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Andrea Corso, l'infermiere che ama la consolle

Da Milano a Catania, il sanitario 45enne dell’Asp 3, si divide tra assistenza e musica. Le sue produzioni trasmesse anche a New York

Di Luigi Provini

Avete presente le scatole cinesi? Tutti, più o meno consapevolmente, abbiamo avuto a che farci nel corso della vita; qualcuno, magari, le custodisce su uno scaffale come ricordo di un viaggio dal Guangdong o dal Sichuan, altri, invece, ne hanno semplicemente sentito parlare, estendendone il significato e forse durante una lezione di finanza all’università. Contenitori di misure differenti organizzati in maniera tale da poter essere ordinati l’uno all’interno di un altro. Scrigni, non solo in senso figurato, dove riporre oggetti, regali o, più romanticamente, esperienze e ricordi. 

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Alla seconda accezione vogliamo riferirci e, per farlo, abbiamo provato ad aprire alcuni dei cofanetti di un ragazzo, non ancora cinquantenne, nato a Milano e cresciuto a Milazzo, che ha fatto della musica, prima, dell’assistenza agli altri, poi, due tra le proprie ragioni di vita.  Andrea Corso rappresenta, alla grande, la straordinarietà dell’ordinario. Esercizio, quello di riconoscere e apprezzare gli elementi di eccezionalità che caratterizzano l’esistenza dei “normali”, al quale, probabilmente, dovremmo impratichirci. Perché, in fondo, l’incredibile si realizza nel quotidiano, lontano da palcoscenici e riflettori o, se preferite, nella personalissima ribalta del teatro dell’uomo qualunque. Un ragazzino “imprigionato” nel corpo di un uomo, ma guai a farglielo notare. Andrea, nato a Milano nel dicembre del 1976, oggi è un infermiere in servizio nell’Azienda Sanitaria Provinciale di Catania. Una professione nobile, voluta e afferrata con caparbietà. 

 

 

Ma andiamo con ordine. A un certo punto, il giro di boa con l’inizio degli studi, l’iscrizione al corso di scienze infermieristiche culminato con l’ingresso, a laurea ottenuta, nel mondo degli operatori sanitari; prima, una giovinezza dedicata alla musica e caratterizzata dalla passione per quella elettronica con le immancabili cuffie e la consolle. «Ho iniziato a suonare a quindici anni - ci ha detto Andrea - per gioco insieme ad alcuni amici. Era molto diverso da oggi, c’erano le audiocassette e la musica si ascoltava quasi sempre in compagnia. Alcune volte prendevamo in prestito i mixer di qualche papà che suonava con dei gruppi amatoriali; lì cominciava il divertimento vero, bastavano un paio di lettori cd per essere felici».

La musica era una “questione di famiglia”?
«Penso sempre al giradischi che ancora oggi è conservato nel salotto di mio padre, il suo mitico Yamaha. Nonostante il tempo che passa, ha ancora un grande fascino. Nel nostro salone, soprattutto il fine settimana, la musica era protagonista indiscussa. In quegli anni, a cavallo tra infanzia e adolescenza, cominciai a essere affascinato e curioso; mi occupavo io di posizionare la puntina di diamante sul disco nella maniera giusta. Poi, crescendo, è venuto il resto…»
Che è successo?
«La radio ha rappresentato uno dei capitoli più belli (ancora oggi continua su Radio Splash nda), così come lo sono stati quelli delle stagioni estive trascorse come deejay resident nelle discoteche della mia provincia e un’altra serie di esperienze incredibili che ho avuto la fortuna di provare. Fino ai miei trent’anni ho vissuto lasciandomi condurre dalla musica. In quegli anni si sono consolidate amicizie preziose; con Greg, per esempio, ho navigato per la prima volta tra le onde medie della radiofrequenza; con Luca Alessandrini, lui da speaker e io alla consolle, facevamo ballare e divertire le persone».

 

 

Profilo basso, sorriso costante, durante la chiacchierata e occhi sbarrati (a volte persino un po' lucidi), come quelli di chi guarda al passato con gioia e, probabilmente, pure con un pizzico di nostalgia. Raccomanda di “non esagerare” nella descrizione; appare chiaro che alla vanità preferisca il pragmatismo. Nulla da ostentare, ci mancherebbe, ma diversi insegnamenti da cui, magari, prendere esempio. Tra un racconto musicale e un altro, superiamo la fase della prima gioventù e apriamo la parentesi legata alla vita da infermiere. Non prima, però, d’aver affrontato l’episodio che, poco dopo i vent’anni, ha fatto capire ad Andrea l’importanza della puntualità.

«Ho perso un treno - ci rivela l’infermiere deejay, con la voce che lascia trapelare un minimo di rimpianto per quel che poteva essere e non è stato - perché mi offrirono la possibilità di sostenere un colloquio con il direttore artistico di un’importante radio di un network nazionale. Se le cose fossero andate bene, in base al mio curriculum e alla mia esperienza, avrei iniziato come fonico e, nel tempo, mi avrebbero dato la possibilità di mixare un po' di musica. L’appuntamento era fissato, a Milano, per le ore 14 di un martedì pomeriggio; andai in macchina, non trovai parcheggio e mi presentai all’ingresso del palazzo con trenta minuti di ritardo. Il portiere, sentito colui che avrebbe dovuto ricevermi, mi disse che per quel pomeriggio sarebbe stato impossibile incontrarsi e che si sarebbero fatti risentire. Sono passati più di vent’anni e, nell’attesa, ho iniziato a muovermi con la motocicletta...».
A un certo punto hai tirato una linea e sei ripartito da zero. Consolle spenta e libri aperti.
«Avevo perso un po' di entusiasmo, non mi sentivo del tutto realizzato e avevo bisogno di ritagliarmi un nuovo spazio. Mi iscrissi ai test per l’ingresso all’università, promisi a me stesso che, se li avessi passati, mi sarei dedicato unicamente allo studio.  Così è stato. Sono riuscito a laurearmi in tre anni e la mia prima destinazione di lavoro è stata in provincia di Bergamo. Poi, grazie a un concorso vinto, mi sono spostato al “Fatebenefratelli” di Milano e ci sono rimasto per dieci anni. Lì ho chiuso un primo cerchio; tornavo, da vincitore e professionista, nella città in cui ero nato. Tra la sala operatoria di Ortopedia e quella di Urgenza sono maturato incredibilmente. Stavo quotidianamente a contatto con la sofferenza; scoprire di poter essere d’aiuto e riuscire a trasformare ansie in sorrisi era una sensazione meravigliosa».
L’amore ha suggellato il tuo ritorno a casa. «Certamente, ma anche la lungaggine della burocrazia. Adesso mi basta un’oretta di macchina per riabbracciare mia moglie Sonia».

 

 

Grazie a lei hai ritrovato la musica, giusto?
 «Si. Per i miei quarant’anni mi ha regalato un controller musicale, quel mondo che avevo salutato dieci anni prima è tornato a entusiasmarmi».

Suonare durante la pandemia, sebbene da solo e da casa, serviva come sfogo?
«Era l’unica cosa che mi distraeva e mi rilassava. Vivevo uno stato di malessere, i turni nei reparti covid erano massacranti, stavo bardato per ore e arrivavo esausto a casa. La musica è stata terapeutica».

Eppure sei riuscito, proprio da quel periodo, a far si che la tua musica arrivasse a New York.
«Tutto è cominciato con delle condivisioni in rete, poi sono nate interessanti interazioni; oggi la mia “House Selection” viene ascoltata oltreoceano su Addiktionradio». 
Continua a mixare Andrea, musica ma non solo; passando dall’ambulatorio alla consolle e stando attento a non confondere una cuffia con uno sfignomanometro. Sui suoi scaffali, tra i dischi, c’è ancora spazio per scatole più grandi...

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