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"Carrambata" ai Caraibi per il catanesissimo "Memi" Giocastro sulle orme di Cristoforo Colombo

L'incontro, a Santo Domingo, tra l'avvocato "rapito" dall'amore per una donna di quelle terre e un amico di gioventù

Di Franco Zuccalà

Incontrare un compagno di gioventù dopo quasi trent’anni è una “carrambata” fuori dal comune. A Santo Domingo, dove siamo andati per il nostro lavoro di documentaristi sulle orme di Cristoforo Colombo, o Cristobal Colon, come lo chiamano qui, è avvenuto il miracolo.  Sapevamo che il catanesissimo Carmelo Giocastro, 83 anni, vive in quest’isola dei Caraibi. Lui ci ha aspettato in un caldo giorno di luglio, come pattuito, alle 11 davanti all’Alcazar, la casa del figlio del celebre navigatore, Diego. Per la verità ci è venuta incontro la sua moglie dominicana Jolandita per dirci che “Memi” ci aspettava in un bar vicino. Jolandita è la bella donna ormai matura, elegante, che lo “rapì” oltre vent’anni fa, quando Carmelo Giocastro era avvocato della Philips a Monza. Questo personaggio insolito, colto, brillante e amante della musica, tanto da aver fatto dei concerti di pianoforte al Lyceum, era figlio di un medico ed era imparentato alla lontana con Vitaliano Brancati, per parte di nonna Anna. La bellezza di Jolandita lo ha trascinato quaggiù, dove si è sposato e vive.

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Era (ed è) come un fratello perché il sottoscritto, orfano di madre, quando conobbe la sua famiglia che abitava in via Maddem (strada che non esiste più) venne accolto come un quinto figlio. Oltre a “Memi” c’erano le sue sorelle Corrada (scomparsa), Adriana e Daniela. 
Un sodalizio che durò per diversi anni: per noi c’era spesso un posto a tavola in casa Giocastro e sulla Fiat 1100 che d’estate ci portava ad Acicastello, per scampare alla calura. Come dimenticare ? Poi la vita ci condusse lontano (i giornali, la tv, l’America, il mondo)  e facemmo scelte di vita diverse, ma è rimasto il ricordo di quegli anni di gioventù e delle birichinate commesse con “Memi”.  A quei tempi le ragazze erano apparentemente caste, c’erano le case chiuse, ma noi non le frequentammo perchè la Legge Merlin andò in vigore il 20 settembre 1958, due giorni prima che compissimo i 18 anni, età minima per accedere (a pagamento) ai piaceri della carne. Così quell’Eldorado peccaminoso ci venne raccontato dai compagni di qualche mese più anziani, fra cui Memi Giocastro, con dovizia di particolari.

Nella sua casa di Santo Domingo ci ha fatto ascoltare i dischi di Caterina Valente e Helmut Zacharias che gli regalammo oltre sessanta’anni fa. Frequentava il Teatro Massimo, faceva per passione il radioamatore: aveva un impianto stereofonico che ha trasportato nel suo nuovo mondo. Da giovanotto aveva costruito un monumentale apparecchio radio con giradischi che fu piazzato nel salotto di casa. Allora non c’era la tv e le famiglie si raccoglievano attorno a quel totem della modernità per ascoltare le notizie, ma anche le opere e i varietà: la “Norma”, “Rosso e nero” presentato da Corrado, “Le avventure di Arsenio Lupin”, il “Ficodindia” trasmissione satirico-calcistica di Turi Ferro, Tuccio Musumeci ecc. ecc. Non si poteva fare a meno della radio, insomma. Quando quel totem cominciava a gracchiare, lui, con puleggie, cuffie e pinze cominciava smanettare e poi dava la sua sentenza in un italiano d’altri tempi: “Fulminossi una valvola”. Ogni tanto “svaligiava” il salvadanaio a forma di frutta delle sorelle con delle pinze appuntite che cavano monete e biglietti di banca dalla feritoia. Accompagnava i suoi lavoretti di radiotecnico e di scassinatore dei salvadanai a forma di frutta delle sorelle, con la famosa cabaletta del Trovatore, riadattata alla circostanza: “Da quella pera/…con arte magica/…io sottraei/…tutti i sesterzi.” Birichinate che non gli impedirono di diventare un valente avvocato. Poi un giorno nella sua vita apparve l’affascinante Jolandita e lui la seguì a Santo Domingo, dove lei aveva un atelier di moda.

Il nostro incontro è stato un felice tuffo nel passato, anche se tutti abbiamo i nostri acciacchi e i nostri problemi. Due giorni insieme: uno a casa sua, l’altro nel resort “Hacienda Dominicus” alla “Romana” dove abbiamo alloggiato. Abbiamo parlato degli amici di un tempo, dei parenti e dei compagni di scuola cui forniva a pagamento le traduzioni delle versioni di greco e latino. E delle camminate a piedi da Catania a Zafferana (circa 30 chilometri in salita) per la “campagnata” di Pasquetta, quando gli autobus della Sita non erano in servizio. E dell’interminabile viaggio in treno a Bienne, in Svizzera, per andare a trovare Franco Bruno che vi si era trasferito.
Ci sono passati davanti agli occhi tutti i fatti e i personaggi della catanesità: la festa di Sant’Agata, le “cannalore”, l’elegante negozio di Nello Riccioli dove Memi si riforniva, il bar Caviezel in via Etnea sotto la Rai di quei tempi; e il celebre locale del comm. Lorenti, in Piazza “Esposizione” (Giovanni Verga), al centro di una vicenda esilarante. Un giorno nel locale apparve un cartello elettorale: “Se amico sei, vota 26”. Un buontempone aggiunse sotto: “E io me ne fotto e voto 28”. Spirito etneo. Nella rassegna di un passato indelebile trovarono posto naturalmente i personaggi come “Pippo Pernacchia”, detto “Sala Roma”, che sbeffeggiava a pagamento con i suoi rumori molesti la vita dei tronfi personaggi politici di quel tempo e interveniva sonoramente al cinema durante il film “La carica di seicento” fra l’ilarità generale. 

E naturalmente non abbiamo dimenticato i giocatori del Catania che vedemmo promosso in A per la prima volta con i Bearzot, Micheloni, Manenti, Bassetti ecc. E il sindaco La Ferlita che annunciò, vicino a Miss Italia Eugenia Bonino, dal balcone del Municipio: “Vinceremo lo scudetto”. Abbiamo fatto una conta di quelli che ci sono ancora, come l’ammiraglio Paolino Maniscalco; l’avvocato Ciccio Nicolosi principe del foro di Milano; Eugenio Stella, figlio di un severo professore di greco e latino del Liceo Cutelli;  mio cugino Salvatore Caccamese, professore d’Università di Catania nella facoltà di chimica. E di quelli che non ci sono più, come Franco Lo Giudice e il magistrato Beppe Marciante. Dopo questi racconti allegri, nostalgici o tristi, Memi ci ha dato delle dritte per filmare qualcosa che testimonia la presenza di Cristobal Colon nell’isola: l’Alcazar, appunto, la calle de “Las Damas” con i suoi palazzi storici, il monumento del navigatore che indica la meta lontana, e il “Faro a Colon”, un po’ fuori città, dove un edificio colossale di centinaia di metri contiene le presunte spoglie del navigatore genovese che, secondo gli spagnoli, sono invece a Siviglia. Un giallo non chiarito che ci porterà in terra iberica. Quando siamo tornati dalle nostre riprese, appena in tempo per evitare una tempesta tropicale, abbiamo pranzato in un ristorante di un napoletano che ha saputo cucinarci un buon piatto di spaghetti al pomodoro. Una rarità. Difficilmente Memi tornerà a Catania: la sua vita è fatta del sole dei Caraibi, delle attenzioni di Jolandita e della meravigliosa vegetazione locale. 
E quella pioggia tropicale battente, che ci ha risparmiato per pochi minuti, ci è parsa come le lacrime del cielo, cadute ricordando la gioventù svanita, un passato costellato di sogni e un incontro indimenticabile e che forse non si ripeterà più.

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