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Sergio Costa: «Così salveremo la Sicilia da veleni e rifiuti ma scordatevi il Ponte sullo Stretto»

Di Mario Barresi |

Sergio Costa, ministro dell’Ambiente, l’ultimo sequestro di quattro insediamenti al Petrolchimico di Siracusa ripropone il tema di controlli più efficaci sulle emissioni inquinanti. C’è qualcosa che doveva essere fatto e che non è stato fatto?

«Quando arriva la magistratura è sempre troppo tardi. C’è sempre qualcosa che poteva essere fatto e non è stato fatto. Il lavoro che stiamo portando avanti è proprio questo, mattoncino dopo mattoncino: lavorare alla prevenzione e ai controlli. Dobbiamo costruire il nostro piano di azione affinché non si arrivi più ai sequestri e alla misura repressiva».

Il governatore Musumeci, sul nostro giornale, ha di recente lanciato la sfida di una “Sicilia green”: riconvertire, sul modello di Gela, anche Milazzo e Siracusa. Confindustria e i petrolieri non l’hanno presa bene. Lei è d’accordo sul punto di partenza e cioè che quel modello di industrializzazione oggi ha bisogno di un “tagliando”?

«Si tratta di un progetto che ci vede impegnati insieme ai ministeri dello Sviluppo economico, dell’Ambiente e delle Infrastrutture, all’Anpal, alla Regione Siciliana, al Libero Consorzio di Caltanissetta e al Comune di Gela. Vigileremo per fare in modo che le iniziative imprenditoriali presentate siano in grado di sostenere l’economia locale e tracciare un percorso di sviluppo sostenibile».

Come si potrà raggiungere un equilibrio fra industria e ambiente, fra sviluppo e salute?«Le sfide da cogliere per un modello di sviluppo economico e sociale nel rispetto dell’ambiente riguardano la riduzione dell’inquinamento, la salvaguardia della biodiversità, il contrasto al consumo del suolo e la prevenzione del dissesto idrogeologico, per il quale abbiamo di recente stanziato oltre 44 milioni di euro solo per la regione Sicilia. E poi ancora sul fronte dei rifiuti il passaggio sempre più netto a un modello di economia circolare che ne preveda la netta e progressiva riduzione».

Sempre a proposito di aree industriali siciliane: a che punto sono le bonifiche che annaspano da decenni?«Tutte le bonifiche dei Sin stanno scontando un ritardo cronico. Stiamo lavorando per semplificare e velocizzare le procedure. In particolare vogliamo imprimere una forte accelerazione alle bonifiche nei tre Sin (Siti di interesse nazionale, ndr) di Gela, Milazzo e Priolo, per la messa in sicurezza dei suoli, della falda, dei terreni, delle aree marine, procedimenti senza dubbio complessi ma per i quali l’impegno del dicastero è e sarà massimo. E, oltre a velocizzare i processi di bonifica, ci adopereremo per dare piena attuazione a progetti come quelli che abbiamo recentemente approvato per Milazzo: cinque progetti di dragaggio in aree portuali e due progetti di bonifica e messa in sicurezza dei suoli, tra i quali il “Progetto di messa in sicurezza operativa” della Raffineria di Milazzo».

Seppur senza i picchi polemici delle scorse settimane resta in primo piano il contrasto Lega-M5S sulla Tav. Ma la stessa distanza fra i due alleati c’è sul Ponte sullo Stretto. Il sottosegretario cinquestelle Dell’Orco ha risposto al governo regionale in modo netto: non si farà. Ma un altro sottosegretario, il leghista Siri, ha parlato subito dopo di «opera utile», dicendo che il contratto non è «immutabile». Lei considera il discorso sul Ponte definitivamente chiuso? «Per quanto riguarda la questione Tav, ritengo che l’analisi costi-benefici sia una buona notizia per l’ambiente. Da tempo la controproposta al Tav è di rafforzare la linea ferroviaria esistente: il ministro Toninelli sta infatti puntando alla cura del ferro non solo in Piemonte ma in tutta Italia. Per le merci, ma anche per noi tutti: meno auto, meno gomma, più treni. Ma veniamo al tema Ponte sullo Stretto: su questo posso dire che sicuramente non è previsto nel contratto di Governo, e ritengo che continuare a tirarlo in ballo possa solo contribuire a distogliere l’attenzione dai problemi veri della Sicilia e del sud Italia».

Un tema molto di attualità è quello delle trivellazioni. Lei è arrivato a minacciare le dimissioni contro un emendamento definito “gattopardesco” dai Verdi, che sostengono che fra le 15 autorizzazioni comunque ineluttabili ce ne siano quattro in Sicilia, una in mare e tre sulla terraferma. Ora c’è la minaccia del maxi-risarcimento delle industrie petrolifere. Quello dello stop alle trivelle è forse uno dei più chiari segnali di discontinuità del governo del cambiamento. Riuscirete a tenere il punto?«È nostra intenzione farlo e stiamo lavorando per questo anche ad esempio con una serie di provvedimenti per ampliare le tutele dei nostri mari. Proprio in questi giorni ho firmato una direttiva alla Commissione Via Vas affinché nell’esame tecnico delle concessioni valutino anche altri elementi come ad esempio lo smaltimento dei rifiuti prodotti, la loro quantità, la contabilità fiscale del materiale estratto, e le reali garanzie affinché possa essere ripristinato lo stato dei luoghi. Condurre il Paese verso la defossilizzazione non solo è scritto nel contratto di governo ma è una necessità non derogabile per il pianeta».

Il governo ha invece bloccato il progetto del termovalorizzatore nella Valle del Mela, che secondo i dati dell’Arpa è la zona più inquinata della Sicilia. I cittadini e il comitato del no possono dormire sonni tranquilli? È davvero una partita chiusa?«Sì. Sulla combustione del termovalorizzatore c’è una Via negativa. Resta la centrale attualmente in esercizio, che però è tra quelle per le quali è appena stato disposto il riesame e che dovrà adeguarsi a breve ai nuovi standard comunitari».

Ma l’Isola, in perenne emergenza rifiuti, ha comunque bisogno di infrastrutture che chiudano il ciclo. Anche il presidente nazionale di Legambiente, parlando di «sindrome Nimby istituzionale», sottolinea la necessità di impianti al Sud.«La situazione della gestione dei rifiuti in Sicilia è stata caratterizzata negli ultimi anni da continue criticità ed emergenze, legate tanto alla carenza di adeguati impianti di smaltimento dei rifiuti quanto ai bassissimi livelli di raccolta differenziata. Attualmente sono stati individuati gli interventi e le risorse necessarie per il superamento dell’emergenza. Interventi che riguardano la realizzazione di nuove vasche di discarica, di impianti di compostaggio e l’invio dei rifiuti fuori regione, attività che per essere compiute in tempi utili richiedevano poteri straordinari del Commissario senza i quali si sarebbe potuta manifestare una emergenza sanitaria e ambientale. Il ministero dell’Ambiente si occupa di monitorare l’avanzamento di questi interventi e il rispetto del cronoprogramma».

C’è ancora l’ipotesi di dover spedire l’immondizia all’estero?«L’invio dei rifiuti fuori del territorio regionale è stato inserito tra gli interventi che il Commissario delegato all’emergenza avrebbe dovuto attuare per far fronte, nell’immediato, all’esaurimento delle discariche siciliane. Il presidente della Regione ha quindi attuato una serie di misure per mitigare l’esaurimento delle discariche,  con il potenziamento della raccolta differenziata da parte dei Comuni e prevedendo che quei Comuni che non avessero raggiunto il 30 % di raccolta differenziata e non si fossero dotati di un serio programma per raggiungere questo obiettivo, avrebbero dovuto procedere all’invio dei rifiuti fuori Regione a proprio carico. Ad oggi ci risulta che nessun Comune abbia attivato questa procedura e la percentuale di raccolta differenziata sul territorio regionale si è portata al 35,4%».

La Regione, sbandierando dati della differenziata in crescita, annuncia a breve un nuovo piano rifiuti. Come giudica la situazione siciliana? «La Sicilia, secondo gli ultimi dati dell’Ispra, è la Regione più in ritardo sulla gestione dei rifiuti, sebbene stia dimostrando come detto poc’anzi un grande impegno nell’incremento della raccolta differenziata. C’è ancora molto da fare, e l’adozione di un nuovo Piano regionale di gestione dei rifiuti conforme al diritto europeo è sicuramente un primo passo. Accanto al Piano è importante anche che la Regione approvi una nuova legge di governance del settore. Tra le priorità del Governo regionale dev’esserci un forte impegno per la raccolta differenziata e la realizzazione delle infrastrutture necessarie, dalle isole ecologiche comunali agli impianti di compostaggio».

Lei, da uomo di Stato prima ancora che da ministro, ha già dimostrato di essere molto più consapevole di tanti altri del “link” strettissimo fra mafia e rifiuti. Un business che in Sicilia – lo scrivono le commissioni parlamentari, ma anche i magistrati in tante inchieste – è più che mai fiorente. Come si possono togliere le mani di Cosa Nostra dalla gestione dei servizi ambientali?«Storicamente la gestione dei rifiuti sul territorio regionale è stata basata essenzialmente sullo smaltimento in discarica in impianti gestiti da privati. Puntando sulla raccolta differenziata e sul riciclo effettivo dei rifiuti si comincia quindi a mandare in crisi il settore che più ha giovato della continua situazione emergenziale della Regione».

Anche decine di impianti eolici in Sicilia sono rimasti a lungo bloccati. L’ex governatore Crocetta denunciava infiltrazioni mafiose. Il governo vuole investire su questo settore?«Secondo gli obiettivi che ci siamo prefissati, il parco di generazione elettrica subirà una importante trasformazione da qui al 2030, con la previsione di un ampio ricorso alle fonti energetiche rinnovabili. Il maggiore contributo deriverà principalmente da fotovoltaico ed eolico e permetterà al settore di coprire il 55,4% dei consumi finali lordi con energia rinnovabile, contro il 34,1% del 2017. In particolare per l’eolico si prevede un forte incremento della capacità installata che raddoppierà passando da 9.766 MW di potenza registrata nel 2017 a 18.400 MW nel 2030».

Quindi il governo crede nello sviluppo dell’eolico.«Certamente. Per il raggiungimento degli obiettivi al 2030 sarà necessario non solo stimolare l’installazione di nuova capacità produttiva, ma anche incrementare quella esistente attraverso investimenti di revamping e repowering dei vecchi impianti con macchine più evolute ed efficienti, sfruttando la buona ventosità di siti già conosciuti e utilizzati, e limitando di conseguenza l’impatto sul consumo del suolo».

L’Assemblea regionale siciliana votò nella scorsa legislatura una legge sull’acqua pubblica, che fu in gran parte bocciata dalla Consulta. Ora il dibattito in Sicilia sembra finito. Non sarebbe il momento di mettere ordine in un settore in cui gli unici a non guadagnarci, in termini di bollette e di qualità del servizio, sono i cittadini?«Il tema dell’accesso universale all’acqua, del governo pubblico e partecipato della risorsa, rientra tra gli obiettivi politici e strategici del Ministero dell’Ambiente. Per quanto riguarda l’accesso all’acqua, l’Italia sta fortemente sostenendo la proposta della Commissione Europea di introdurre il tema dell’accesso universale all’acqua come diritto fondamentale per tutti i cittadini, una proposta che nasce dagli esiti dell’iniziativa dei cittadini europei sul diritto all’acqua, “Right2Water”. Per quanto concerne il governo pubblico e partecipato dell’acqua, è in discussione proprio in questi giorni, presso la Commissione Ambiente, il testo di riforma del Servizio Idrico Integrato, che punta ad assicurare un governo pubblico e partecipato e una gestione interamente pubblica del servizio, a garantire l’accesso gratuito all’acqua a tutti i cittadini ad un quantitativo minimo vitale di 50 litri al giorno per abitante, a portare avanti la riforma del regolatore nazionale con il passaggio in capo al Ministero dell’Ambiente delle competenze di regolazione tariffaria, controllo e vigilanza del settore, attualmente attribuite ad Arera».

Che ruolo giocheranno, in questo contesto, gli enti locali?«Se questa riforma verrà approvata, l’assetto di governance, regolazione e controllo del Servizio idrico integrato sarà profondamente cambiato. Ma resterà saldo il ruolo degli enti locali, responsabili di programmare e pianificare gli investimenti e garantire un servizio di qualità al giusto prezzo».

A proposito di giusto prezzo: di recente le multinazionali delle acque minerali in Sicilia hanno alzato la voce per i rincari dei canoni, storicamente irrisori, applicati dalla Regione.«In merito alle acque minerali, purtroppo la competenza non è in capo al Ministero dell’ambiente, ma la proposta di legge sul servizio idrico integrato contempla anche l’aumento dei canoni per lo sfruttamento delle acque minerali».Twitter: @MarioBarresiCOPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA