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La vita poliedrica di Paolo Nicolosi dall'arte allo sport, nel segno della nobiltà

Nipote del barone Agostino Pennisi, l'artista, che si è occupato anche di molto altro, vive nella splendida dimora da sempre residenza della storica famiglia di Acireale

Di Rita Caramma

Il palazzo in cui risiede nel cuore della città, è uno dei più belli del territorio, simbolo di una nobiltà di lignaggio e d’animo. Paolo Nicolosi, classe 1945, ci accoglie nella sua splendida dimora che da secoli ospita la famiglia dei Nicolosi e la loro storia che a quella di Acireale è strettamente legata. Un’aria d’altri tempi si respira in quelle stanze dove passato e presente si accostano e dove l’artista acese ha anche il suo atelier, in cui troviamo tanti bei quadri dipinti dallo stesso che adornano le pareti, documenti antichi di famiglia, trofei sportivi e foto che ritraggono, tra l’altro, il padre Carmelo ancora liceale insieme a due suoi compagni di scuola.

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Primo di sette figli, la madre era Gabriella Pennisi, figlia del barone Agostino, Paolo trascorre un’infanzia serena, ricca di stimoli culturali, circondato dagli affetti famigliari e da tanti cugini: «Crescere in una famiglia numerosa significa conoscere il senso della condivisione e della tolleranza. Abbiamo ricevuto un’educazione rigida, ma siamo stati felici». Nel raccontarsi, superando il suo naturale riserbo, tanti momenti riaffiorano alla memoria: «D’estate villeggiavamo a Pozzillo, nella casa di nonno Agostino. Ricordo che quando avevo 11 anni, i  miei zii Francesco e Pio detto Paul, organizzarono una “Mostra marina” a cui parteciparono zii e cugini, ognuno con una propria creazione. Io disegnai un fondo marino e con l’aiuto di una pompa di bicicletta soffiai il colore liquido sul foglio. Fu allora che cominciai a capire quanto fosse importante nel disegno inventare e non copiare».

 

 

Il valore della sperimentazione caratterizza ancora oggi, la produzione artistica di Nicolosi che, conseguita la maturità classica, si iscrive nella facoltà di Architettura a Roma, dove ospitato dallo zio Francesco Pennisi, musicista e pittore, respira l’aria della capitale, ricca di fermenti culturali. Lì incontra, tra gli altri, Aldo Clementi, Gastone Novelli e Achille Perilli, lì approfondisce la conoscenza delle tecniche del disegno con Nello Aprile e Gaspare Del Fiore, rinunciando alla rappresentazione del vero per iniziare un corso di sperimentazione che lo porterà all’esperienza della poesia visiva. Intanto, la conoscenza di Bruno Munari lo spinge sempre più verso l’uso di materiali semplici e poveri, come la carta velina. Nel 1972, torna definitivamente in Sicilia: «In quel periodo, lontano dalle avanguardie romane, ho riscoperto la luce del paesaggio, pur lavorando a una serie di acquarelli in cui la parola e la pittura interagiscono nell’illustrazione dei testi di Antonio Pizzuto».

Alla morte del padre, nel 1977, si occupa insieme al fratello Agostino dell’azienda agricola di famiglia. Successivamente, lo si vedrà impegnato in diverse attività imprenditoriali che spaziano dall’arredamento per interni a sistemi di irrigazione,  fino a giungere negli anni Ottanta alla fondazione a Scillichenti, insieme ad altri soci, della Cassa Rurale ed Artigiana dello Jonio. Intanto, continua la sua attività artistica e nel 1983 con una personale, curata dal giornalista Giuseppe Quatriglio espone al Centro di Arte “Il Paladino” di Palermo. In quest’occasione conosce Leonardo Sciascia: «Ogni pomeriggio, almeno fino a quando sono rimasto lì, passava alla stessa ora prima di recarsi nel vicino studio di Elvira Sellerio: dava un’occhiata alla mostra e si discuteva un po’».

E’ l’anno in cui sposa Maria Antonietta Pennisi: «Un legame importante e bello che gli anni non hanno cambiato» e dalla quale avrà le tre figlie: Gabriella, Ada e Carla. All’amore per la famiglia e la pittura Paolo Nicolosi affianca, fin da piccolo, la passione per lo sport: «Mia madre ci insegnò a nuotare in tenera età... Era un’amante del mare e fino ad autunno inoltrato, se il tempo lo permetteva, ci accompagnava a fare il bagno tutti insieme. E’ uno sport che amo, come mi è sempre piaciuto giocare a tennis, guidare le moto e, soprattutto, i kart. Ho partecipato a diverse gare e fu durante una di queste, nel 1980, che riportai un grave incidente nella pista di Parma. Rischiai una gamba e, così, dovetti smettere di correre». Non abbandona però lo sport divenendo direttore di gara e ricoprendo ruoli prestigiosi in associazioni sportive di tutto rispetto. E oggi, nonno di Maria Vittoria, autore di un’esistenza ricca di affetti ed esperienze, a chi gli chiede i progetti futuri risponde sorridendo: «Non so ancora cosa farò da grande».

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