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Sicilians

Rita Abela stavolta è “Lady Mafia” fra teatro e fiction

L'attrice siracusana ne il Cacciatore 3 interpreta Giusy Vitale: «È indubbio che la sua condotta criminale sia da condannare, io da attrice l’ho studiata nella sua totalità e senza pregiudizi» 

Di Giusy Sciacca

Versatile, profonda e sempre dritta all’essenza dei personaggi che abita: Rita Abela si conferma un nome del panorama attoriale italiano. Da “Il mio corpo vi seppellirà” (2021, regia La Parola), due candidature ai Nastri d’Argento e miglior film all’Ortigia Film Festival, a “Big” (2020 regia Pini) appena premiato come miglior corto al Festival del Cinema di Roma e da Rai Cinema, alla terza stagione de “Il Cacciatore” in onda il mercoledì in prima serata Rai, sono solo alcuni dei traguardi più recenti. E molto altro ancora è in cantiere. 

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Ne “Il Cacciatore 3” lei è Giusy Vitale, la “Lady Mafia”, che nella sua interpretazione è tutto fuorché uno stereotipo. 
«L’approccio a Giusy Vitale è stato sfidante, perché il personaggio è molto complesso. È la prima donna a capo di un mandamento mafioso, a suo modo una pioniera. La sceneggiatura, scritta egregiamente, mi ha agevolata a concentrarmi su di lei come donna evitando i cliché. Il personaggio ha una tridimensionalità avvincente. È indubbio che la sua condotta criminale sia da condannare, io da attrice l’ho studiata nella sua totalità e senza pregiudizi». 

A proposito di sicilianità: è un valore aggiunto? Come gestisce la sua sicilianità nei ruoli?
«Si tratta di un concetto molto ampio. È un valore aggiunto, certo. Lo è soprattutto per chi fa un mestiere di tipo artistico per il semplice fatto di essere a contatto tutti i giorni con il concetto di bellezza, quella che ti riporta a contatto con l’umano. Uscire di casa e vedere il mare, un tempio greco, un castello normanno, una porta spagnola forma lo spirito, allena all’osservazione della realtà. Mi sento fortunata per questo. La mia sicilianità mi accompagna anche quando non interpreto ruoli siciliani: Matilde di Big, per esempio, non lo è, ma è un’isola lei stessa». 

Come si avvicina a un personaggio prima di interpretarlo?
«Sono molto cerebrale. Mi documento sul contesto storico-culturale, che l’ha riguardato o di chi ha scritto il testo. Studio, corpo, voce e vissuto: per me significa mettermi a servizio del ruolo».

Da dove è partita? 
«È iniziato tutto a Siracusa, dal Teatro greco e da lì in poi ho lavorato con grandi registi avviandomi al professionismo. Grazie a mia madre, insegnante di latino e greco, ho amato fin da piccola le tragedie greche a tal punto da presentarmi ai provini per le rappresentazioni. Ho fatto molta formazione sul campo, ma lo studio è fondamentale. Ho appreso dall’esperienza di alcuni giganti del teatro e del cinema coniugando la pratica con lo studio e i laboratori. Sempre. Credo non si finisca mai di imparare, di perfezionarsi e confrontarsi con gli altri su larga scala». 

Chi sono i maestri a cui si è ispirata? 
«Ho lavorato per anni con Leo Gulotta, lui mi ha insegnato moltissimo. Ha fatto tutto: dal varietà al cinema, dal teatro alla pubblicità essendo comico e drammatico. Elisabetta Pozzi o Micaela Esdra, con la quale sto lavorando adesso. E ancora, gli artisti del Teatro greco. Ho cercato di rubare il mestiere nel senso positivo del termine. Non è copiare, è attingere gli strumenti del mestiere». 

Macchina da presa o teatro?
«Domanda difficile. Sono due linguaggi diversi della stessa materia. Il teatro per me è casa, ma il lavoro “in sottrazione” davanti alla macchina da presa è molto affascinante. Devi condensare gli stati d’animo in uno sguardo. La recitazione è asciutta, ma il bello è questo: raccogliere tutto il flusso dei pensieri dietro una battuta e tradurli in un’espressione del volto. Dalla platea al salotto di casa delle persone, anche gli effetti sono diversi. Il teatro ti insegna la disciplina e la capacità di replica per etica professionale durante tutta la tournée. Il cinema o la tv ti allenano alle attese e alla concentrazione, perché magari al campo base ti presenti presto per poi girare molte ore dopo». 

Altri progetti in corso? 
«Quest’estate abbiamo girato un film su Dante Alighieri. L’emozione di sentirsi dire “buona la prima!” da Pupi Avati è impagabile. E poi uno spettacolo teatrale, “L’eccezione alla regola” di Brecht che andrà in scena dal 25 novembre a Roma. Interpreterò l’eccezione di una “società disumanata”».

Un momento di grandi successi dopo due anni difficili per tutti. Che valore hanno oggi?
«Queste soddisfazioni hanno un peso molto maggiore. Il nostro Paese ha rivelato un suo grande limite non ritenendo l’arte essenziale e rimanendo sordo dinanzi al grido del comparto artistico. Non si è compreso che privare la società della carezza dell’arte è privarla di una cura. Perché questo è l’arte: una cura». 

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