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L'ANALISI

Schifani fra brindisi e fibrillazioni assortite: ecco il “borsino” delle elezioni con vista sulla Regione

Dal caso Falcone al pressing pro Chinnici su Tamajo. Nel Pd la rivincita di Lupo, anima anti-Barbagallo. Ecco chi esce più forte dalle urne e chi indebolito

Di Mario Barresi |

Se la campagna elettorale delle Europee in Sicilia fosse una serie di Netflix, l’ultima scena del finale di stagione sarebbe quella in cui Marco Falcone, ieri mattina, visualizza sul display del cellulare il nome di Marcello Caruso. Il coordinatore regionale di Forza Italia, fido scudiero di Renato Schifani, si congratula con l’assessore che ha incassato oltre 100mila preferenze. La reazione è gelida: «Grazie del pensiero, ma siete in ritardo: abbiamo fatto una campagna elettorale da soli contro tutti. E il nostro risultato parla da solo…».

La nuova stagione della serie sicula (ieri già la prima puntata post spoglio) parte con un’altra scena sul filo del telefono. Stavolta è Edy Tamajo, supereroe forzista con oltre 120mila voti, a ricevere una chiamata. Dai vertici nazionali azzurri, che gli sollecitano «una scelta da uomo di partito»: fare un passo di lato, lasciando lo scranno a Caterina Chinnici, prima dei non eletti con oltre 93mila suffragi, capolista a cui Antonio Tajani «tiene moltissimo». Una rinuncia non facile, visto che l’assessore alle Attività produttive è il siciliano più votato in assoluto (secondo nelle Isole solo a Giorgia Meloni, surclassata pure Elly Schlein), ma lui continua a ripetere il mantra dell’intervista a La Sicilia: «Deciderò assieme a Tajani e Schifani».

In mezzo a queste due scene c’è il dato più importante: l’azzurro di cui è colorata la regione nella mappa trasmessa sin dall’alba in tutte le maratone tv. Forza Italia, con il 23,73%, è il primo partito in Sicilia. E Schifani brinda in duplice veste. Da leader del partito e da presidente della Regione, visto che la coalizione va oltre il 51%. «Qualcuno si aspettava che il campo largo di sinistra potesse sfrattarmi dopo le europee, invece gli elettori hanno confermato il buon governo portato avanti finora», dice a TgCom24.

Due fronti

Non fa una grinza. Ma da ieri Schifani deve gestire due diversi fronti. Che s’incrociano. Il primo riguarda gli equilibri dentro Forza Italia, che nei 355.666 voti incassati in Sicilia, oltre a quelli del titanico derby degli assessori, deve computare i contributi di Mpa, Dc e Noi Moderati. Come dire: voti uno, paghi tre. Raffaele Lombardo (big sponsor di Chinnici), che rivendica «l’apporto determinante» e un silenzioso Totò Cuffaro (sostenitore del centrista Massimo Dell’Utri, ma tracciato un flusso di “aiutini” in direzione Tamajo: con Bernardette Grasso è la «terzina ad excludendum» di cui si lamenta il leader autonomista) sono pronti a passare all’incasso. Il secondo tema caldo, già preventivato, è il rimpasto in giunta. A partire dagli assessori Forza Italia: con Falcone in volo per Bruxelles, chi rappresenterà l’anima non schifaniana del partito? Magari il capogruppo all’Ars, Stefano Pellegrino. Se Tamajo restasse a Palermo potrebbe essere promosso, come da accordi, alla Salute (al posto di Giovanna Volo), con una nomination in giunta per Nicola D’Agostino. In ogni caso l’assessore all’Economia (all’Ars gli subentrerà Salvo Tomarchio, assessore a Catania) pretende che il suo «progetto politico» sia tutelato.

Il rimpasto

Il rimpasto intreccia i risultati degli altri alleati. Fratelli d’Italia, pur masticando amaro per il sorpasso forzista, con il 20,19% siciliano (terzo peggior risultato a livello nazionale, dopo Campania e Trentino, uniche province meloniane Ragusa e Trapani) festeggia i due eurodeputati: la conferma dell’uscente Giuseppe Milazzo in tandem con Ruggero Razza, che ha vinto con 18mila voti di distacco la stracittadina contro Massimiliano Giammusso. Quest’ultimo, pupillo del senatore Salvo Pogliese, è il più votato a Catania, ma viene battuto dall’asse “arancino-arancina” (per citare il siparietto rivelato da Ignazio La Russa) fra Milazzo e Razza. Con quasi tutti i big siciliani a fare il “sandwich” con Meloni in mezzo. Strategia vincente.

E ora, soprattutto a Palermo, c’è chi sibila la messa in discussione dei coordinatori regionali: Pogliese, «solo contro tutti» con Giammusso, e Giampiero Cannella, freddo sull’ex assessore alla Salute di Nello Musumeci e più esplicito per Giusi Savarino che per Milazzo. «Il tema non è in discussione», ribattono da Catania.

In discussione, però, c’è l’assetto di FdI nella giunta: con l’elezione di Razza dovrebbe uscire, per “motivi di famiglia”, la moglie Elena Pagana (proprio Savarino, 22mila voti alla mano, è pronta a subentrare), in forse Francesco Scarpinato, che con Schifani non s’è mai preso. Il centrista Ignazio Abbate, generoso con Tamajo, povrebbe entrare in quota Dc, mentre Lombardo, con Roberto Di Mauro intoccabile, chiede il secondo assessore.

A uscire più forte dalle urne è Luca Sammartino. L’ex vicepresidente leghista ha fatto una campagna elettorale controcorrente: l’inchiesta per corruzione a Catania, le dimissioni, il “brand” salviniano che non tira più, l’investimento su un candidato (Raffaele Stancanelli) esterno al partito. Scommessa vinta: l’uscente ex meloniano, con 44mila voti, è l’unico a battere Roberto Vannacci, primo in tutte le altre circoscrizioni. E così il 7,47% della lista “made in Sammartino” (l’oppositrice Annalisa Tardino, eurodeputata uscente, si ferma a quota 15mila) consolida le leadership leghista, in cui l’assessore Mimmo Turano, con 18mila voti (più del messinese Nino Germanà) mette un’ipoteca sulla conferma in giunta. Sul ritorno di Sammartino, che aspetta l’esito del ricorso contro la sospensione dalla carica disposta dal gip di Catania, se ne riparlerà a fine mese. In coincidenza col “tagliando” di Schifani.

Le opposizioni

Tre seggi vanno alle opposizioni. Anche il Pd, come FdI, in Sicilia registra un risultato (14,35%) inferiore rispetto alla media nazionale: dieci punti. Ai dem (che eleggono Peppino Lupo: una doppia rivincita, su Chinnici, non rieletta, che lo additò fra gli impresentabili e su chi nel partito la assecondò non candidandolo all’Ars nel 2022) non riesce il sorpasso sul M5S. Che brucia 370mila voti rispetto alle Europee 2019 e resta sotto i pronostici dei sondaggi, penalizzato dal pesante astensionismo. I grillini si consolano con il trionfo di Giuseppe Antoci (oltre 61mila voti, di gran lunga il primo, doppiando il più accreditato rivale siciliano, Patrizio Cinque, primo nella piattaforma degli attivisti) e con il 16% che consente di restare la prima forza d’opposizione.

Ma il coordinatore Nuccio Di Paola (quarta, con 21mila voti, la sua candidata gelese, Virginia Farruggia, proposta in coppia con l’ex presidente del Parco dei Nebrodi) dovrà cambiare strategia. Perché lo scenario nazionale, con Giuseppe Conte in affanno, e i risultati siciliani sbandierati dal segretario regionale dem Anthony Barbagallo («recuperati oltre due punti rispetto ai dati delle ultime Politiche e Regionali»), ridimensionano i 5stelle siciliani. Nonostante Antonello Cracolici, su LiveSicilia, parli di «battuta d’arresto in Sicilia». Barbagallo rivendica comunque «l’onere di costruire un’agenda di alternativa a Schifani coinvolgendo le reti civiche che hanno contribuito a rimettere in sintonia il partito con la società». Si riferisce forse alla necessità di tenere dentro Pietro Bartolo (l’uscente sconfitto) e Lidia Tilotta, la civica da oltre 36mila voti.

Ma per fare ciò Barbagallo dovrà assumersi la responsabilità di aprire la stagione congressuale, dopo che quasi tutto il gruppo dell’Ars ha sostenuto Lupo anche per mettere in crisi la segreteria regionale. A farne le spese è stato Antonio Nicita, vicecapogruppo al Senato (quarto a mille voti da Bartolo), che denuncia «le resistenze e le chiusure, in Sicilia, della vecchissima politica di un pezzo della deputazione regionale nonché di logiche asfittiche di contrapposizione e bande, prive di respiro e innovazione», con piccata replica del capogruppo all’Ars, Michele Catanzaro a Tgs: «Accuse ingenerose e di cattivo gusto».

Il grande sconfitto

In ogni caso, nel campo larghissimo si registra la «grande sconfitta» autoproclamata da Cateno De Luca. Che, dopo le suppletive al Senato nel collegio Monza-Brianza, colleziona un altro flop al di sopra dello Stretto: la lista Libertà resta inchiodata all’1,22% nazionale. E anche in Sicilia il leader di Sud chiama Nord segna il passo: il 7,67% è ovviamente lontanissimo dai dati delle Regionali, ma inferiore anche alle Politiche. “Scateno” mantiene il suo zoccolo duro territoriale: primo a Messina città e provincia. Ma, da aspirante candidato governatore, perde potere contrattuale. Non sarà più lui a dare le carte, tanto più dopo l’affermazione di Avs (4,8% il dato siciliano), da dove è già arrivato il veto del segretario siciliano di Sinistra italiana, Pierpaolo Montalto, all’alleanza con ScN.

A proposito di gauche: il seggio nelle Isole, in dubbio fino all’ultimo, va virtualmente a Ilaria Salis con Mimmo Lucano a seguire. Ma le due icone della sinistra dovrebbero optare per altre circoscrizioni. E così sarebbe eletto Leoluca Orlando. In quota Verdi, con la tentazione di uno scherzetto di Si frenata dagli accordi pre-elettorali: ognuno sceglie il seggio a casa propria. E così l’ex sindaco di Palermo torna a Bruxelles vent’anni dopo l’exploit con La Rete. Con un retrogusto di godereccia vendetta: il seggio di Avs è scattato proprio a scapito del secondo del Pd. Che non aveva voluto candidare l’intramontabile Orlando.

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