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I grani antichi: storia e curiosità dell' “oro” di Sicilia

Di Redazione

La Sicilia è da sempre considerata la terra del grano. È di derivazione greca il mito di Demetra, che grazie al suo sorriso rendeva, per una parte dell’anno, il territorio siciliano fertile e rigoglioso. 
Nelle zone interne e centrali dell’Isola si trovano ampi terreni utilizzati, sin dall’antichità, per la coltivazione  dei cosiddetti “grani antichi”. Questa denominazione non è esattamente una definizione corretta, infatti sarebbe meglio identificarli come grani “autoctoni” perché si tratta di sementi che, per la stragrande maggioranza, identificano la nostra identità e  la nostra appartenenza.

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Il ciclo del grano è un ciclo lungo, faticoso e laborioso. I contadini di un tempo ne sapevano qualcosa: si inizia con la semina, dopo avere preparato il terreno, per proseguire poi con la pulizia e l’estirpazione delle erbacce. È con il sole rovente che si da il via alla racconta, la mietitura, un tempo eseguita esclusivamente a mano. 
Solo dopo questa lunga serie di lavori si giunge alla macinazione, seguita dall’eventuale “abburattamento”. Si ottiene così una grana sottile colore oro, che a seconda dei semi originari può assumere diverse denominazioni come “perciasacchi”, “russello”, “senatore Cappelli”, “tumminia o timilìa”, “maiorca”. È con quest’ultimo che le sapienti mani di abilissimi pasticceri riuscirono a preparare pan di Spagna spumosi e gonfi, destinati a d essere riempiti di finissime creme di ricotta.

 

 

Sicilia, a capo tavola i grani antichi dell'Isola


Ogni grano ha una sua curiosità. Il soprannome che è stato dato alla semente  “russello” deriva dal colore rosso -“russeddu”, che si contrappone al “senatore Cappelli”- “u frummmientu ru sinaturi”, chiamato così per vanto politico. Fu un grano molto apprezzato da subito perché dava un ottima resa, ma finì per essere dimenticato a causa delle sue dimensioni piuttosto alte che richiedevano un enorme sforzo durante l’operazione di mietitura. 

 

 


Il seme “tumminia  o timilìa” non è né tenero né duro, in quanto ha spesso caratteristiche attribuibili ad entrambe le categorie. Il colore scuro della farina che se ne ricava è rimasto l’ostacolo più grande alla sua affermazione: per diversi anni si è pensato, erroneamente, che fosse un prodotto di bassa qualità, destinato solo ai meno fortunati. Cosi questa tipologia di frumento diventò un ripiego per quei contadini che, a causa di imprevisti, avevano perso quanto seminato.
Oggi è possibile affermare che i grani siciliani sono stati riscoperti e stanno vivendo una nuova vita: oltre ad essere buoni fanno anche bene alla salute e, di certo, aiutano pure l’economia della Regione.

IIS  G. UGDULENA V g- IV l- III g  IPSSEOA CACCAMO

 

 

 

 

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