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Antonio Lo Turco, la memoria storica del turismo a Taormina: «Quando i divi del cinema passeggiavano sul corso»

L'ex direttore dell’hotel Miramare racconta le atmosfere sobrie dei festival in cui gli attori si mescolavano alla gente

Di Carmelita Celi

Il suo nome e cognome sanno già di cinema.  Lo Turco come il cavaliere senza macchia della “Banda degli onesti”, Peppino De Filippo nei panni del tipografo integerrimo “traviato” dall’amico-nemico Totò (Antonio, appunto) in un’improbabile, brevissima carriera di falsario. Film a parte, nella vita, nell’arte, nella cultura e nella cultura dell’accoglienza e del turismo, Antonio Lo Turco è argento vivo di sensibilità e intraprendenza, di nostalgia e d’irrefrenabile, filosofica spinta al futuro. È un ragazzo che ha compiuto tre volte vent’anni: sarà che per questo e per molto altro - letture sterminate, educazione teatrale e cinematografiche e, non ultime, esperienze di vita che l’hanno segnato al punto da vivere tra Amsterdam, Ibiza e Goa prima di riabbracciare definitivamente Taormina - che Antonio riesce a coniugare memoria storica (la sua, infinita tra genitori, nonni, zii) ed un’analisi del presente tra disincanto e impenitente voglia di fare.

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C’era una volta Taormina e i Lo Turco...
«Mio padre Enrico fu pioniere del turismo a Taormina; mio nonno, Antonio, detto il cirneco…».

 

 

Come il bellissimo, antichissimo cane da caccia dell’Etna?
«Sì, lo soprannominarono così perché fiutava gli affari e le donne. Il nonno, dunque, fondò l’Hotel Miramare imparentandosi con il suo socio, don Carmelino Fichera, padre di mia mamma e proprietario del Mocambo. Il nonno buttò la famosa bomba a mano per rompere la roccia e nacque il Mocambo che è ancora della nostra famiglia. Il legame tra Taormina e il cinema fu in qualche modo sancito dall’ “Appel du sang” (ndr: il film muto di Mercanton del 1920 in cui due giovani sposi vanno in viaggio di nozze in Sicilia) girato nell’Isolabella grazie al nonno ed  è legato al mio prozio, Salvatore Lo Turco».

Perché?
«Salvatore era un attore della compagnia di Angelo Musco: veniva al Miramare quando mio nonno era già morto sicché andava da sua cognata minacciandola con una pistola a salve. Fu pure arrestato per bigamia, scappò e morì ad Hollywood».

Un grandissimo del Teatro non riusciva a far a meno del Miramare...
«Salvo Randone! Vivevano 6 mesi all’anno al Miramare, lui e la moglie Neda Naldi».

 

 

Che fu praticamente la sua rovina...
«Già. Ipocondriaca ed anoressica, non pesava più di 22 chili. Lei lo tormentava, lui la idolatrava».

E se ne occupò fino alla morte spendendo l’impossibile dopo che lei cadde, appunto, a Taormina.
«Ricordo che Randone si nascose in hotel in occasione del Premio Olimpo che lui non aveva voglia d’andare a ritirare. Viveva un amore-odio per l’apparire. E aveva le sue fisse: a Neda Naldi accordava la sua stima artistica al punto da farle interpretare la Monaca di Monza, di Eduardo diceva peste e corna, non lo riteneva un vero attore».

Altri “miti”?
«Lyda Borelli, grande affezionata del Miramare, Lydia Alfonsi con la camera piena di gatti. Antonioni, grande amico di mio zio Robertino Lo Turco e Pierre Clementi: mio cugino si chiama Balthasar come il figlio di Clementi che morì proprio dopo il ritorno ad un Festival di Taormina».

Altri attori o attrici “estremi”?
«Peter O’Toole».

Ciucco tradito, come si dice?
«Sì, ma accadde che il pubblico, indirizzandosi ad O’Toole in chiara allusione al suo repertorio, urlò: “Peter, tubbivi o non tubbivi?”. Tutto sommato però erano fan più discreti ed educati di oggi: restavano dietro ai cancelli senza forzare i controlli nemmeno quando questi grandissimi personaggi scendevano alla Giara. Nessuna “siepe” di guardie del corpo, nessuna ressa, ero lì e vedevo con i miei occhi. Una sera, una diciassettenne Tatum O’Neal portò per mano suo padre Ryan temendo che, ubriaco com’era, potesse smarrire la strada e la ragione».

A proposito d’alcol: Burton e la “bis-moglie” Liz Taylor?
«C’era un bel teatrino nel giardino del Timeo».

Bottiglie rotte?
«Non proprio, ma qualche tavolino veniva giù. Spesso, però, erano scene concordate, benché avessero certamente i loro periodi bui».

Momenti di lazzi e sollazzi?
«Con Franchi e Ingrassia, una sera, se ne crollò il teatro. Presero a “minacciare” gli spettatori, uno per uno: “Ti posso offrire un caffè?”. Risate a mezza bocca giacché l’episodio di Pisciotta era cosa abbastanza recente. E poi il barone La Lumia: diceva che la mancia doveva essere piccola ma continua e non si separava mai dal suo merlo, al San Domenico prenotava una stanza per lui ed una per il merlo. Comprò poi uno scoglio sotto cui voleva essere sepolto. Ricordo che s’andava al Teatro greco ai tempi di Lello Bersani a cui, dalla platea, gridavano “Lella!” ma non s’offendeva. Non si offendeva nessuno, il politically correct non esisteva. E ricordo Eleonora Giorgi che inseguiva Lattuada alla presentazione di “Le farò da padre”, nel 1974».

Non una delle sue cose migliori, anzi...
«Sì, ma pur di “catturarlo”, lei si cambiò d’abito due volte, l’ultimo molto sexy. Non la spuntò, benché il regista fosse decisamente fragile in materia di giovanissime».

Episodi sul mitico Corso? All’epoca gli artisti ci camminavano a piedi come i comuni mortali, qualcuno ci è appena passato in “papamobile”...
«Quando ero ancora un enfant gâté, un giovane beat che andava in giro con un Volkswagen decappottabile, si poteva andare in auto sul Corso e si facevano giri con regolare fermata al Mocambo. Una sera rallento e sento una voce: “Man!”. Era Jack Nicholson! “Where’s the boogie?”, voleva sapere dove s’andava a ballare. Restammo in piedi fino al mattino ma nessuno sapeva chi fosse, io sì perché l’avevo visto in “Easy rider”. Quando si girava “Il padrino” ed il quartier generale era a Villa Sant’Andrea, De Niro andava a giocare a tennis indisturbato perché nessuno lo conosceva, “Mean streets” l’avrebbero dato a Taormina solo l’anno dopo. Con molti di loro si creava un rapporto diretto e ciò che fa la differenza è che molti di quei divi venivano per restare, non si consumava tutto nei 6 giorni di Festival e David di Donatello, gli artisti partecipavano davvero alla vita del paese. Negli anni ’60, mia mamma aveva un negozio di costumi da bagno e Virna Lisi era una cliente fissa. L’attore non girava blindato, si mescolava alla gente. La Cardinale, la Vitti, erano persone sobrie che non avevano bisogno d’influencer, andavano alla Giara non per un party ma per una semplice spaghettata. Ricordo tavolate enormi con Flora Mastroianni. Io m’intrufolavo ed Egisto, in smoking, all’entrata senza buttafuori, ad aiutarlo c’era solo “Barbareddu”, il capo delle “maschere”, lui tentava di fermarmi perché non avevo l’età! E Helmut Berger diceva ai ragazzi: “Se volete lavorare, la dovete dare”. Nessuno che sapesse chi fosse Andy Warhol. Gli uffici stampa non ponevano ostacoli perché… non esistevano!».

 

 

Un giorno di maggio di tre anni fa, uno sparo. Il magnifico, proteiforme Sergio Claudio Perroni (autore, traduttore, editore) decideva di staccare i contatti. Era praticamente suo fratello: nessun segnale di malessere?
«Nessuno. Sergio era uno spartano che combatteva con se stesso, ci conoscevamo da 40 anni, faceva parte della mia famiglia, è stato un dolore incontenibile. Ancora oggi, Domenico Procacci viene a trovarmi con le lacrime agli occhi, Sergio lavorò spesso per la Fandango».

A parte questa spina nel cuore, nessun incidente di percorso alle kermesse?
«Sembra che sul Teatro greco ci sia una grande benedizione: nessun litigio, nessuno s’è fatto male ad una gamba, nessuno ha rischiato d’annegare, nessuno è stato prelevato d’emergenza in elicottero. Nessuno è mai sparito. Fughe d’amore, quelle sì! Un anno, Ali Mc Graw scappò alle Eolie con un noto taorminese. Il nome? Non parlerò neanche sotto tortura».

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