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Carmen Diodato, una libellula non udente contro il muro del silenzio

La giovane fa parte del corpo di ballo del Teatro Massimo di Palermo, dopo una lunga storia di plié e pirouette iniziata quando era bambina. Non sente, per una malattia di probabile trasmissione ereditaria, ma riesce a parlare

Di Laura Compagnino

In punta di piedi Carmen Diodato ha infranto il muro del silenzio. Ha sfidato l’impossibile per realizzare il suo sogno, trasformando quello che avrebbe potuto essere un impedimento in una peculiarità. Oggi questa bellissima ragazza, calabrese di nascita e siciliana di adozione, può con orgoglio affermare di essere l’unica ballerina professionista non udente in Italia. Carmen Diodato è nel corpo di ballo del Teatro Massimo di Palermo, dopo una lunga storia di plié e pirouette iniziata quando era bambina. «Sono nata sorda - racconta - pare per trasmissione ereditaria, ma sino a quando avevo due anni nessuno l’aveva mai diagnosticato. Il fatto che io non parlassi veniva ricondotto alla mia timidezza. Poi un giorno, a mia mamma è caduto per terra un oggetto voluminoso, c’è stato un gran baccano, tutti sono saltati in aria, mentre io neanche me ne sono accorta. È stato in quel momento che si è intuito ci fosse dell’altro». Gli esami e gli accertamenti clinici non lasciano spazio ad alcun dubbio: il referto è chiaro, Carmen soffre di una ipoacusia grave bilaterale. «Questa è stata come una sliding doors nella mia vita, come una di quelle direzioni che imbocchi e che cambiano il corso del futuro per sempre - ricorda - perché i miei genitori avrebbero potuto abbattersi di fronte a un responso di questo tipo e invece sono stati combattivi e mai rassegnati. A loro devo molto di quello che oggi sono diventata». 

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I genitori di Carmen la portano da una logopedista per insegnarle a parlare. «Non esistono i sordomuti, contrariamente a quanto si pensi - continua la ragazza - esistono i non udenti che non sentendo alcun suono, non riescono ad esprimerlo. In questi casi occorre insegnare il suono della parola e come emetterlo. Questo è quello che hanno fatto con me sin da quando avevo due anni. E infatti io oggi parlo». Quella di Carmen è stata un’infanzia felice, in tutto uguale a quella dei suoi coetanei, perché la sua famiglia non l’ha fatta sentire svantaggiata, anzi l’ha sempre fatta sentire speciale. La logopedista «Andriana, questo il suo nome, la mia maestra di vita oltre che di parola», dice emozionata Carmen, nota che la bambina ad appena 4 anni mostra uno spiccato senso del movimento e propone alla mamma di iscriverla a una scuola di danza. «Non sentivo la musica ma percepivo le vibrazioni sul pavimento in parquet e le onde sonore emesse dalle casse - racconta Carmen - ero stregata da quell’armonia, come ipnotizzata e allora  seguivo gli insegnamenti della mia maestra di ballo e danzavo». 

 

 

In quelle stanze della scuola, la stella della bambina inizia a brillare subito, in poco tempo diventa la più brava, ha un talento naturale, tanto da provare a dodici anni l’audizione per entrare nella scuola di danza del Teatro San Carlo di Napoli. Dove viene ammessa. «Quanti sacrifici ho fatto in quegli anni - ricorda Carmen - ogni mattina mi alzavo fra le  4 e mezza e le cinque per studiare, alle otto andavo a scuola, mio padre mi veniva a prendere all’uscita per portarmi al San Carlo e riprendermi poi quasi a ora cena. Sono stati anni duri ma molto formativi, perché lì ho deciso che avrei danzato a ogni costo». Sottovoce le viene fatto intendere che forse la sua sordità avrebbe potuto essere un problema, qualcuno le consiglia di sottoporsi a un intervento estremamente invasivo e di non sicura riuscita, perché si intravede il filo dell’apparecchio acustico che ha iniziato a portare  e questo «stona - le viene detto - con l’immagine di una ballerina». Il percorso diventa sempre più in salita, più lei diventa brava, più le viene fatto capire che quello non è il suo futuro. Ma lei non desiste, non si arrende, sceglie di continuare a danzare. «Ho percepito che dovevo cambiare aria, avrei voluto andare all’estero ma i soldi erano pochi - ricorda Carmen - e allora a 19 anni mi sono trasferita a Roma, per il corso di adeguamento coreutico al Teatro dell’Opera».

 

 

Sono anni belli, impegnativi ma di grande gioia per la ragazza. «Ho lavorato per una piccola compagnia e intanto studiavo per entrare in un corpo di ballo - dice - una volta con mio padre e mio fratello, in pieno inverno, siamo andati a Praga per un’audizione. Le finanze anche allora scarseggiavano, quindi siamo partiti in macchina da Milano e abbiamo anche dormito dentro l’auto per risparmiare sui costi dell’albergo. Cento metri prima dell’ingresso del teatro ceco, la macchina ha esalato l’ultimo respiro e io di corsa mi sono fiondata dentro». Finalmente nel 2013 arriva la bella notizia, Carmen ha superato l’audizione dell’Arena di Verona. «La prima volta in quel posto magico - dice emozionata - tremavo, i miei genitori erano emozionatissimi. Io, non udente, sorda per dirla in modo non politicamente corretto, avrei danzato in uno dei più importanti palcoscenici del mondo». Terminato il contratto con l’Arena, Carmen decide di provare l’audizione al Teatro Massimo di Palermo e dal 2016 fa parte del corpo di ballo.
 «Palermo oggi è la mia seconda città - aggiunge - qui lavoro e qui ho trovato l’amore». Al Teatro Massimo la ragazza ha conosciuto Mirko, in servizio in portineria, ma in realtà tenore di professione, Lavorando in teatro, il ragazzo ha la possibilità di incontrare i suoi miti, i grandi maestri dell’opera lirica. Sognando un giorno di potersi esibire anche lui su quel palcoscenico. «Io sono un artista sognatore, in Carmen ho subito percepito qualcosa di straordinario. Galeotta è stata l’arte - racconta Mirko - lei è una libellula sul palco, si resta incantati vedendola ballare. E l’incanto rimane anche quando toglie il tutù e le scarpette di gesso, per indossare un paio di jeans e scarpe da tennis». Per la ragazza il futuro è un libro ancora tutto da scrivere rimanendo sempre in punta di piedi. «La danza è la mia vita. Per chiunque è disciplina, fatica, sudore - dice Carmen - per me lo è stato due volte di più, perché ho dovuto superare difficoltà maggiori. Oggi sono soddisfatta di quello che ho fatto, perché so che la mia diversità non è un ostacolo, ma quello che mi rende unica». 

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