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Salute

Stop ai calcoli urinari: le soluzioni all'avanguardia offerte dagli Stone Center

A colloquio con l'urologo Eugenio Di Grazia su una patologia in grande incremento soprattutto nei paesi industrializzati con una prevalenza che varia tra il 4 e il 20%

Di Giovanna Genovese

Minzione dolorosa e frequente, svuotamento difficile, dolore ai lombi o al basso ventre. Se si parla di calcoli i sintomi sono noti a tutti. Più o meno. Quanto alle soluzioni efficaci il discorso si fa più complesso.

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E’ oramai assodato ad esempio che la calcolosi urinaria è in aumento nelle nostre latitudini e fortemente impattante sia in termini di potenziale perdita di funzionalità renale sia di condizionamento della vita quotidiana. A dirla meglio è una patologia in grande incremento soprattutto nei paesi industrializzati con una prevalenza che varia tra il 4 e il 20%.

Ne parliamo con il dott. Eugenio Di Grazia, urologo catanese.

A suo dire, si può parlare di malattia sociale?

«Difficile rispondere così su due piedi perché occorre un’accurata valutazione epidemiologica della malattia su base multifattoriale e multicontestuale. Certamente però va enfatizzata la necessità di applicare strategie terapeutiche e preventive che ne riducano l’elevato impatto socio-lavorativo e i costi sanitari. Ed è su tale spinta che negli ultimi 20 anni c’è stato un cambio di marcia nel trattamento della calcolosi urinaria con l’istituzione di veri e propri “Stone Center” in ambito sia pubblico sia privato, in modo da avere risposte più risolutive».

Cos’è uno Stone Center?

«E’ un centro che offre tutti gli strumenti necessari per la diagnosi e cura della calcolosi urinaria attraverso tecniche endoscopiche all'avanguardia, nonché suggerimenti e terapie mirate alla prevenzione della formazione di nuovi calcoli. L'obiettivo è concentrare in una stessa sede competenze, tecnologie e strumentario, in modo da fronteggiare i problemi connessi alla patologia litiasica. La calcolosi urinaria è infatti una patologia multidisciplinare in cui l'urologo è sostenuto e completato da altre figure quali il nefrologo, l’endocrinologo, il radiologo e il nutrizionista».

Quali sono le tecniche chirurgiche impiegate nel trattamento della calcolosi urinaria?

«Negli ultimi vent’anni si è assistito ad un cambiamento epocale della chirurgia, passando da un approccio tradizionale “open” gravato da alta morbilità, ricoveri protratti e discomfort del paziente, verso nuove terapie improntate sulla scarsa invasività, dalla litotrissia extracorporea, all’espansione della chirurgia endoscopica che ha consentito di abbattere il numero di interventi a cielo aperto a meno dello 0,2 %». 

In cosa consistono queste tecniche e cosa aggiungono in termini di efficacia?

«Tramite interventi mininvasivi e avvalendosi di laser operativi si approccia la via escretrice urinaria per le vie urinarie naturali o per via percutanea in base alla tipologia di calcolosi urinaria. L’endoscopia certamente ha reso più accettabile i trattamenti multipli sia nel breve sia nel lungo periodo, cosa che un approccio chirurgico open non potrebbe giustificare. E’ una chirurgia che definisco “patient-friendly”, appunto per la minore aggressività rispetto alla chirurgia aperta, anche se richiede l’esperienza necessaria per offrire al paziente un approccio integrale di maggiore efficacia e sicurezza». 

Cosa è cambiato in quasi due anni di pandemia nell’approccio e nella gestione della patologia litiasica urinaria?

«La pandemia ha reso necessario dare prelazione alle patologie oncologiche e alle urgenze, anche litiasiche. Ciò che è cambiato per quanto riguarda l’urolitiasi è stato dare prelazione ai casi improcrastinabili per problemi settici e funzionali. Nella maggior parte di questi si è provveduto a praticare un by-pass del rene ostruito o con uno drenaggio interno (stent) o con un drenaggio esterno (nefrostomia), rimandando il trattamento di bonifica definitiva della calcolosi ad un tempo successivo, spesso anche dopo mesi. Purtroppo la soluzione temporanea non è scevra da problemi sia per l’aumentato rischio di infezioni sia per le calcificazioni degli stent». 

Sempre stando agli ultimi report pare ci sia un alto tasso di recidiva della calcolosi urinaria. Cosa si può fare per ridurre le ricadute? 

«L’aumento dell’introito di liquidi, rimane la pietra miliare della prevenzione. Anche se lo scarso apporto idrico non giustificherebbe perché non tutti i pazienti che bevono poco sviluppano litiasi urinaria. Evidentemente esistono altri elementi metabolici che possono essere messi in luce e su questo approntare vere e proprie terapie mediche oltre ai più semplici consigli dietetici e comportamentali. Sull’aspetto metabolico comunque il paziente è in genere molto sensibile, perché vede la vera soluzione, considerando che la calcolosi urinaria è l’epifenomeno di un metabolismo alterato». 

«In conclusione le soluzioni che azzerino l’impatto della calcolosi sulla funzionalità renale e il tasso di recidività sono molteplici e vanno ricercate in contesti sanitari dove è possibile offrire un ventaglio di trattamenti endourologici e medici multimodali che presuppongano know-how e tecnologia adeguata. Oggi i pazienti sono più informati e più consapevoli dei contesti sanitari a cui affidare la loro salute, sebbene le fonti a cui attingere informazioni siano spesso autoreferenziali e non controllate. Come ad esempio dott. Google».

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