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Salute

Niente lenti a contatto in piscina o sotto la doccia, così si evita la cheratite

Di Redazione

Può capitare a chiunque di andare incontro alla cheratite da Acanthamoeba. Ma le persone maggiormente a rischio sono coloro che indossano le lenti a contatto, specialmente nel momento in cui queste non vengono maneggiate con le dovute regole di igiene. Di qui, i consigli da seguire per chi le utilizza, in primis quello di non far venire a contatto le lenti con l’acqua. E’ qui infatti che prolifera l'Acanthamoeba, un microrganismo infettante sconosciuto ai più, che colpisce circa un utilizzatore di lenti a contatto su 21.000. 
 «La scarsa igiene nella pulizia delle lenti a contatto, compresa la mancata o non corretta sterilizzazione delle lenti hanno dimostrato di esser collegate a un aumento del rischio di infezione. Per questo è importante ribadire che non bisogna fare il bagno in piscina con le lenti a contatto e neppure utilizzarle quando si fa la doccia: un consiglio molto spesso disatteso», spiega Jelle Kleijn, Global Head of Acanthamoeba Keratitis di SIFI farmaceutica leader nell’oftalmologia, con sede a Catania. 
 Il maggiore fattore di rischio è, infatti, l’esposizione all’acqua, inclusa quella della rete idrica. Non vanno conservate, pertanto, le lenti in acqua di rubinetto, qualora sia finita la soluzione salina. Così come non vanno manipolate le lenti con le mani bagnate o non lavate: vanno sempre lavate e asciugate prima dell’utilizzo. «La cheratite da Acanthamoeba, in larga parte può essere prevenuta, ma serve molta informazione tra i cittadini e molta sensibilizzazione tra i medici di famiglia, gli oculisti e gli optometristi, che sono spesso ignari dell’esistenza di questa malattia. Proprio loro infatti, che in caso di una sospetta infezione della cornea - conclude l'esperto - dovrebbero inviare, quanto prima, il paziente da uno specialista della cornea per una diagnosi appropriata». 

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La cheratite colpisce in Italia appena 100-150 pazienti l’anno ma è un’infezione molto dolorosa che può portare alla perdita della vista o al trapianto di cornea, ovvero la parte anteriore trasparente del bulbo oculare. La cheratite da Acanthamoeba, una malattia ultra rara, difficile da diagnosticare e da trattare, per la quale però è in sviluppo un farmaco che potrebbe in un paio di anni arrivare ai pazienti. 
Circa l’85% dei casi di cheratite da Acanthamoeba è collegato a un utilizzo delle lenti a contatto poco attento all’igiene. Si tratta, spiega Jelle Kleijn, Global Head of Acanthamoeba Keratitis della farmaceutica italiana SIFI, specializzata in oftalmologia, «di una malattia orfana di farmaci, che riguarda un’infezione della cornea dell’occhio. Colpisce 2-4 persone ogni milione per anno e si tratta di un’infezione grave che può essere molto dolorosa. Se non viene trattata per troppo tempo può causare serie conseguenze come la cecità, il trapianto di cornea e la perdita dell’occhio. Per questo va considerata come un’emergenza medica. Prima viene correttamente diagnosticata e trattata, migliore è la speranza di successo». 
 Purtroppo, però, molti pazienti ancora hanno un’errata diagnosi e questo è dovuto al fatto che nello stadio iniziale si presenta in modo molto simile ad altre più comuni infezioni degli occhi, come fastidio alla luce e bruciore. Questo è il motivo per cui è difficile da curare in modo appropriato. Normalmente si utilizzano off-label antibatterici e antinfiammatori ma attualmente in nessun paese esistono trattamenti registrati specifici per la cheratite da Acanthamoeba. «C'è un forte bisogno clinico non soddisfatto - prosegue Jelle Kleijn - per chi in sfortunatamente vi si imbatte. E, a pesare sulla difficoltà di sviluppare farmaci per questa condizione, è anche proprio la sua rarità. Stiamo cercando di sviluppare un farmaco specifico per le persone che soffrono di questo problema. Abbiamo fatto dei progressi significativi negli studi clinici grazie a un lavoro che dura da 14 anni, che parla dell’impegno di SIFI e dei suoi collaboratori nel portare una soluzione a questa sfida». 

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