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Da Treviso in Sicilia per produrre gin agricolo: “stregato” dal respiro dell'Isola

Giorgio Zammario, 32 anni, è diventato produttore del liquore che va tanto di moda oggi, realizzato con carrubo, mandorle aromi esclusivamente del territorio

Di Carmen Greco

Lettere, documenti, un vecchio alambicco, alcune ricette ritrovate durante i lavori di ristrutturazione di una casa semidistrutta immersa nella pace del Monte Renna sugli Iblei. Tracce di vite trascorse e di esperienze vissute, in particolare quella di un pilota inglese della Raf che di questo luogo aveva fatto il suo buen retiro dopo averci vissuto da convalescente nel luglio del ‘43. Salvato da una donna, si era innamorato non solo di lei ma di questo pezzo di Sicilia e lì sarebbe ritornato a vivere dopo la fine della guerra. 

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Non sappiamo quanto di vero ci sia in questa storia, di sicuro la fascinazione dei luoghi ha ammaliato anche Giorgio Zammario, 32 anni, originaro di Treviso che quella casa fra carrubi secolari, mandorli ed erbe spontanee l’ha ristrutturata, pietra per pietra, facendone il suo luogo del cuore fulcro di un progetto: la produzione di gin con i prodotti del territorio. 

Oggi si chiama “gin agricolo” ed è la nuova moda legata alla produzione di questo distillato, un trend che ha preso piede in tutt’Italia compresa la Sicilia, con una marcia  in più: l’utilizzo di materie prime uniche grazie alla biodiversità naturale della nostra Isola.

Il pallino del gin, Zammario l’aveva già da dieci anni, da quando viveva a Londra. Lavorava nell’ambito di società internazionali legate ai media e frequentava un corso di fotografia. «All’inizio mi ero innamorato dei fiori di zagara  - racconta - e ho provato a portarli a Londra per fare delle prove. Faccio una provetta, ottengo anche un prodotto “carino”, ma rimaneva un po’ aspro, non mi soddisfaceva, dovevo continuare a sperimentare. In realtà, però, ho messo il progetto da parte e mi sono dedicato ad altro. Qualche anno fa con la mia famiglia (produttori di vino fra Modica e Rosolini ndr) abbiamo comprato la proprietà sul Monte Renna, a 450 metri sul livello del mare e, nel corso del restauro, abbiamo ritrovato l’alambicco e gli altri oggetti appartenuti a questo militare inglese. Non sappiamo chi fosse se non che dopo la guerra, si era ritirato lì. In questa casa, chiusa per 50 anni, era crollato tutto, era rimasta in piedi solo la scala e poco più che i muri portanti, ma il posto è in un luogo incredibile».

L’alambicco ritrovato fra le macerie è stato (forse) un segno del destino. «Diciamo che ha riacceso - ammette Zammario - l’interesse smarrito per la mia idea iniziale. Mi sono detto “ma perché non provare  a fare qualcosa di buono?”, e così quattro anni fa ho ripreso in mano il progetto del gin partendo da un unico obiettivo: doveva essere fatto con i prodotti del territorio». 

«Il territorio siciliano è di una bellezza incredibile e lo dico sia da “adottato” che da esterno. C’è una natura che è una delizia, un mare divino, ha un equilibrio spettacolare fra delicatezza e asperità. Sarà questo vento d’Africa che soffia sempre, sarà la natura, saranno i siciliani stessi, che rendono l’isola qualcosa di unico, valorizzare questo territorio per me è qualcosa di meraviglioso».

«Rimboccarsi le maniche e pedalare ancora di più», la ricetta per raggiungere questo obiettivo. «Però - dice - bisognerebbe darsi dei tempi. Bisogna agire adesso, quando passa il treno, non puoi rallentare e dire “poi lo faccio”. Bisogna sfruttare l’unicità del territorio. In fondo siamo dei creatori di packaging, alla fine è la natura che ci dà tutto, i grani antichi per fare l’alcol, la carruba, i mandarini, la nepitella, le erbe spontanee, l’abilità è mettere assieme tutti questi elementi, è il fattore umano che fa la differenza, c’è dell’umanità nei prodotti che andiamo a fare, ma principalmente la “regina” di tutto è la natura».

Carrubo e mandorla, due simboli della Sicilia di Sudest che si ritrovano in una bottiglia di gin. «Ognuno , come diceva Verga deve cercare il suo modo di essere siciliano e io oggi mi sento siciliano al cento per cento. Mia figlia l’ho voluta far nascere in Sicilia e di questo vado fiero ed orgoglioso. Il gin all’inizio era un gioco, adesso sta diventando una realtà vera e propria sostenuta da tanta richiesta per questo prodotto soprattutto all’estero. La dicitura “Made in Sicily” attira molto i compratori esteri, è un connubio perfetto fra natura, artigianalità, storia, senza contare che il gin ormai ha preso piede in tutta Italia dove i produttori ormai sono tantissimi. «In questo momento è molto di moda - conferma Giorgio Zammario - e direi che è una buona moda, trent’anni fa non c’erano tutti i tipi di gin gradevoli che esistono oggi».

Si chiama “Undici”, dal nome del suo cane ritratto in etichetta, il gin prodotto in due diverse tipologie london dry (quello alla mandorla e carruba) e dry (profumato al mandarino e altre 10 spezie) prodotto complessivamente in circa 5000 bottiglie l’anno realizzate nella distilleria di Giovi a Fondachello (Messina).

«Il nostro obiettivo è espanderci sul mercato - rivela Zammario - anche se, per il momento ci siamo concentrati moltissimo sulla qualità del prodotto. Lo spazio per crescere c’è. In Sicilia non ci sono tanti produttori di gin, penso che nessuno di noi soffra un problema di concorrenza».

Germania, Usa e Gran Bretagna i mercati in cui il gin siciliano ha più successo, anche nel periodo della pandemia. «Di sicuro incuriosice il fatto di vedere un london dry fatto in Sicilia con essenze totalmente autoctone infuse assieme prima di essere distillate: carruba, mandorla dolce, mandorla amara, ginepro, scorza di limone, scorza d’arancia, scorza di pompelmo, nepita, melograno, mirto, trucioli di mandorlo».

Nella tenuta di monte Renna sono state messe a dimora 250 piante di ginepro (che diventeranno 500) anch’esse destinate a comporre la miscela alla base della nuova produzione di gin. «Questo gin è figlio della biodiversità dei monti Iblei, anzi è figlio della Sicilia - afferma con un pizzico d’orgoglio Zammario -. La soddisfazione di essere riusciti a raggiungere l’obiettivo dura un battito di ciglia, adesso dobbiamo continuare ad ottenere il meglio da quello che la natura ci offre ogni giorno. Cosa direi ad un ragazzo che volesse incamminarsi su questa strada ? Intanto di amare quello che fa, poi di avere l’intuito per poter commercializzare il suo prodotto, a volte si arriva anche a fare un prodotto fantastico ma per un problema di distribuzione, non ha il successo che merita. Poi di non rinunciare mai al suo personale “grido di battaglia”. Il mio? Svegliarmi ogni giorno e cercare di proseguire a far bene quello che sto facendo. Non so se in un altro luogo avrei potuto ottenere lo stesso obiettivo. Alla fine quando penso a tornare a casa non penso al Veneto, penso alla Sicilia. Questa terra ha una una sua aria. Unica. L’avverto quando vado fuori e poi rientro. Sicuramente la Sicilia con il suo respiro mi ha fatto sentire diverso».

c.greco@lasicilia.it

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