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IL RETROSCENA

Sicilia, si fa strada il Partito di Schifani per “proteggere” il governatore: il patto segreto sull’asse Cardinale-Lombardo-Minardo

L'esigenza di tutelare il presidente «per non fargli fare la fine di Musumeci». Poi può nascere un nuovo soggetto

Di Mario Barresi |

«Bisogna tutelare Renato, creargli una barriera protettiva per evitare che faccia la fine di Musumeci». L’esigenza, fra i fedelissimi del governatore, era emersa ben prima del kafkiano sdoppiamento del gruppo di Forza Italia all’Ars. Una strategia che, certo, tiene conto delle mine disseminate da Gianfranco Miccichè sul terreno della Regione. Ma che va ben oltre, ipotizzando un asse trasversale fra «persone che hanno a cuore la tenuta del governo di centrodestra e il futuro della Sicilia». Con un progetto politico ancor più ambizioso. A medio termine.

E così, con uno schema fluido che passa dalla difesa al contropiede, nasce l’idea del “partito del presidente”. Naturalmente non all’insaputa dello stesso Renato Schifani, che avrebbe sussurrato l’argomento anche a qualcuno dei suoi interlocutori nello scorso weekend  romano. A proposito di Città Eterna: è proprio in via delle Quattro Fontane che c’è il primo incrocio di questa ingarbugliata rete. Due degli appartamenti di un elegante palazzo, con vista su piazza Barberini, sono di proprietari siciliani: Totò Cardinale e Nino Minardo. Ma, al di là dello status di vicini di casa, l’ex ministro democristiano e il segretario regionale della Lega hanno forti legami familiari. E ora sono  i fautori non forzisti di questa sorta di “club Schifani”.

Cardinale è uno degli spin doctor più ascoltati a Palazzo d’Orléans: l’ex presidente del Senato, in piena campagna elettorale, è stato l’ospite d’onore  nella tenuta di Mussomeli alla kermesse che sanciva il ritorno del patron dei diversamente renziani di Sicilia Futura nel centrodestra. E c’è la regia dello stesso Cardinale nell’emancipazione di Edy Tamajo (intoccabile nella lista degli assessori, poi nominato alle Attività produttive) dalla sfera d’influenza di Miccichè, che lo aveva accolto in Forza Italia sfidando i mugugni palermitani. Sfilare  “Mr. Preferenze” al nemico è stata una mossa decisiva per la formazione della giunta. E l’allievo di Lillo Mannino non ne fa mistero. «Ma io sono solo uno che da consigli disinteressati alle persone a cui voglio bene», si schermisce Cardinale quando gli amici lo definiscono «il Lumia di Schifani».

In questa partita gioca un ruolo decisivo anche Minardo. Vittima sacrificale dell’Opa ostile di Luca Sammartino dentro la Lega sicula, il deputato di Modica tace sul gelo calato fra lui e Matteo Salvini. Ma, nel Trasatlantico di Montecitorio, più volte negli ultimi giorni ha ripetuto la sua intenzione di «riprendere il percorso di aggregazione di civici e autonomisti siciliani, bruscamente interrotto a causa delle elezioni anticipate, ma anche di alcuni veti interni alla Lega».

Il riferimento, chiarissimo, è alla rottura del Capitano con Raffaele Lombardo: la federazione fra Lega e Autonomisti è naufragata, anche perché da Via Bellerio è arrivato un rifiuto alla diabolica «doppia candidatura a incastro» che avrebbe blindato il seggio dell’ex governatore al Senato. Il fondato sospetto, in ambienti tanto leghisti quanto autonomisti, è che sia stato proprio Luca Sammartino a convincere Salvini a dare il benservito a Lombardo. Che adesso, per ragioni antropologiche oltre che vulcaniche, condivide con Minardo la crociata contro il vicepresidente della Regione, nuovo leader carismatico salviniano nell’Isola.

E dunque il presidente della commissione Difesa alla Camera, sempre più insofferente dentro il Carroccio, è l’anello di congiunzione ideale fra Cardinale e Lombardo, che considera entrambi «amici e maestri di politica». Minardo, in sintonia con i due politici coi baffi, è pronto a sondare il terreno con deputati regionali, attuali ed emeriti, sindaci e amministratori locali. Nella lista dei contatti: leghisti che «non vogliono morire sammartiniani» (nel Sud-Est, ma anche nell’Agrigentino e a Palermo),  “cellule” lombardiane in sonno ed ex di Sicilia Futura. Ma non solo: interesse e curiosità arrivano da ambienti centristi, fra renzian-calendiani confusi e pecorelle smarrite dell’Udc, oltre che da malpancisti di FdI  e persino da «attuali esponenti delle opposizioni» all’Ars. Anche Totò Cuffaro, in veste di persona informata dei fatti, osserva l’evoluzione della vicenda. «Ma io una casa ce l’ho: ed è la Nuova Dc», la pregiudiziale espressa. Ma «non è una presa di distanza», precisa chi lo ha sentito.   

La prima destinazione naturale del “partito di Schifani” è Palazzo dei Normanni. Proprio all’Ars, balcanizzata da consolidati istinti vendicativi di Miccichè e nuovi rancori dei delusi di FdI, si consoliderebbe questo nuovo soggetto, «moderato e garante dell’unità del centrodestra». Con lo scopo collaterale di sottrarre il governatore dai «tentativi di inglobarlo» messi in atto da FdI, che rivendica – per bocca di Ignazio La Russa, ma non solo – l’imprimatur sulla candidatura di  Schifani. Ed è proprio all’Ars che gli interessi dell’asse Cardinale-Lombardo-Minardo trovano piena coincidenza con quelli dei forzisti anti-Miccichè. Il leader continua a detenere il simbolo del partito: il suo gruppo, 4 deputati sui 13 eletti,   si chiamerà “Forza Italia – Berlusconi Presidente”. Come dire: il Cav si fida sempre e solo di me, qui comando ancora io. Gli altri 9 volevano chiamarsi “Forza Italia con Schifani”. Un lapsus che avrebbe forse mostrato carte che devono restare coperte: allora meglio “Forza Italia all’Ars”, un compromesso in attesa di carte bollate o di bolle papali da Arcore. Oppure un depistaggio sul piano del nuovo super gruppo schifaniano. Fra gli azzurri di Sala d’Ercole i più convinti, oltre all’assessore cardinalizio Tamajo, sarebbero Gaspare Vitrano e Riccardo Gennuso (che ha ereditato lo scranno dal padre Pippo, in ottimi rapporti con Minardo). Marco Falcone, fra i più intimi frequentatori di Palazzo d’Orléans, preferirebbe vincere la partita «dentro il partito», ma se lo sfratto di Miccichè non dovesse riuscire sarà in prima linea. Assieme a (quasi) tutti gli altri, a partire da Riccardo Gallo, che aggiorna in tempo reale un altro big sponsor del governatore: Marcello Dell’Utri. Silente, ma non dissenziente.

Alcuni spifferi del progetto sono già arrivati a Roma. E Schifani sarebbe stato consultato da Giorgio Mulè, fra i pochi dell’area di Licia Ronzulli, santa protettrice miccicheiana, a mantenere un dialogo cordiale col governatore. Che  rassicura il suo partito, dal quale uscì nel 2013 per rientrare cospargendosi il capo di cenere dopo la “fuitina” alfaniana: «Io sono e resto in Forza Italia». Ma i suoi fedelissimi – magari più realisti del re, forse  animati da istinti personali – non si fermano. Questa “Cosa Biancazzurra”, su cui campeggerà la faccia rassicurante di Schifani, deve nascere. E nascerà. All’inizio come vigilanza armata per proteggerlo dalle trappole di Miccichè e dalla tracotanza dei meloniani. Prima una conta muscolare all’Ars, dove «potremmo diventare il gruppo più numeroso, con 15-16 deputati», rivelano. Poi, dopo la campagna d’inverno a Sala d’Ercole, l’ipotesi di intese ed esperimenti  alle elezioni amministrative del 2023. E infine – pur molto distante, in fondo al tunnel della diaspora dinastica di Forza Italia e dell’emorragia di voti della Lega – l’ambizione più grande: esportare il modello fuori dall’Isola. Con la speranza che almeno ci risparmino la banalità del luogo comune della “Sicilia laboratorio”.

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