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Dalla chimica al teatro: ecco chi è Marcella Lattuca, la "Madonna" di Jacopone da Todi

Di Luigi Mula

Ama il viaggio vissuto come una continua indagine privata e ricerca delle passioni più recondite.
Legge Dostoevskij, Goethe, Golden, Duras, Bulhakov, Murakami e Kundera.
Ripete come un “mantra” la Critica della ragion pratica di Kant, profondamente colpita dalla celebre pagina che recita “Il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me”.
Marcella Lattuca è tutto questo ed altro ancora. Descriverla non è facile: agrigentina, sposata, laureata in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche, attrice e giornalista per passione, docente per vocazione; Marcella, infatti, ha insegnato in diversi istituti superiori dell'Agrigentino.
Ama lo sport, stare in mezzo alla natura, ascoltare musica, leggere, andare al cinema, a teatro, viaggiare e, afferma: «Fare tutto quello che in qualche modo riesce a nutrirmi l'anima».
Bellezza androgina, la nostra “Pentesilea” ha posato per l'inserto “Io Donna” de La Repubblica, e recitato accanto a registi come Marco Parodi,  Gaetano Aronica, Antonio Liotta, Francesco Capitano e Franco Passatore.
É stata una ispirata Madonna ne "Il Pianto della Madonna" di Jacopone da Todi,  una superba Giulietta  ne “La veridica storia di Romeo e Giulietta” di Enea Silvio Piccolomini, una convincente donna velata, nel “Così è, se vi pare” per la regia di Marco Parodi,  una nuova Marta Abba in “Diana e la Tuda”, per la regia di Franco Passatore, e una misteriosa Ruth nel “Ritorno a casa” di Pinter, per la regia di Francesco Capitano .
Infine, la scorsa estate, ha interpretato La Maddalena nelle Albe e  Donna Anna in Vizi Capitali, diretti da Gaetano Aronica.

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A maggio, la rivedremo sul palcoscenico del Teatro Luigi Pirandello di Agrigento, con “Ombre” , sempre diretta da Aronica.
Il teatro, dunque, come metafora del viaggio, nel quale l'attrice manifesta una continua ricerca dell' “Io” cartesiano e kantiano.

Così, dopo un percorso intenso, in cui vedremo uscire emozioni e sentimenti nascosti, conosceremo una donna diversa da dove eravamo partiti.

Dalla chimica al palcoscenico, il passaggio è stato semplice?
“Aver deviato sul giornalismo e sul teatro è stata tutta colpa della mia maestra, la signora Insalaco che ci ha fatto fare un percorso alle scuole elementari molto innovativo fatto di teatro e non solo. Ho fatto il Liceo scientifico, ero portata sia per le materie letterarie che scientifiche e sognavo di fare qualcosa in grande. Così ho optato per la chimica, che è l'origine di tutto quanto, e fonde sia il mio lato filosofico che quello scientifico. Ma non ho mai mollato quelle che erano le mie passioni che sembrano in contrasto. Tutto quello che ci circonda è un'alchimia; il teatro è un' alchimia, anche se, rispetto alle formule chimiche, non è una formula esatta. Il teatro è un continuo divenire ed è questa la sua magia.”
 

Insegnante di professione, nel rapporto con gli studenti cosa scaturisce a livello umano?
“Insegno chimica a scuola, attualmente, però, faccio sostegno. Osservare fa parte del mio lavoro. Per entrare in empatia con gli allievi, soprattutto quelli che sono in uno stato di difficoltà, è necessario osservare come questi rispondono a determinati stimoli. Questo comporta la necessità di mettersi in gioco, correggere il proprio di approccio per riuscire a trovare il giusto canale comunicativo che è fondamentale in primis per intessere un rapporto umano e poi per raggiungere l’obiettivo formativo.”

Dunque, ti consideri una buona osservatrice?
“Mi piace indagare l'animo umano, osservare gli altri, osservare me stessa e vedere i vari atteggiamenti che può avere il genere umano in determinate condizioni. Uno studio antropologico che mi porta a riflettere su cose importanti, anche quando faccio cose apparentemente banali, come guidare la macchina. Basta un input: una canzone o un messaggio pubblicitario, per scatenare in me un effetto domino e riflessioni che mi fanno sentire viva.”

Qual è, poi, l'approdo?
“Costruisco un microcosmo che mi porta a riflettere su me stessa e sui miei comportamenti. Mi chiedo perchè gli uomini e le donne si comportino in un determinato modo. Spesso l’uomo perde la propria originalità nel comportamento quando si trova “imprigionato” in situazioni coatte e, in quel caso si trasforma quasi in una macchina e assume spesso dei comportamenti ripetitivi.”

Vuoi spiegare meglio?
“L'ossessivo compulsivo fa un determinato tipo di azioni, così come la maggior parte dei soggetti che sono affetti da qualche deviazione mentale.. ma sono comportamenti riproducibili e poco originali; anche gli artisti vengono spesso etichettati come “pazzi” ma in questo caso si tratta di una sorta di sana stravaganza… come canta Vasco, vivere l’arte, ti porta a stare in” equilibrio sopra la follia”. Beh, questo può in breve essere un piccolo esempio delle mie riflessioni…cerco di indagare tra le pieghe di quella parte più fragile e vulnerabile dello stesso essere umano, per trovare il senso del contrasto tra quella insostenibile leggerezza dell’esistenza, di kunderiana memoria, e la necessità umana di trovare un significato, un Senso appunto.”

Osservare ti aiuta nella recitazione?
“Istintivamente è questo quello che deve fare l'attore! Capire se certe azioni le ha dentro o, comunque, attingere appunto dall’osservazione per immagazzinarle e poterle meglio tirare fuori all’occorrenza. Io ho sempre immaginato che ognuno di noi abbia dei cassetti della memoria a livello emozionale. Ogni attore deve avere uno schedario emozionale per attingere ogni qualvolta si trova a dare vita a personaggi diversi. Nella mia carriera sono passata da giovane attrice ad attrice matura, una evoluzione che l'attore deve sempre accettare, senza rinnegare mai le emozioni della giovane attrice. Guai a non accettare il processo evolutivo perchè altrimenti rimaniamo solo degli Peter Pan e così bloccheremmo la nostra naturale evoluzione appunto.”

Un esempio?
“In quest'ultima esperienza che sto facendo con Ombre, interpreto una mamma siciliana; io sono siciliana, ma non sono una mamma. I modelli ai quali mi sono ispirata sono stati mia madre e mia nonna. La sicilianità e l'essere madre, dolce, ma allo stesso tempo risoluta ed intransigente sono rappresentati, soprattutto da mia madre. L'attore può far leva sulle proprie azioni, sulle proprie emozioni ma non può, come ovvio, aver vissuto tutto. Osservando gli altri, attingendo nelle proprie esperienze personali, un attore può in un certo senso “completarsi” e comprendere meglio cosa si possa provare in determinate situazioni.”

Qual è il senso di Marcella per il teatro?
“È un'emozione che parte dai sensi, dall'odore polveroso che si respira in teatro che è lo stesso odore che io ricordo nel teatrino della scuola elementare. Per me recitare è quasi un'esigenza, il teatro è il mio habitat ideale.  Negli anni, anche se spesso ho cercato di accantonarla, questa passione mi è venuta sempre a cercare. Io sono molto fatalista. Nel 2000 avevo fatto un provino alla Ronconi di Torino ed ero anche stata presa. Non partii perchè ero innamorata ed a malincuore mi buttai sulla cosa più incerta che era il fidanzatino di allora.”
E' un tuo  rimpianto?
“Un rimpianto che mi porto ancora dietro. I miei genitori, per quanto possano essere stati rigidi nel modo di educare, mi avevano lasciato libertà di decidere perché avevano capito che recitare era una mia esigenza,  un bisogno viscerale. In quell'occasione dissi di no al teatro. Ma lui non mi ha scordata, e mi è venuto a cercare nuovamente!”

Dunque, un teatro necessario e salvifico?
“Non è tutto rose e fiori. Il teatro a volte è anche sofferenza;  mettersi a nudo non è sempre facile, soprattutto per chi, come me ha un animo sensibile, introverso e timido. Non ti nascondo che quando torno dalle prove spesso mi capita di avere crisi di pianto consapevole di aver tirato fuori delle emozioni che nemmeno conoscevo. Il teatro, dicevo, è un'alchimia che mi permette di sentirmi completa in un equilibrio instabile. Il teatro è per me terapeutico, a volte doloroso, gioioso, emozionale. È come il grande amore che alle volte è corrisposto,  altre volte fa il duro e ti fa soffrire. Però, in fondo, senti che ti ama.”

Hai mai pensato di non essere portata per un ruolo?
“C'è una frase che mi ripeto come un mantra: “ il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”. Noi spesso ci lasciamo condizionare da situazioni che sono solo apparentemente più grandi di noi o da persone che sono più forti di noi. Proprio in questi momenti in cui mi sento così “schiacciata” penso a questa legge morale. Al di sopra di me non ci può esser nessuno più alto di Dio, del mondo o di qualsiasi entità impalpabile. Bisogna fare leva sempre sulla propria legge morale: sopra di te non ci deve e non ci può essere qualcuno al tuo pari, ma qualcosa o qualcuno al di sopra dello scibile umano. Per cui la difficoltà di interpretare un personaggio spesso è solo nei limiti che ci poniamo noi stessi, nulla è impossibile da fare o da interpretare.”

Sei particolarmente legata ad un tuo personaggio?
“È come se dividessi la mia carriera in due filoni. Ricordo ancora a memoria il pianto della Madonna di Jacopone da Todi: “ Como esser porrìa che non fece mai follia, Cristo, la speme mia, om' l'avesse pigliato?” e, poi, il ruolo di Giulietta che mi ha dato la possibilità di misurarmi con me stessa, per la prima volta in una parte da protagonista. Infine, gli ultimi ruoli più maturi con registi come Gaetano Aronica che mi hanno aperto un mondo e un modo di lavorare completamente nuovo e diverso; ogni personaggio interpretato è un tassello fondamentale per la donna e l’attrice che sono diventata, quindi non mi sento di sceglierne uno, semmai posso dire di essere grata ad ogni personaggio che ha vissuto attraverso di me”.

C'è, invece, un ruolo invece che ti piacerebbe interpretare?
“Mi piacerebbe essere un uomo, e questo direi che almeno fisicamente sia molto diverso rispetto a quello che appaio. Oppure mettere in campo la bravura con qualcosa di difficile di contorto, tralasciando la mia femminilità; come quei personaggi che hanno qualcosa che non li lascia in pace dentro. Perchè in fondo in fondo ognuno di noi ha qualcosa che non lo lascia in pace....... (si ferma, pensa)...si! possibilmente il ruolo di qualcuno che non ha sonno, dentro il suo essere.”

Il 7 e 8 maggio sarai al Pirandello protagonista di Ombre; un ruolo complesso il tuo?
“Ecco! (sorride) Quello che mi assomiglia meno e di più contemporaneamente è quest'ultimo ruolo dove mi spoglio da un cliché dettato anche dalla mia fisicità. Mi sporco tanto; interpreto, come ho già detto, un ruolo di una madre e mi misuro con la mia maturità non solo artistica, ma anche anagrafica. Una donna combattuta che si divide tra l'educazione della figlia e l'amore per un marito che non è proprio molto corretto verso  la società. Lei si trova a fare da ago della bilancia in un giallo con sequenze costruite come una matrioska”.

C'è qualcosa che ti piacerebbe dire agli amanti del teatro?
“Apritevi ad ogni esperienza artistica anche quella che sembra molto distante apparentemente dai propri canoni, gusti ecc. solo esplorando più mondi, “assaggiando” rifferifferenti “sapori” ci si darà la possibilità di abbattere i confini ed avere davanti più orizzonti senza rimanere fermi su le cose stantie.”

Se apriamo il tuo cassetto dei sogni che cosa salta fuori?
“Il mio sogno nel cassetto è quello di fare una fiction o un film, perchè, a parte qualche cortometraggio, non mi sono mai misurata con la cinepresa. Penso che sia diverso dal teatro e, probabilmente, l'attore teatrale si troverebbe anche più avvantaggiato sotto certi punti di vista , perchè il teatro è “hic et nunc” qui e ora lo fai una volta e non c'è possibilità di dire ciak, facciamo la seconda. Gli attori teatrali vivono il brivido del: è buona la prima. È un mondo che non mi ha ancora sfiorato..... chissà!”.

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