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Fabrizio Fazio, l'artigiano del tamburo che a Gangi lavora lamiere e pelli di capra

Appassionato fin dall'età di 4 anni dalla percussione, ha “rubato” ai vecchi artigiani del suo paese l’odore pungente delle botteghe, impadronendosi delle tecniche di costruzione di questo strumento

Di Giuseppe Bianca

«Il territorio si salva raccontandolo». La lezione di Paolo Rumiz ci ricorda che la memoria a volte è una linea di confine che divide la vita in due mondi. Capita pure però che rimandi a un tempo comunicante come nella Sicilia dei nuovi mestieri che scivola in avanti, ma si adagia sulle ali del passato recuperando i vecchi. Gli stessi di una volta che tramandano e riproducono schemi arricchiti, in questo caso, dall’estro sornione, benignamente malinconico, del popolo madonita. 

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Fabrizio Fazio è l’artigiano del tamburo. Appassionato fin dall'età di 4 anni dalla percussione, “ruba” ai vecchi artigiani di Gangi l’odore pungente delle botteghe e si impadronisce delle tecniche di costruzione di questo strumento. Non galleggia tra un esempio e un “copia e incolla” delle cose fatte, ma si fa custode della semplicità romantica che gli consente di riportare indietro l’orologio nel tempo fino alla tradizione ultracentenaria che prende vita con le tammorre, i tamburi a cornice, quelli medievali e imperiali. Traendo ispirazione anche dal respiro mozzafiato del panorama di Gangi, Fazio fa brillare di una luce nuova ogni singolo materiale che viene creato per dare vita ai tamburi artigianali, ciascuno con un suono differente: la pelle di capra, i setacci di legno e la latta temperata. Mettendoli insieme ottiene uno strumento dal suono inconfondibile: «La storia - racconta Fazio - riferisce che a fine Ottocento arrivano in Sicilia le prime tonnare, ovvero le latte dove si conservava il tonno. I contadini cominciano a utilizzare la lamiera per diversi impieghi. Le latte di tonno permette di realizzare i primi piattelli forgiati a mano, a cui si aggiunge la lavorazione delle pelli di capra per ottenere il tamburo. Ogni pelle, ogni latta, ogni tamburo ha un suono diverso perché ogni piattello fatto a mano è diverso dagli altri e produce un suono differente. Non esistono neppure due piattelli uguali, non potrebbe essere altrimenti perché sono ritagliati a mano». 

 

 

Nell’epoca il cui il tam tam corre solo sulla dimensione social veniamo riabituati a un movimento semplice e antichissimo. E così c’è il tamburo imperiale utilizzato a Gangi soprattutto durante le festività religiose con i tamburinari che suonano i tamburi imperiali adornati con i colori della Confraternita di appartenenza: «Con poco abbiamo realizzato un piattello con soli elementi di riciclo e senza spendere nulla. Il tamburo produce suoni arcaici come quello dell'antica Mesopotamia che è il più antico strumento di suoni dopo la voce». Le atmosfere  da «Scarabeo sonoro» che sarebbero piaciute anche alle nacchere di Garcia Lorca saldano l’usanza con il costume, la tradizione con il suo uso. Sono suggestioni che fissano una dimensione. Il suono carpito dalle onde del mare, dai rumori della pioggia e del vento passa dalle mani che disegnano cerchi sul tamburo. La pelle di capra conciata secondo un rituale antichissimo permette,  infatti, di ottenere un suono unico: «La pelle – spiega - viene lavorata con la calce che brucia e disinfetta il nervo del pelo che rende liscia e uniforme. Poi si sgrassa con la pietra pomice di Lipari. È un lavoro artigianale che ha bisogno anche del suo tempo, ma regala grandi soddisfazioni». 

Oggi Fabrizio è uno dei rarissimi artigiani del tamburo, sempre più riconosciuto e apprezzato anche al di fuori delle Madonie. La sua bottega "La capra canta" nel cuore del centro storico ha sviluppato  contatti con tutto il mondo grazie alla potenzialità dell'ecommerce. Anche il romanticismo del resto ha bisogno della sua fisicità: «Quando è possibile cerco sempre di costruire un rapporto umano con le persone, anche per capire che tipo di strumento necessitano e quale  tamburo può essere più utile».

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