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L'amore per Acireale, l'arte e il volontariato: il racconto di Maria Forini Paolì

L’infanzia, i genitori il bisnonno Martino, che fu sindaco della città, nei ricordi di una protagonista delle famiglie più illustri di Acireale 

Di Rita Caramma

Nella bella casa in cui vive, oggetti e fotografie scandiscono gli anni, quelli più vicini, quelli più lontani. Immagini che riportano alla memoria il vissuto personale e famigliare, ma anche quello che lega la sua famiglia d’origine alla storia di Acireale. Maria Fiorini Paolì, quarta di sei figli di una delle famiglie più illustri della città, così racconta la sua infanzia: «Ero una bambina tranquilla, curiosa, circondata dall’affetto dei miei cari e profondamente innamorata di mio padre, con cui avevo un fitto dialogo. Era una persona con una spiccata sensibilità, dovuta al suo vissuto». Così, Orazio Fiorini Francicanava e Rosalia Leotta, i fratelli Cherubino, Giacomo, Mario e le sorelle Agata e Lucia, sono il mondo in cui Maria cresce, ricco di stimoli, tradizioni e memorie che lei porta nel cuore e che le permettono di rapportarsi con l’esterno, nell’Acireale di quegli anni, ricca di fermenti culturali e sociali: «Dopo il diploma, mi iscrissi alla scuola di Servizio sociale e, una volta completati gli studi, iniziai a lavorare all’Organismo diocesano assistenziale dove mi occupai di minori disagiati. Fu un’esperienza importante e arricchente». 

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Dal bisnonno Martino Fiorini Calì Costa, che amava disegnare con l’inchiostro di china, Maria eredita la vena artistica che si manifesta con le pregevoli creazioni in ceramica e che la porterà, negli anni, a scegliere di dedicarsi all’insegnamento di materie tecniche. E, a proposito di Martino Fiorini, ricordiamo la bellezza e la maestosità di Palazzo Fiorini edificato per sua volontà nel cuore del barocco acese alla fine del 1800: «È una testimonianza della sua conoscenza e passione per l’arte, è uno dei luoghi dell’anima della mia famiglia, così come le tenute in campagna, ereditate dal patriarca, nonno Mariano, dove lavoravano centinaia di operai. Nelle giornate dedicate alla vendemmia, con i miei fratelli, potevamo assistere a come intere famiglie di contadini ai quali eravamo legati da un reciproco rispetto così come ci aveva insegnato mio padre, si prodigavano al raccolto dell’uva, mentre le donne preparavano la colazione a base di ortaggi e legumi cucinati in grosse pentole. Era uno dei momenti di festa comune che continuo a portarmi nel cuore».

Sempre a Martino Fiorini, che di Acireale fu sindaco, si deve tra l’altro, e per ricordarne il legame con la città, l’acquisto del convento di San Biagio nel 1893 a seguito della soppressione degli ordini religiosi in Italia nel 1866, che restituì alla città stessa sette anni dopo. E, poi, la costruzione della chiesa di Carrubba dedicata a San Martino e l’impegno come componente nella commissione Albergo invalidi oasi Cristo Re. Nel 1972, dopo una conoscenza radicata nell’adolescenza, Maria sposa il barone Ercole Paolì di Rasoli, dalla cui felice unione nascono Maria Pia e Mario Rocco. Nonostante gli impegni di lavoro e famigliari, lei non tralascia di dedicarsi al sociale che la vede impegnata, tra l’altro, nella Fidapa (Federazione italiana donne arti professioni affari) di Acireale, nel Fondo Ambiente Italiano, nella struttura Madonna della Tenda, nelle vincenziane e nell’Unitalsi (Unione nazionale italiana trasporto ammalati a Lourdes e Santuari Internazionali).

 

 

E, lo scorso anno, proprio dalla Fidapa di Acireale, durante una cerimonia nella cornice barocca di piazza Duomo, riceve un riconoscimento per l’impegno nel volontariato, dopo la stesura di un racconto “Un viaggio, un treno, una meta, un ricordo” con il quale partecipa a un concorso indetto dalla Fidapa e nel quale narra uno dei tantissimi momenti vissuti da volontaria a Lourdes dove ogni anno a bordo del treno bianco accompagna i malati, in quei pellegrinaggi ricchi di dolore e speranza.

 

 

«Ho voluto ricordare una mia esperienza che mi ha particolarmente coinvolto. Il nostro compito, come volontari è quello di assistere i malati e i pellegrini e aiutarli a fare il bagno. Un giorno si presentò una signora bella, elegante. L’aiutai a spogliarsi per indossare il camice e immergersi nella vasca. Mi accorsi che aveva la parrucca e il suo corpo era pieno di cicatrici, devastato dalla malattia. Le stetti vicina, come se non fossi stata turbata da quanto avevo tristemente constatato. A un certo punto, per riconoscenza, mi mise 100 franchi in tasca. Le spiegai che noi eravamo volontari e ci bastava un sorriso a ripagarci. All’uscita, insieme lasciammo quel denaro nella cassetta delle elemosine: ma il suo sguardo stupito e commosso, non lo scorderò mai». 

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