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L'inferno in Ucraina raccontato dal reporter catanese: «Ho visto calpestare la dignità umana»

Gino Maceli, 55 anni, con Mediaset è stato nel Donbass dove si combatte una guerra sanguinosa

Di Alberto Cicero

Né eroe, né protagonista, né uomo immagine. Semmai - quello sì, eccome... - uomo “delle” immagini.
Gino Maceli ha 55 anni e ne ha trascorsi sin qui 38 a descrivere con le immagini quello che vede, quello che è attorno a lui. Cameraman “storico” di Antenna Sicilia per 22 anni («Ho iniziato lavorando con Turi Ragonese e poi Tano Zuccaro, due personaggi e maestri»). Poi free lance per televisioni tedesche, Sky Italia, Associated Press. Oggi per Mediaset.

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Regola fondamentale del mondo dell’informazione: si va dove c‘ è la notizia. Che siano gli oltre 100 morti ammazzati all’anno in una Catania anni ‘80 in crescita tumultuosa quanto sanguinaria, o che sia la Bosnia fatta a pezzi dalla “pulizia etnica”, o la “Primavera araba” che in Libia spodesta Gheddafi alla fine di una guerra di fazioni. E Gino è là, con la sua telecamera. Dove il dovere di fare informazione prevale su tutto, anche sulle emozioni e sulla paura.

«In Libia - ricorda - da Bengasi a Misurata a bordo di un rimorchiatore carico di armi, esplosivo e denaro ho davvero avuto sensazioni da... film».

Oggi il fronte si è spostato in quelle sterminate pianure dell’Ucraina. Dove il sogno europeo di un popolo viene ogni giorno strangolato da un regime “neoveteroimperialista”. Dove le case stanno diventando macerie.

Venti giorni in Ucraina, per Gino. Venti giorni all’inferno e ritorno, con una troupe di Mediaset. Venti giorni tra bombardamenti, distruzione, lacrime, vite spezzate. E la tua umanità. Che ti porti dentro ma che metti a disposizione (assieme a una telecamera e a un bagaglio professionale di tutto rispetto) del “raccontare i fatti”. Senza alcun bisogno di “inventarsi” proprio niente oltre quello che già è nei tuoi occhi. 
«Quello che è successo e che continua a succedere ti viene incontro - racconta di ritorno dall’Ucraina - Ha il volto di una signora anziana che ti fa entrare in casa sua, ti parla in una lingua incomprensibile, ti fa vedere i danni, ti mostra le foto di famiglia. Sulla tavola c’è ancora un pezzo di pane. La donna ha bisogno di parlare. Vuole fare sapere al mondo cosa le sta accadendo».

Cos’è una guerra in Europa nel 2022? Che immagini produce? Che sensazioni?
«Come sempre, anche oggi, le conseguenze peggiori sono per la popolazione. Distruzione, terrore, lutti. Nei villaggi non c’è più niente. La gente è senza casa, non hanno più nulla. Non credi ai tuoi occhi, non pensi che nel 2022 tu ti possa ritrovare davanti queste scene, come la gente chiusa per settimane nei rifugi».

Ci si abitua a vedere tutto ciò?
«Col tempo in parte sì. Ma ci sono cose che non puoi digerire. Per esempio le circa 700 persone che vedi vivere da tre mesi, sdraiati per terra, nella metropolitana di Kharkiv. Vecchi e bambini gli uni accanto agli altri. Io sono tornato a casa. Loro sono ancora lì. E’ la sconfitta della dignità umana».

Come si fa a lavorare comunicando all’umanità quando quello che accade è proprio la sua negazione, cioè la disumanità?
«All’ingresso della metro c’era scritto: “No foto, no video”. All’inizio, confesso, ho fatto qualche ripresa tenendo la camera bassa, senza riprendere i volti. Poi ho spento. Non puoi violentare questa gente».

Viene la tentazione, nell’era delle immagini, di spettacolarizzare le immagini di una guerra, di accentuare il loro impatto?
«Bisogna essere sinceri. Sinceri quando riprendi e sinceri quando effettui il montaggio».

Cos’è la guerra per i bambini ucraini? E’ stato scritto recentemente, in un reportage, che ai bambini non si può spiegare il sangue...
«La guerra è qualcosa che non comprendono, e che non è comprensibile per loro. Di bambini ne ho visti pochi. Nelle zone più colpite moltissimi sono fuggiti all’estero con le madri. Negli occhi di quelli che sono rimasti leggi il terrore. Anche se stanno giocando o specialmente se sono in fila con i genitori per avere viveri. Colleghi di altre troupe europee mi hanno raccontato di bombardamenti vissuti insieme a bambini. Quei suoni, quelle immagini diventano sofferenza che resterà dentro di loro per sempre. Se entri in una casa e trovi un peluche sai che lì c’era un bambino. Se lo inquadri trasmetti la sensazione di una famiglia che viveva là ma che ormai non c’è più».

Come è il morale degli ucraini?
«Anche se devi fare i conti con tanta distruzione, ancora è alto. E’ un popolo fiero e combattivo. Specialmente i giovani sono davvero europei. Sentono questa appartenenza. A Kiev dopo che si è allentata la morsa russa la gente ha ripreso a vivere, è tornata nei locali. Nelle regioni dell’Est, del Donbass, invece, specialmente i più anziani sono filorussi perché ricordano la vittoria sul nazismo come merito dei russi. Là a volte ci guardano quasi con diffidenza. Mentre facevo immagini di un posto di blocco e di un tizio che leggeva il giornale al di là dei cavalli di frisia, una donna mi ha visto e ha chiamato una guardia ucraina».

Il tuo rapporto con la paura in questi 20 giorni.
«Sai che la morte c’è. E’ là. E può prenderti. Ci vuole fortuna, non devi essere nel posto sbagliato nel momento sbagliato. La tua esperienza ti deve aiutare. Se cade un missile devi capire subito cosa è importante fare in quel momento. Una notte a Kharkiv in albergo i vetri tremavano per le bombe, i boati si intensificavano. Mi sono vestito di corsa e ho chiamato Angelo Machiavello e Fabio Platania, gli altri della troupe. Devi essere pronto a decidere per te e per gli altri. Perché magari l’indomani mattina vieni a sapere che la morte è caduta proprio vicino a te, come mi è successo a volte. Il suono delle sirene ti impressiona. E’ qualcosa di irrazionale, per noi. Là c’è pure una App che ti avverte, proprio con le sirene, di metterti al riparo se viene dato l’allarme nella tua zona».

Che guerra è questa? C’è un motivo vero in tutto questo orrore?
«La Russia aveva un’altra strada. Hai il gas con cui rifornisci mezzo mondo? Sfruttalo anche sul piano politico. Invece... invece è nata una guerra anche di propaganda in cui Zelensky sta dominando. Lui ha al suo fianco dei grandi professionisti della tecniche di ripresa. Basti vedere ogni suo intervento. Per noi del mestiere, si capisce subito che le inquadrature sono fatte col grandangolo o con correzioni di colore perché tutto sia più drammatico. Ma questa guerra ha colpito tutto il mondo. Non è certo solamente una guerra fra due eserciti. Impossibile dire come e quando finirà».

Tua moglie, le tue figlie. La distanza fra te e loro. I pericoli. Che rapporto c’è stato?
«Mi hanno aiutato moltissimo le videochiamate. Mia moglie Agata è stata straordinaria a dominare le sue sensazioni. Per esempio un giorno, al telefono, ha capito dalla mia voce che un missile era caduto vicino. E non è facile stare calmi in quei momenti. Mia figlia Sara ha 24 anni e ha vissuto già tutte le mie... partenze anche se è ovvio che tu cerchi di non fare mai comprendere quanto pericolo corri. Viola ha 10 anni. Mi sono perso la sua prima comunione che è stata proprio in quei giorni; abbiamo fatto solo una videochiamata durante la festa. Le ho detto che è una bambina fortunata perché non sta vivendo quello che stanno vivendo i suoi coetanei ucraini. Quando sono tornato non mi ha chiesto racconti ma mi ha fatto una domanda: papà perché Putin sta facendo soffrire tanta gente...?».

Già, perché?
 

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