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La sfida degli “Olivicoltori eroici dell'Etna” e il patto con la Natura per produrre un olio unico in un territorio unico

Nasce sul vulcano per iniziativa di Enzo Signorelli un movimento di produttori che recupera oliveti abbandonati per tutelare qualità, ambiente e paesaggio

Di Carmen Greco

«Li vede quei mandorli? E quei fichi d’India?  Le radici di queste piante che costituiscono la famosa biodiversità, si “passano” pezzi di dna, ed è scientificamente provato. Sono piante che si “scambiano” informazioni con gli ulivi secolari cresciuti fra  queste pietre. Un olio proveniente  da un terreno del genere è il risultato di un “lavoro” della natura che non potrà essere ricreato in nessun altro luogo. Questa dinamica è stata scoperta prima nelle vigne, dove si è visto che piante diverse “dialogavano” fra loro conferendo al vino delle qualità uniche. Con l’olio è lo stesso, anche per l’olio ci sono dei “cru” (la zona limitata, produttrice esclusiva di un determinato tipo di vino pregiato ndr), ogni nostro olio arriva da piante presenti solo in quell’uliveto». 

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Enzo Signorelli, fotografo catanese “folgorato” dieci anni dall’olivicoltura, ha deciso di stipulare con questo territorio fra Ragalna e Santa Maria di Licodia (vocato per la Dop Monte Etna) un vero e proprio “patto etico” con la natura facendosi promotore del progetto “Olivicoltori eroici dell’Etna”. 

«Per il momento si tratta di un progetto aziendale - anticipa - che vogliamo allargare al pubblico. Lo scopo è acquisire oliveti abbandonati o che i proprietari non intendono più curare, per produrre olio secondo criteri biologici, sostenibili, di tutela del paesaggio. Questo terreno, per esempio - spiega - era semiabbandonato, prima lo abbiamo preso in gestione, poi ce l’hanno venduto e quest’anno ci ha dato il miglior olio della nostra storia». Due ettari per 160 piante secolari, principalmente di Nocellara dell’Etna (e alcuni alberi di varietà Moresca), cresciute fra pietre laviche e mandorli, fichidindia e alberi di albicocche, olivastri e una miriade di erbe spontanee nel territorio di Santa Maria di Licodia. 

Ulivi cresciuti a “casa loro” e come volevano loro, senza interventi (chimici) dell’uomo se non quelli del taglio dell’erba stagionale e la raccolta manuale - quand’è il momento - delle olive. 

 

 

Alberi le cui radici quasi si fondono con la pietra lavica in un silenzioso mutare insieme attraverso i secoli. Produzioni piccole, di altissima qualità e di grande appeal per un mercato (soprattutto estero) altospendente che vede l’olio di Signorelli fare incetta di premi anno dopo anno. Dopo la “chiocciola” di Slow Food, i riconoscimenti di Bibenda (Cinque gocce), l’Orciolo d’oro, sono appena arrivati due golden awards da Tokyo. 

«Ma se un nostro cru vince - argomenta Signorelli - non vince solo  l’olio che abbiamo creato, vince tutto il territorio, vince la cura per le olive, le tecniche di produzione, il paesaggio, e di questo vado molto orgoglioso. Vuol dire che siamo riusciti a trasformare un handicap (la difficoltà di coltivare senza toccare nulla ndr) in una risorsa. Prenda la Sardegna. Ormai sta vivendo di imprenditoria legata al turismo, perché quello che era un handicap, il mancato sviluppo industriale, il territorio impervio, l’isolamento geografico, si sono trasformati oggi in un asset fondamentale per l’Isola perché sono riusciti a mettere a sistema il mare e un ambiente incontaminato, le loro principali ricchezze». 

Pietre, muretti a secco, accessi inesistenti, hanno impedito che si spianasse tutto - ieri perché sarebbe costato troppo, oggi vivaddio per scelta - e si desse il via a coltivazioni intensive di ulivi sull’Etna. 

«Qui sarebbe impensabile, ci sono arrivati dei terreni “intatti”. Il nostro uliveto di famiglia ha 150 anni abbiamo fatto pochissime modifiche. Io qui raccolgo facendo avanti e indietro con il mio fuoristrada, un camion non può entrare, non tocchiamo nemmeno una pietra, né sradichiamo piante spontanee che gli agricoltori di 50 anni fa avrebbero tolto via come “erbacce infestanti”». 

Per la verità anche oggi Signorelli “combatte” per non far sradicare ogni singola pianta di questi luoghi «a volte gli operai mi guardano come un pazzo (ride ndr), ma oggi è proprio la cura del territorio che ci può permettere di entrare in un mercato di altissimo livello e sono sempre di più coloro che comprendono questa filosofia». 

Di qui l’idea del movimento degli “Olivicoltori eroici dell’Etna” in cui l’eroismo sta proprio nel sostenere i costi di lavorazione in terreni inaccessibili ai mezzi pesanti, nel fare tutto “a mano”, nel seguire passo dopo passo la molitura delle olive rispettando ogni singola fase fino all’imbottigliamento. 

«È difficile coltivare così - ammette -. Spesso mi chiamano proprietari che non potendo contare su una continuità generazionale perché magari i figli non hanno intenzione di continuare sulle orme dei padri, pensano solo a liberarsi degli uliveti. Con la spinta notevole verso le energie alternative, qualcuno sta pensando di espiantare gli ulivi per mettere i pannelli fotovoltaici e, spesso, nella scelta fra vigneto e uliveto, l’uliveto soccombe, perché il vigneto viene ritenuto più “prezioso”. Invece, l’uliveto che non produce o è semiabbandonato, è il primo ad essere espiantato. Ma spostare un albero di 100 anni significa azzerarlo completamente, tagliarne tutti i rami, rompere gli apparati radicali scavando sotto le rocce e - se anche si riesca a espiantarlo del tutto - ci vorranno almeno altri 50 anni per restituire la propria grandezza a un ulivo centenario. Ma veramente vogliamo distruggere questo paesaggio?».

Infatti, il progetto di creare una rete fra produttori che seguano gli stessi criteri sostenibili e rispettosi dell’ambiente non significa solo inseguire un obiettivo di qualità eccezionale dell’olio, ma avviare quel processo di crescita globale del territorio.

«Assieme alle certificazioni ufficiali del Mipaaf, del Biologico, dell’Health claim io ne ho una quarta del tutto personale: far toccare con mano ai buyers i nostri alberi, le nostre pietre, la vegetazione. Li porto qui a calpestare il terreno, a sentire i profumi, ad allungare una mano verso i rami carichi di olive. La comunicazione, il racconto del territorio è fondamentale. Come diceva Armando Testa “un grammo di comunicazione vale più di una tonnellata di prodotto”». 

Alle amministrazioni locali gli “Olivicoltori eroici” non chiedono nulla, se non i servizi a partire da quelli basilari della pulizia del territorio (una delle piaghe storiche che allontanano turisti e compratori) e dalla manutenzione delle strade. «I sindaci non hanno risorse e lo sappiamo, ma devono capire che noi, piccoli produttori di olio, con il nostro lavoro contribuiamo alla “reputation” di tutto il territorio. Sì, certo, lavoriamo per le nostre aziende, ma il racconto di quello che facciamo e di come lo facciamo è anche il racconto di tradizioni che appartengono a tutta la comunità, e se cresciamo noi, cresce tutto ciò che c’è intorno».

c.greco@lasicilia.it 

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