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Lello Analfino, il guascone e irriverente che ha fatto della "tinturia" un'arte

Il racconto dell'artista siciliano che ha sdoganato Nicuzza Duci leader della band siciliana più conosciuta nel Paese

Di Fabio Russello

«Chi ha fari cu sta musica?». A volte le mamme vedono quello che nessun altro vede, ma può anche capitare, per il troppo amore, che non vedano quello che è anche davanti i loro occhi. 
Giugia, vezzeggiativo di Gerlanda, è la madre di Lello Analfino, oggi 48 anni, che, “cu sta musica”, di cose ne ha fatte. Guascone, irriverente, spiritoso ha trovato la sua dimensione con i Tinturia, la band musicale siciliana forse più conosciuta nel Paese, capace di inventare letteralmente un genere musicale nuovo. Loro lo chiamano sbrong, un mix tra pop, rock, folk, ska, rap e reggae. Il che è, a prima vista, come mettere il formaggio sulle vongole. Solo che il risultato è invece una pietanza che farebbe impallidire pure Cracco. La storia di Lello Analfino è un susseguirsi di anedotti. Tu gli chiedi: «Ma dove hai imparato a suonare?». E lui ride: «Compà, io sono autodidatta» e parte un racconto tutto da leggere. 

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«Tutto è nato – parte il racconto di Lello - dalla esigenza di mia madre di farmi muovere le dita della mano perché ho un piccolo difetto sin dalla nascita e così mio padre mi comprò la classica pianola. Era una Rodeo 61, che oggi è tornata di moda...».
«In effetti ero pigrissimo – racconta ancora Lello – avevo sto braccio così, ma mi piaceva fare bordello e la mia grande passione, unica e grande, era ed è la musica. Cominciai a suonare il pianoforte e il mio maestro fu Franco Finestrella (l’autore di Nicuzza Duci, ndr) che a un certo punto disse a mia madre: “Non è cosa di studiare musica, lei perde tempo”. E aveva ragione perché io la musica non volevo studiarla ma la volevo fare». Poi ironia della sorte l’interpretazione di Lello Analfino su Canale 5 ha fatto sì che Nicuzza Duci venisse sdoganata, uscendo dai circuiti esclusivamente folk, diventando un brano romantico diffusissimo (cantata pure da Shakira, per dire). Sarà che la musica non l’ha studiata però ne capisce: «Da quattro anni ho uno studio per produrre musica, sì faccio anche il produttore. Ma non artistico attenti, perché quello lo può fare solo chi sa suonare, faccio il produttore discografico». La Casa si chiama “MCN dischi” e c’è anche la editrice “MCN Edizioni”. Ora tutti i siciliani, o quasi, sanno che MCN è l’acronimo di una frase che suona più o meno come “Non voglio avere rotte le scatole”. E il bello è che il nome della casa discografica si chiama così esattamente per quella frase che invita, diciamo così, a non disturbare. 

«Quando ero ragazzino – racconta Lello -, vidi mio padre, che faceva l’imprenditore, mentre costruiva un cancello, scrivere con un chiodo queste lettere sul cemento ancora fresco. Io gli chiesi: “Papà che significa?”. Lui mi svelò l’arcano e capii subito».
Ma come comincia l’epopea dei Tinturia e di Lello Analfino? «Ho incontrato i Tinturia tra il ‘94 e il ‘95 quando andai a fare una serata a Raffadali contro la guerra del Golfo, e mi trovai su un palco che altro non era che il rimorchio di un camion. Loro mi hanno visto usare le tastiere ma va detto che sul palco ho sempre puntato sulla simpatia e sul mio modo di comunicare, la gestualità, il mio essere tuttu tortu. Lo usavo anche per abbordare le ragazze, non potendo puntare sulla bellezza...». 

E poi? «Dopo un po’ mi cercarono e allora cominciammo a fare blues. Io avevo delle canzoni che avevo scritto e Flavio Nocera, avido lettore di riviste musicali, cominciò a scrivere per partecipare ai vari festival che si facevano in giro per l’Italia. La svolta arrivò a Benevento quando Gegè Telesforo ci vide e ci offrì il primo contratto. Lì capii che potevo fare il mestiere di musicista. Pubblicammo “Abusivi di necessità”». E’ l’album con il brano “Giovannotto” che si sente spesso nelle serate della movida in Sicilia e non solo. Ed è a questo punto che papà Nenè capisce che il suo sogno di vederlo impiegato in qualche ufficio svanisce. Lo scopre in Puglia, quando Nenè e mamma Giugia sono in vacanza e alla reception dell’albergo danno il nome e cognome: “Ah, ma è parente di Lello?”. 
«E lì anche mio padre – dice Lello sorridendo – capì che la musica non era un hobby. Ma comunque nel 2004 mi sono laureato eh. Mio padre mi disse: “se ci riesci ti regalo la macchina”. E ci sono riuscito. Mia madre con gli altri si è sempre vantata di me, veniva pure ai concerti». Come quelli del Primo Maggio a Roma quando, nel 2015, si presentò sul palco con la maglia dell’Akragas. Da qualche anno c’è anche un rapporto molto stretto tra Lello Analfino e il duo comico Ficarra e Picone. «Ci siamo incontrati ad una puntata zero di un programma che poi non andò mai in onda, da lì siamo diventati molto amici. Io sono onorato della loro stima e del fatto di avere composto la colonna sonora del loro primo film e (la famosa, ndr) Cocciu d’amuri». 

E da Ficarra e Picone parte la riflessione sul rapporto con la Sicilia e con Agrigento. «Salvatore e Valentino sono rimasti sempre uguali, sempre gentili e mai fuori dalle righe. Sono genitori straordinari e hanno deciso di rimanere a Palermo. Non a Montecarlo, ma a Palermo. Io abito a Palermo, vicino l’aeroporto, la mia famiglia d’origine (ci sono anche gli altri due fratelli Peppe e Carmelo, ndr) vive ad Agrigento. Con la mia città ho un rapporto meraviglioso di odio e amore. Odio Agrigento per quello che non riesce a dare, ma per colpa della mentalità degli agrigentini, me compreso. Siamo mezzi cristiani e mezzi musulmani e con la radice greca. Dentro di noi ci sono tutte le contraddizioni del mondo e tutte le eccellenze del mondo, qui nascono idee straordinarie che magari restano qui...».

Guascone, ironico, irriverente ma sempre con i piedi per terra. Se gli chiedi che ha fatto con i primi soldi guadagnati grazie alla sua arte la risposta è da ragazzo con la testa a posto: «Spendo per i viaggi perché la cosa bella è potere stare fuori tutto il tempo che voglio e poi comprare gli strumenti musicali e le attrezzature per potere fare musica ed evolvermi, partire da un punto per arrivare a un altro. La mia prima moto l’ho avuta a 40 anni. Mio padre non me l’avrebbe mai comprata. Mi diceva “te la compro se sei promosso”. Poi mi convinceva a rinunciare alla moto per gli strumenti musicali. Ha ancora quelle carte firmate da me “rinuncio alla moto se…” e mi fregava così».

Ma chi è Lello fuori dal palco? «Oggi l’Italia sta attraversando una deriva politica del tutti contro tutti e si sta perdendo di vista l’obiettivo comune. Si chiacchiera sul ddl Zan che dovrebbe essere normale per un Paese civile. C’è chi muore di fame, c’è Messina Denaro ancora libero e si parla di altro. E vedo gente che ha fame dire no al ddl Zan anziché darsi da fare portare il pane a casa. Io penso che se lavori e guadagni puoi fare quello che vuoi, pagando le tasse. Ah e basta con la Chiesa che si intromette nelle cose dello Stato. La Chiesa mi deve raccontare di un Dio che ama il prossimo e non mettere bocca nelle questioni politiche, siamo un paese laico». E il green pass e le vaccinazioni: «Non suoniamo da mesi e sarà difficile tornare a suonare se la gente non si vaccina. E’ un discorso di civiltà e di umanità. Io mi sono vaccinato per le persone più anziane e anche per me per tornare a lavorare».

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