Medici in rivolta contro la riforma e "in Sicilia interi paesi restano senza sanità"
Grimaldi (Fimmg): «Senza i nostri studi dovranno prendere professionisti dal Pakistan»
Sanità, generico
I medici di base sono il punto di caduta di tutto. Sia delle contestazioni sul sistema sanitario; sia della valanga di richieste di un’utenza spesso rispedita indietro dagli specialisti. «In tutto questo, non ci rendiamo conto che abbiamo delle cure primarie che ci invidiano in tutto il mondo e, anziché migliorarle, puntiamo a distruggerle». Domenico Grimaldi è stato un medico di medicina generale per tutta la vita. Adesso la insegna all’università di Catania, è segretario provinciale della Federazione italiana di medici di medicina generale e responsabile nazionale della formazione del sindacato. Insomma: è uno che del suo mestiere ne sa. Per questo l’ipotesi di riforma lo ha fatto saltare sulla sedia. Secondo la proposta attualmente allo studio, i medici di famiglia dovrebbero diventare dipendenti del Servizio sanitario e prestare la loro opera anche dentro alle Case di comunità, per un tempo proporzionale al numero dei pazienti. Più pazienti, meno ore nella casa di comunità, per un totale di 38 ore di lavoro complessive a settimana.
«Nel contratto nazionale che abbiamo firmato nel 2024 è già previsto che noi prestiamo la nostra opera anche nelle Case di comunità, ma la riforma di cui è emersa una bozza parla di una cosa diversa», afferma Grimaldi. «Se dovessimo diventare tutti dipendenti pubblici, le assicuro che i medici di famiglia dovrebbero andarli a cercare in Pakistan perché tutti noi ci dedicheremmo all’attività privata», continua il medico.
Attualmente, i medici di famiglia sono dei liberi professionisti che firmano una convenzione con il Servizio sanitario nazionale. In altri termini: decidono giorni e tempi della loro attività, garantendo l’assistenza diffusa sul territorio a cittadini e cittadine. «Io non santifico la categoria – prosegue il segretario della Fimmg – Sono consapevole del fatto che ci siano delle storture che devono essere aggiustate. Un medico di famiglia che non si fa trovare, o che riceve per due ore, o che non risponde al telefono non è ciò di cui sto parlando. Sono medici che non fanno il loro dovere e questo va sanzionato. Sgombrato il campo da questo, però, bisogna chiarire che chi fa questo mestiere nel modo in cui io tento di insegnarlo lavora, praticamente, 24 ore su 24, è sempre disponibile e, soprattutto, coltiva l’essenza del nostro mestiere: il rapporto con il paziente».
Perché, al di là del rapporto di lavoro, la riforma – secondo i medici di famiglia che la contestano – rischia di compromettere una relazione che più italiana non si può. «Spostare tutto sulle Case di comunità significa che i cittadini potranno andare in un posto e trovare un medico qualunque. Non il proprio medico di fiducia, nessuno che abbiano scelto. Dall’altra parte ci sarà un professionista che non sa tutto quello che sappiamo noi», replica Grimaldi. Ma come si fa a sapere così tanto se si hanno in cura 1500 pazienti? «Noi abbiamo una scheda elettronica in cui registriamo tutto quello che riguarda i nostri pazienti, anche al di là delle prescrizioni». Non è esattamente il punto del fascicolo sanitario digitale? E la scheda non potrebbe passare alle Case di comunità? «Il fascicolo sanitario telematico è una sorta di cartella clinica, che non ha a che fare con le osservazioni o i commenti che tutti noi inseriamo quotidianamente nelle nostre schede. Che sì, possono essere consegnate al paziente che può darle a chiunque voglia. Poi, certo, c’è un tema di privacy rispetto a queste schede eventualmente nelle Case di comunità».
Se i medici di base adesso hanno meno tempo da dedicare ai pazienti è «perché il continuo definanziamento al sistema sanitario ci ha caricati di una quantità di incombenze amministrative. È ovvio così che si tolga tempo alla cura». Di più: «Quanto spesso capita che uno specialista faccia una ricetta? Lo dico io: pochissimo. Di norma ci sentiamo dire “lo specialista mi ha detto di farmi prescrivere questa visita o questo farmaco”. Dovremmo contestare ogni caso».
La disaffezione nei confronti della figura del medico di famiglia «ha molte responsabilità: della categoria, dello Stato, della Regione. Dal 2010 non si firma il contratto regionale che, vista l’autonomia in materia, riguarda circa il 30 per cento delle prestazioni previste dal contratto nazionale». Ma, con tutti i limiti «che siamo disposti a discutere con chiunque, per superarli», il dato di fatto «è che lo studio del medico di medicina generale è l’unico presidio sanitario in molti territori. Nei Comuni piccolissimi, o nelle frazioni più remote, che si fa senza di noi? Discutiamo a partire da questo».