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L'anima siciliana di Guia Ielo: «Questa una terra di "babbi birbanti" e paradiso maltrattato»

Riflessioni in chiaro scuro del'attrice catanese sulla sua isola

Di Marinella Fiume

Parliamo della Sicilia. Ma questa terra davvero è l’angolo più bello del mondo, una specie di Paradiso perduto o è tutta un’illusione letteraria? Una costruzione di Verga, Pirandello, Martoglio, Rosso di San Secondo, Camilleri, autori dei cui personaggi Guia Jelo è incarnazione? E forse è per questo che Manlio Sgalambro diceva che “la Sicilia esiste solo come fenomeno estetico; solo nel momento felice dell'arte quest'isola è vera”. 

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«Sì, è davvero l’angolo più bello del mondo, ma non è un Paradiso perduto, è un paradiso maltrattato, trattato come l’inferno, come pretende la nostra Etna. Un’illusione letteraria? No, è una concreta realtà letteraria che molti usano come carta igienica. Vergogna! Vergogna disconoscere la potenza letteraria della nostra terra!».

Vizi e virtù dei Siciliani sono già il segno della loro diversità. Elenco soltanto i più comuni: l’orgoglio, la diffidenza, la pigrizia, la violenza delle passioni, l’inettitudine, la claustrofobia della cosiddetta isolitudine, la babbitudine e la spirtaggine, la capacità di resistenza (secondo il detto “calati juncu ca passa la china”) e il servilismo (lo esemplifica bene un altro detto: “attaccamu ’u sceccu unni voli ’u patruni”), la mafiosità e il senso dell’onore. Una visione condivisibile o questi sono soltanto luoghi comuni che accompagnano la Sicilia e i Siciliani? 

«Più che altro direi che c’è troppo spesso una moltitudine di “babbi birbanti”: il “babbo birbanti” non sa di essere birbante, forse intuisce di essere babbo, quindi, per camuffare la propria babbitudine, fa delle stronzate, come dire "caga fuori dell’orinale". Siamo schiavi e sottomessi?  In realtà facciamo finta di essere schiavi e sottomessi, mentre siamo degli angeli dediti al bene degli altri, ecco perché ci rendiamo schiavi, perché amiamo, siamo affetti da una sorta di sindrome di Stoccolma, vogliamo amare colui che ci domina e ci rende sudditi e schiavi (Non so se si sente e si intuisce quanto sarcasmo c’è in queste mie parole…)».

Capisco, e del resto Tomasi di Lampedusa diceva che “i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro vanità è più forte della loro miseria...”. Ma andiamo avanti: che mi dici delle Siciliane? Come sono le femmine? Lupe verghiane o angeli del focolare, fedeli o traditrici? O forse sono “strèuse”, strambe, come è stato detto di te? Sei la Lupa tu?

«Io non sono affatto la Lupa, il mio lavoro è non essere mai me stessa, prestare ad altri la voce, il corpo, la pelle; non mi piace essere identificata con lei, mi piace solo nella misura in cui io mi illudo di piacere a Giovanni Verga, di farlo gioire ancora di averla scritta. Io della Lupa ne ho fatto una vittima, una perdente, uccisa dal suo stesso amore, dal genero che lei amava, in combutta con la figlia. 

Delle donne penso una cosa che non abbiamo mai il coraggio di dire. Noi donne siamo fimmini, guarda com’è dolce questa parola che a me dice tutto: le due emme sono i glutei, i seni; c’è il ventre, c’è tutto in questa parola. Fimmini!».

E le madri siciliane, spesso accusate perché educatrici familiari di mafiosi, come sono? Vittime del patriarcato, mammadràghe o matriarche?  E come è Guia Jelo come madre?  

«Le madri siciliane sono madri e basta, la maternità non ha regionalità, la madre in quanto tale non ha una caratteristica etnica. Quando una madre sbaglia e commette colpe gravi è malata, ma la madre è perfetta. Io come madre avrei voluto essere come è madre mia figlia: equilibrata, perfetta, amica ma sempre mamma. La mamma deve continuare tutta la vita ad allattare. Io come mamma mi sento portatrice di complessi edipici perché il mio amore è grandissimo ma eccessivo, anche se  non asfissio i miei figli. Loro mi dicono che sono una buona madre, ma non posso mai competere con mia figlia e con mia nuora: le guardo, le ammiro e mi sento in difetto come madre».   

 

 

Ma tu ti senti profondamente siciliana o piuttosto cittadina del mondo? Quanto gioca la identità e la tradizione, quanto la tua modernità e la universalità della grande attrice? 

«Certo, la sicilianità è una specie di pilastro dove si appoggia la mia statua di carne, il Creatore mi ha messa su questo pilastro, però non so dove collocare la mia identità: quello che gioca dentro di me è l’importanza dell’universalità della mia anima, non dell’attrice. Io stimo e ammiro il mio lavoro, ma la parola “grande” non si addice all’attrice. Certo, il nostro è un lavoro che comporta sacrifici, disciplina, sofferenza, ma il valore dovrebbe essere riferito a mansioni ben più importanti». “Il primo nemico è la rassegnazione…Ma io non mi sono mai rassegnata” hai detto in un’intervista. E forse è la rassegnazione la causa per cui la Sicilia non decolla mai, anzi, se mettiamo a raffronto gli antichi splendori alla decadenza attuale, sembra andare indietro “comu ’u curdaru”.  

 

 

«No, non ci siamo, io non riesco a vedere dove sono, qui, in mezzo alla mia gente, che la Sicilia fa passi indietro, abbiamo tanti talenti, io penso a Peppa la cannoniera, penso a chi ha fatto tanto per la Liberazione, ai grandi scrittori, non penso all’involuzione, penso all’evoluzione per la mia terra. È vero, io non mi rassegno mai, ma è doloroso, non rassegnarsi mai è faticosissimo perché ti muovi verso la pulsione di quella cosa e poi gli accadimenti ti deludono e quindi temi di esserti mossa inutilmente; però c’è una sola cosa a cui  sono amaramente rassegnata, la assenza della speranza di un mio rapporto d’amore coniugale. Io sono etero, sono single, sono stata sposata, ma sono rimasta sola che avevo già quasi sessant’anni (ora ne ho settanta), lo dico commossa, la cosa più atroce e abominevole non è soltanto essere sicuri di non avere più l’amore, ma perdere completamente la speranza di trovare mai l’amore coniugale. Io piango quando vedo un abito da sposa…».
 

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