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Il manager "catanese marca Liotru" a Parigi

Francesco Palazzo, top manager di una multinazione che si occupa di apparecchiature medicali si racconta

Di Maria Ausilia Boemi

Si definisce, sorridendo, «catanese marca Liotru», anche se ha vissuto a Sant’Agata Li Battiati fino al primo anno di università e pur in possesso, ormai, della doppia cittadinanza italiana e francese: dal 2001, infatti, l’ingegnere 50enne Francesco Palazzo vive stabilmente a Parigi («inizialmente doveva essere una parentesi di un paio di anni») dove è direttore generale di una multinazionale che fabbrica apparecchiature medicali.

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Sposato con Stefania, nata a Milano ma cresciuta con lui a Catania, laureata in Scienze dell’Informazione e con lui partita per l’avventura parigina «senza conoscere una sola parola di francese», con due figli gemelli di 16 anni, Francesco Palazzo è laureato in Ingegneria elettronica a indirizzo biomedico al Politecnico di Milano. «Dopo il liceo a San Giovanni La Punta - racconta - di cui ho bellissimi ricordi, ho fatto i primi due anni all’università a Catania, poi agli inizi degli anni ’90 mi sono trasferito al Politecnico di Milano per seguire il corso in Ingegneria elettronica a indirizzo biomedico che mi consentiva di associare le mie passioni per la medicina e l’ingegneria. Mi sono laureato con una tesi sperimentale nell’ambito della riabilitazione delle persone paraplegiche, molto apprezzata all’epoca e pubblicata su diverse riviste scientifiche, per la quale ho passato un semestre alla Technical University of Munich in Germania e un altro alla Queen’s University a Toronto, in Canada». Dopo la laurea, un primo impiego a Milano in HP, «ma non era il settore che mi si confaceva. Volevo assolutamente entrare nell’ambito biomedico e l’occasione si è presentata nel 2001 con GE, la grande azienda americana che cercava persone di alto potenziale da inserire in un programma biennale di formazione di leadership nel loro quartier generale che a quel tempo era a Parigi». Con Stefania, allora fidanzata, l’ing. Palazzo si è quindi trasferito nella Ville Lumiere: «Conoscevamo la città, ma neanche una parola di francese. L’idea era fare questa esperienza e poi tornare a Milano. Siamo arrivati a Parigi nel 2001 e siamo ancora qui. Nel tempo, il mio curriculum professionale si è evoluto in ambito aziendale: ho cominciato occupandomi della parte R&D dei mammografi con GE, per poi spostarmi al settore marketing e vendite e arrivare alla direzione una decina di anni dopo, fino al grande passo finale, con il passaggio, come direttore generale, a una multinazionale che fabbrica apparecchiature medicali».

Insomma, una scalata verso il successo professionale, peraltro non ancora conclusa: «I cicli nelle aziende oggi sono abbastanza brevi. Continuerò nell’ambito medicale: penso infatti che la mia forza sia la conoscenza del mercato francese in questo ambito che, secondo me, è uno dei più complicati ma è anche uno dei sistemi di sanità migliori al mondo, con un welfare veramente efficace. Ma il più grande progetto di vita sono i miei figli. L’anno prossimo dovranno scegliere l’università, per ora frequenteranno l’ultimo anno del liceo internazionale pubblico al quale sono iscritti nella sezione italiana. Non ci sembrava infatti giusto che imparassero la lingua solo a casa o con i nonni, volevamo che avessero una doppia cultura, sia francese che è quella in cui sono immersi, sia italiana: hanno così frequentato questa scuola sin dalle medie e alla fine avranno un doppio diploma di maturità e di baccalariato».

Un bilancio di vita positivo che non prevede rimpianti: «Penso sia stato un bene girare il mondo. Ho un po’ sofferto il distacco all’inizio, ma lo rifarei. Poi, alla fine, le origini sono un po’ come un elastico: da giovani ci si allontana, ma a una certa età questo elastico comincia a tirare forte». Ecco perché l’ingegnere Palazzo vede forse nel suo futuro da pensionato il rientro in Sicilia: «Quando i ragazzi saranno chissà dove per la loro strada, probabilmente io e mia moglie vorremo rivivere il sole e il mare di Sicilia. Ma è un progetto da pensionato: purtroppo, non vedo grandi possibilità di evolvere granché professionalmente nella nostra cara Sicilia».

Un percorso di successo ma non senza difficoltà: «Io difficoltà ne incontro sempre - ammette -, ma all’inizio la maggiore è stata sicuramente quella di doversi adattare non conoscendo una sola parola di francese. Confesso che sono rimasti famosi tra gli amici alcuni strafalcioni anche pesanti in lingua francese che abbiamo fatto. L’accento siculo, comunque, non l’abbiamo perso anche dopo tanti anni anche se abbiamo doppia nazionalità e doppio passaporto, perché ci piaceva essere inseriti nel tessuto sociale e potere votare». Alle difficoltà fanno da contraltare le soddisfazioni: «La maggiore, dal punto di vista professionale, è quella di gestire, da non francese, dei team francesi. Avere insomma potuto affermare con discrezione e misurata umiltà, ma anche competenza, la mia diversità in un ambito che a volte era molto “sciovinista”». In ciò, di forte aiuto all’ingegnere Palazzo è stato «l’avere una mentalità aperta, frutto anche di tanti viaggi che mi hanno permesso di conoscere diverse culture». Merito della famiglia «che ha spinto me e mia moglie ad essere cittadini del mondo», ma anche di studi molto validi in Italia: «Sin dal liceo di San Giovanni La Punta, dove ho avuto dei prof molto in gamba, a dimostrazione del fatto che la qualità non ha patria e il talento è ovunque. Ottimo anche il livello al Politecnico di Milano che mi ha dato la possibilità di andare a fare la mia tesi all’estero. Purtroppo, gli studi in Italia hanno una qualità che molte volte è misconosciuta. È chiaro che all’estero c’è tutta un’altra situazione: quando sono stato in Canada, la mia preparazione teorica c’era, ma appena si trattava di andare un po’ sul pratico, sul concreto, mi trovavo in difficoltà. E poi avevano mezzi e strumenti al tempo impensabili persino a Milano». Così, anche se non è il caso dell’ingegnere Palazzo («Io non penso di essere per nulla un cervello in fuga», sottolinea), i cervelli fuggono o comunque l’Italia non ha la capacità di attrarli: «L’attrattiva principale è la convenienza economica e finanziaria; poi avere gli strumenti, arrivare in un ambiente che ti permetta di accedere a tecnologia e innovazione, che ti consenta di sentirti inserito nel mondo globale del progresso. Infine, una tara del sistema Italia è privilegiare troppo le conoscenze personali a discapito del merito: intendiamoci, il network di conoscenze è ovunque alla base di tante carriere, però c’è quello sano e quello malsano».

Eppure la Sicilia resta sempre nel cuore «e, anche se veniamo spessissimo lì e pur se è banale dire che mi mancano il sole, il mare, i profumi, è tutto vero. Quando arriviamo all’aeroporto di Catania la prima boccata d’aria per me è sempre profumata: è un profumo diverso che riconosco dentro di me immediatamente e vibra». A non mancare al professionista etneo è «quella parte della cultura del più forte, del più furbo. Una cultura che esiste ovunque, però nei limiti dell’essere scaltro, arguto, con un limite. In Sicilia temo che spesso questo limite venga sorpassato e credo che ciò sia il risvolto della medaglia di tutte le culture del Sud in cui una grande forza del clan, della famiglia diventa anche una mancanza di rispetto per ciò che è pubblico e comune».

Insomma, alla fine della storia, la chiave del successo si riduce in una formula di vita: «Essere adattabile, osservare, ascoltare, non imporre, ovviamente con il mio stile e i miei valori, mi ha consentito di calibrare la mia azione, le mie decisioni, la mia strategia». Merito dell’apertura mentale. Ed è quello che l’ingegnere Palazzo, in buona sostanza, consiglia ai giovani come i suoi figli: «Soprattutto a quelli che hanno la possibilità di studiare, consiglio di aprirsi, di incontrare persone diverse, di viaggiare, di essere capaci di trovare nella diversità una forza. Ascoltare senza tuttavia inghiottire tutto, ma con spirito critico grazie allo studio. Non c’è altro modo di capire le cose che la cultura, lo studio. Oggi la cultura è diventata Youtube, ci battiamo con i ragazzi perché, oltre a navigare in rete, leggano libri. Spesso i ragazzi non sanno bene cosa vogliono, sono talmente bombardati di informazioni che è difficile fare una sintesi: bisogna avere un grande spirito critico perché sennò tutto quello che arriva dalla rete diventa quasi verità assoluta». E così - lo insegna l’esperienza di vita - non è.

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