottamazione” della legge Delrio prima che nel resto d’Italia.
L'ostilità di FdI
Ma più che una strada, trattandosi di Sicilia, è una trazzera impervia. Per ragioni di tempo, innanzitutto. E soprattutto per l’ostilità di un pezzo importante di Fratelli d’Italia, a cui gli alleati addebitano il fallimento del blitz a Montecitorio. Renato Schifani è ormai certo del preciso nesso politico fra i franchi tiratori che affossarono la sua riforma all’Ars e i “rematori contro” che hanno boicottato l’emendamento firmato da tutte le forze della coalizione tranne FdI. Il governatore ha ricostruito la filiera delle responsabilità sul recente stop in commissione Bilancio, il cui presidente (forzista) Giuseppe Mangialavori aveva dato il visto di ammissibilità all’emendamento sulle Province siciliane, bocciato invece da Mauro Rotelli, presidente (meloniano) della Ambiente. «Un atto dovuto», si sono giustificati ai piani alti di FdI. Tirando fuori la tesi, plausibile dal punto di vista tecnico e politico, che «il tema delle Province non c’entrava nulla con l’oggetto del decreto, che erano le emergenze, fra cui la siccità», ed evocando il Quirinale che «sull’uniformità delle norme è diventato inflessibile». Ma si dà il caso che a Palazzo d’Orléans siano arrivati un paio di interessanti racconti romani. Il primo è una riunione, proprio alla vigilia del voto in commissione, fra i big di Via della Scrofa e alcuni esponenti siciliani di spicco; l’altro riguarda l’input che il presidente (leghista) della Camera, Lorenzo Fontana, avrebbe rivolto, davanti a testimoni, ai vertici delle due commissioni interessate: «La norma sulla Sicilia si può fare». Episodi che accreditano la tesi dell’imboscata di FdI sulle Province.
"La forzatura inutile e rischiosa"
Ma perché allora dovrebbe passare ciò che è stato bocciato? La speranza (non solo di Schifani) è riposta in una «riflessione in corso» nel partito della premier. All’interno del quale resta rigida la posizione di chi (soprattutto l’ala musumeciana e la corrente di Paternò) ritiene «una forzatura inutile e rischiosa» l’anticipazione del voto diretto nell’Isola. Ma nei Fratelli di Sicilia, oltre alla neutralità di alcuni big (fra i quali il vicecapogruppo alla Camera, Manlio Messina), si registra la spinta, fra gli altri, del senatore Salvo Pogliese e del deputato Luca Cannata, macchine elettorali rispettivamente a Catania e Siracusa. E la vera novità sarebbe il ripensamento di una discreta parte del gruppo all’Ars, compresi alcuni dei deputati che bocciarono, protetti dal voto segreto, la riforma del governo regionale. Fra gli ulteriori elementi di riflessione ci sarebbe una simulazione del voto nei collegi uninominali siciliani alle scorse Politiche: col campo largo unito, molti seggi sarebbero andati al centrosinistra. Una ragione in più, poste le garanzie ai deputati regionali in carica sui competitor nei territori, per «compattarsi ancora di più», sfruttando gli scranni di presidenti, assessori e consiglieri provinciali (magari con l’“aiutino” di Cateno De Luca a Messina) come prova generale per la coalizione nell’ultimo voto prima delll’election day 2027.
Il confronto con Piantedosi
Ma pesa il fattore tempo. Schifani, profondo conoscitore delle liturgie parlamentari romane, s’è già confrontato con il ministro Matteo Piantedosi: impossibile rispettare in Senato (dove il dl Ferro non è ancora arrivato) la deadline del 28 febbraio, dopo la quale il governo regionale deve indire le elezioni di secondo grado. Impensabile che in Parlamento passi prima il decreto con dentro la norma ad hoc per la Sicilia. Tant’è che a Palermo circola già una data concreta: urne aperte, ma soltanto per sindaci e consiglieri comunali, il prossimo 27 aprile.
Ma gli ottimisti più inguaribili, trovando sponda fra le colombe di FdI, hanno una strategia estrema. Quasi disperata, ma ancora possibile: piazzare l’emendamento nel decreto Ferro e aspettare l’iter parlamentare; nel frattempo la Regione indirà comunque le elezioni “indirette”, con la possibilità di cancellarle, anche ai primi di aprile, in caso di un via libera nazionale. Per oliare questo marchingegno c’è l’impegno del leghista Luca Sammartino, vice in pectore di Schifani nonostante la sospensione, che martedì prossimo dovrebbe volare a Roma. Il giorno prima, alle 15, a Palermo è previsto un vertice regionale di maggioranza. Temi: Province e sottogoverno. Sarà il momento di una resa dei conti nel centrodestra sull’ennesimo flop. Oppure l’ultima occasione utile per trovare un accordo da sottoporre ai leader nazionali.