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Il "custode" di Santa Lucia va in pensione: l'"ultima volta" di Benedetto Ghiurmino da maestro di cappella

Per 35 anni questo anziano signore ha ricoperto il ruolo con profonda devozione. Già all'età di 6 anni aveva avuto il primo segnale di "attenzione" nei suoi confronti da parte della Santa Patrona di Siracusa

Di Francesco Nania

L’incarico, ricevuto nel 1987, avrebbe dovuto avere la durata di appena tre mesi ma si è protratto per ben trentacinque anni. Per Benedetto Ghiurmino, 75 anni, siracusano, domani sarà l’ultima volta da maestro di cappella, una sorta di custode del simulacro di Santa Lucia, patrona della città aretusea. «Dal 1977 ricoprivo la carica di vice segretario della deputazione cappella Santa Lucia e fui convocato in curia dall’allora arcivescovo di Siracusa, monsignor Calogero Lauricella - racconta Ghiurmino - per sostituire il precedente maestro di cappella. Benché lusingato, dissi che non mi era possibile accettare perché ero vigile del fuoco e i turni non mi avrebbero permesso di essere sempre presente. Il presule insistette, convincendomi a svolgere quel compito per un breve periodo. Invece, sono rimasto lì per tutto questo tempo».  

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Ghiurmino è al servizio di Santa Lucia dal remoto 1962 quando ancora giovanissimo fu chiamato a far parte dei personaggi che, in costume d’epoca, sfilavano durante la processione del 13 dicembre attorno alla carrozza del Senato. «Nonostante fossi di statura alta - dice - indossai i costumi del paggio. Eravamo emozionati di recarci nei camerini degli attori al teatro comunale. Il teatro era già inattivo da alcuni anni e i vigili urbani lo utilizzavano in parte come deposito per i corpi di reato. Ricordo la dedizione con cui Enzino Accolla con la moglie confezionavano quei costumi che risalivano agli anni Cinquanta del secolo scorso, realizzati da una sartoria di Firenze, che sono stati rinnovati negli anni Novanta su iniziativa dell’allora assessore comunale Enzo Vinciullo. Quei costumi sono oggi custoditi nella sede della Deputazione della cappella di Santa Lucia».

 

 

La carrozza del Senato, realizzata in stile barocco nel 1764, usciva in pubblico trainata da quattro cavalli. Dal 2008, però, è esposta nell’androne di palazzo del Vermexio e nemmeno dopo il restauro, completato nel 2020 su iniziativa del Rotary Club, è stata portata in processione dietro al simulacro della patrona di Siracusa. Una “vettura” che ricorda quella che sfila il 3 febbraio a Catania per l’offerta della cera in onore di sant’Agata, patrona del capoluogo etneo. «La carrozza del Senato chiudeva la processione del 13 dicembre - dice il maestro di cappella - e il signor Forte, economo del Comune, organizzava tutto nei minimi particolari. Il cavaliere Manni, che recitava per le rappresentazioni classiche, svolgeva la mansione di capo mazziere e dava il segnale di andare avanti o di fermarci. Due commercianti, Ciccio D’Agostino e Sebastiano Cassia, si occupavano dei cavalli che andavano a prendere in un maneggio a Messina. Ricordo che, in via Arsenale, quando ancora la città era tagliata in due dai binari della ferrovia, capitava di dovere attendere il passaggio del treno. Notavamo affacciarsi dai finestrini tante persone che arrivavano o che lasciavano Siracusa per motivi di lavoro, i quali si commuovevano a vedere la processione di Santa Lucia». 

 

 

La devozione di Benedetto per la santa risale a quando era ancora bambino. «Sono nato e cresciuto in Borgata - ricorda - a due passi dalla parrocchia di Santa Lucia. I miei genitori mi portavano in chiesa durante la tredicina per ascoltare i predicatori. Rimasi incantato dai racconti che facevano personaggi come padre Antonio. L’odierna basilica del sepolcro era sempre piena di fedeli, non bastano i banchi, per cui ci portavamo le sedie da casa». Benedetto ha frequentato la parrocchia di Santa Lucia. «Per noi ragazzi era un punto di aggregazione. Giocavamo a bigliardino e a calcio nel cortile in cemento che, d’estate, veniva occupato dal cinema all’aperto, denominato Arena Edison».  

All’età di sei anni ebbe il primo segnale della sua profonda devozione alla martire siracusana. «Mi ero ammalato di polmonite - dice Benedetto - e i miei genitori si erano affidati a Santa Lucia, oltre che alla cura dei sanitari, ed ero guarito. Nel 1981 ebbi un altro segno della misericordia di Lucia: fui ricoverato in ospedale. Tutti credevano si trattasse di una banale appendicite ma, dopo quattro ore in sala operatoria, seppi che si trattava di una colicistite presa giusto in tempo per evitare estreme conseguenze. Il dottor Enzo Bosco, che eseguì l’intervento chirurgico, disse che qualcuno mi aveva protetto. E chi se non Santa Lucia?». 

 

 

Nella lunghissima esperienza di devoto, Benedetto è stato anche portatore del simulacro. «Prima del 1974, quando furono chiamati berretti verdi, i portatori erano sessanta e non facevano i turni. La processione si fermava in piazza Euripide dove, in assenza dell’odierno santuario, era stato costruito un capannone con tubi innocenti e lastre di eternit per ospitare il culto della Madonnina delle lacrime. Altra sosta la facevamo in corso Umberto dove, su iniziativa della congregazione dei falegnami, era tradizione offrire ai portatori un uovo sodo con un bicchierino di vermouth. La processione faceva una sosta anche al vecchio carcere borbonico da dove i detenuti erano soliti fare un omaggio floreale. In piazza Cesare Battisti c’era il lancio di palloni aerostatici su iniziativa di don Pasqualino, anziano devoto burgariotu. Poi il simulacro veniva portato dentro la chiesa di San Filippo, dove c’erano le orfanelle che cantavano un inno a Santa Lucia». 

La notte del terremoto del 13 dicembre 1990, Ghiurmino, sfidando il pericolo di ulteriori scosse, svolse il suo compito di maestro di cappella. «Ricordo che lasciai moglie e figli in campagna e mi precipitai in cattedrale. Ero vigile del fuoco e, benché non fossi di servizio, mi affiancai ai colleghi per accertarci che il sisma non avesse provocato alcun danno. Da allora, i vigili del fuoco si alternano ai berretti verdi nel trasporto del simulacro in processione». 
Benedetto, pur congedandosi in questi giorni in cui si festeggiano i 1718 anni dal martirio di Lucia, passando il testimone al giovane Alessandro Zanghì che apprende peculiarità e segreti, ha ottenuto la qualifica di maestro di cappella emerito. Venerdì ha aperto la cappella in cui è custodito il simulacro, utilizzando le cinque chiavi possedute da altrettanti componenti della deputazione. Il 20 dicembre, a conclusione della processione dell’Ottavario, il maestro di cappella si occuperà del rito della chiusura della nicchia in cattedrale. Per l’ultima volta. 

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