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La straordinaria vita di Ronnie O'Sullivan, il Maradona siciliano dello snooker

Vincitore per la settima volta del titolo mondiale al Crucible di Sheffield in Inghilterra, “The Rocket”, così com'è soprannominato, è una sorta di dio conteso dalle Tv e dai tornei in giro per il mondo a suon di centinaia di migliaia di sterline

Di Fabio Russello

Nelle vene del Maradona dello snooker, lo sport più anglosassone che ci sia insieme al cricket, scorre sangue siciliano. Lui è Ronnie O’Sullivan, 46 anni, soprannominato “The Rocket” per via delle velocità di esecuzione dei colpi, e nei giorni scorsi ha vinto per la settima volta il titolo mondiale al Crucible di Sheffield in Inghilterra che, per lo snooker, è come il Santiago Bernabeu di Madrid per il calcio. Una specie di tempio dove lui è ormai un vero dio conteso dalle Tv e dai tornei in giro per il mondo a suon di centinaia di migliaia di sterline. Lo snooker è un gioco di biliardo, con delle misure più grandi di quelli che siamo abituati a vedere in Italia e con delle biglie più piccole di quelle “europee”, quindici rosse e altre 6 di colori diversi. La madre del super campione O’Sullivan è Maria Catalano, siciliana di Santa Elisabetta, paesone nell’entroterra di Agrigento lungo la vecchia Statale 118 per Palermo. Ronnie ha alle spalle una adolescenza difficile, con un padre che nel 1992 finì in carcere per omicidio scontando 17 anni (così come la madre per qualche mese per reati fiscali). 

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Una storia che sembra uscita da film noir francese degli anni Settanta. Ronald O’Sullivan era un imprenditore che ha guadagnato milioni gestendo una serie di sex shop a Soho ed era ben noto tra la malavita londinese. Quando Ronnie aveva solo 16 anni, nel 1992, suo padre fu accusato dell’omicidio di Bruce Bryan, autista del gangster Charlie Kray. La ricostruzione del tempo raccontò che Bryan fu accoltellato a morte all'interno di un club sulla King's Road di Chelsea. O' Sullivan senior, allora 37 anni, era a bere con un amico quando è stato coinvolto in un una rissa che ha portato all'accoltellamento: la sua famiglia ha sempre respinto le accuse, secondo cui Ronald si sarebbe fiondato su Bryan, riempiendolo di insulti razzisti e accoltellandolo a morte. «Era solo nel posto sbagliato al momento sbagliato e di certo non era un omicidio premeditato», cercò di difenderlo –  senza molto successo – il suo legale. L’impero rimase sulle spalle di Maria Catalano, la madre di Ronnie. E quando anche lei fu arrestata per reati fiscali Ronnie si trovò a dover gestire da ragazzo le aziende di famiglia e a badare anche alla sorella più piccola. 

A Santa Elisabetta, Ronnie O’Sullivan, ci ha passato molte estati quando la madre ritornava nel suo paese per le vacanze. Maria Catalano aveva lasciato il Paese da giovanissima per sposare Ronald O’Sullivan insieme al quale, negli anni Settanta, fece fortuna gestendo molti sex shop a Soho a Londra. Oggi la casa che fu dei Catalano che a Santa Elisabetta, come accade ancor oggi in molti paesini, sono conosciuti con la “ngiuria”, il soprannome, dei “Tagliè” non appartiene più alla famiglia. Si trova nei pressi della Chiesa del Crocifisso ed è stata venduta, da quando Ronnie è cresciuto facendo carriera, già da adolescente, nello snooker e da quando la signora Maria, anche per via dei problemi giudiziari del marito, ha smesso di tornare per le vacanze. C’è ancora qualcuno che se lo ricorda Ronnie, bambino un po’ scapestrato che non sapeva parlare una parola di italiano ma al massimo biascicare qualche parola in dialetto molto stretto e che era solito troncare le dispute tra ragazzini con un “fuck you” che affascinava non poco gli altri bambini abituati a ben altre imprecazioni. Chi se lo ricorda, sia nella fase dell’adolescenza ma anche in quella del successo è Manuele Di Vincenzo, sabettese emigrato in Inghilterra. «E’ passato tanto tempo da quando da bambini si giocava per le strade di Santa Elisabetta – ha raccontato Manuele -. Però ho un ricordo nitido di quella volta che il pallone finì fuori dal campo e fu raccolto da un bambino più piccolo di noi che, anziché restituircelo, scappò col pallone gridandoci “fuck you” e mostrandoci il dito medio». 

 

 

Ronnie O’Sullivan, la cui vita ha molto risentito dalle vicissitudini familiari – lui stesso ha ammesso di avere avuto problemi di alcol e droga e di avere sofferto di depressione –, è stato però un campione anche al di fuori del tavolo da biliardo. Ha sconfitto i demoni che rischiavano di rovinare la sua vita e ha messo la sua energia sul tavolo da snooker, dove non ha rivali. Nei giorni scorsi ha vinto il suo settimo titolo dopo quelli del 2001, del 2004, del 2008, 2012, 2013 e 2020. E’ numero uno del ranking mondiale e in carriera, di soli premi, ha guadagnato oltre 12 milioni di sterline che significa bene o male, oltre quattordici milioni di euro (a cui vanno aggiunti i soldi delle sponsorizzazioni). Per meglio comprendere qual è lo spessore del personaggio basta ricordare che per due volte la Bbc lo ha eletto sportivo inglese dell’anno. Né Alexander-Arnold, stella del Liverpool, né Grealish, stella del City, ma O’Sullivan. Stavolta oltre ai figli, i primi ad abbracciarlo dopo il colpo decisivo nell’ultima finale contro Judd Trump, Ronnie ha avuto al suo fianco il padre, che si è perso i suoi precedenti sei titoli mondiali perché in prigione. «Mio padre si è divertito molto, i ragazzi anche – detto O’Sullivan a Eurosport subito dopo il trionfo -. Non pensavo che avrei potuto fare un'altra finale mondiale, quindi ho detto a papà “Vieni a vedere com’è, magari ti diverti”, poi mi hanno detto che durante la sessione serale stava svenendo per la tensione».

«Da emigrato di Santa Elisabetta in Inghilterra – ha raccontato invece Manuele Di Vincenzo – una volta venni a sapere che stava facendo un torneo a Bristol ad una ventina di chilometri da Bath, la città dove abito e ho deciso di provare a incontrarlo. Ma lui è ormai una celebrità. Avvicinarlo è difficile. Comunque riuscii a dirgli che ero del paese di sua madre, lui ha accennato un sorriso, ma poi è stato portato via dai suoi manager». E’ la vita della celebrità che si è preso la rivincita su una vita che rischiava di andare perduta per i problemi familiari. O’Sullivan ha iniziato a giocare a 10 anni, a 15 anni ha segnato la prima serie perfetta da 147 punti, a 16 anni è diventato professionista e un anno dopo è diventato il più giovane giocatore di sempre a vincere un torneo valido per la classifica mondiale, gli UK Championships, battendo in finale un’altra leggenda dello snooker, Stephen Hendry, che detiene con Ronnie il record di sette vittorie al Mondiale. 

 

 

«Ho trascorso tutta la mia adolescenza chiuso in una stanza buia per ore, ecco perché sono fottutamente timido!» ha detto Ronnie O’Sullivan al sito GQ. «Chi gioca a pallone lo fa all’aria aperta e può permettersi una risata con i compagni di squadra. Chi gioca a snooker è, invece, come un corridore keniota che corre senza guardarsi indietro fino a quando non ha raggiunto la sua meta. Questo è uno sport solitario, non di forza fisica ma mentale. Se perdi, perdi con te stesso». Ma lui ha imparato a vincere sul biliardo e fuori dal biliardo.

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