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Sicilia secondo me, la scrittrice Silvana Grasso: «Nascere qui un privilegio ma non può bastarci più»

«Dopo mezzo secolo di scippi bisogna ricostruire e a questa vera e propria palingenesi siamo chiamati tutti» 

Di Domenico Russello

Il rosso è il suo colore. Quello della lava del Vulcano, padre spirituale e “Maestro”, quello dei suoi inconfondibili capelli, di una scrittura scossa da passioni intense. Silvana Grasso e la Sicilia, un mosaico le cui tessere incarnano la creatività e il mito. Una donna che ha dedicato la vita alla letteratura, strizza l’occhio ai social e continua a coltivare le sue radici profondissime, memorie che rivivono grazie a sapori, colori, umori della sua terra. Perché «essere nati in Sicilia significa essere stati concepiti nella mitologia più che nella biologia». Da Giarre, dove è tornata a vivere da qualche anno, la scrittrice siciliana osserva il mondo custodendo il filo - rosso, ovviamente - che la tiene stretta al passato, al presente, al futuro.

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Silvana Grasso, che cos’è la Sicilia per lei?

«È molto più che una geografia, è un gene dominante, che non ammette mutazioni né contraffazioni. Nascere in Sicilia, in quanto pura alea, nessuno sceglie dove nascere, è un privilegio: asprezza e bellezza duellano, convivono, in una Natura selvaggia, indomita, eroica, poetica che è, essa stessa, Arte e artefice: tramonti che non tramontano, dove il sole dissangua e affoga in un abisso di luce come in una tela di Caravaggio. Il caldo vento della Piana che zùfola al tramonto come un menestrello innamorato, lo scirocco che, fino a notte fonda, sulla vecchia basola pietra lascia le sue stimmate roventi. Ma basta questo? No, non basta affatto ad occultare mezzo secolo di “scippi” ai diritti dei siciliani che, oggi, vagheggiano, in termini di strutture e infrastrutture, persino i Paesi del corno d’Africa!».

 

Contro questi “scippi” è ancora possibile fare qualcosa?

«La mia non è opinione ma asserzione, non è ipotesi ma tesi, negli ultimi cinquant’anni l’imperativo politico comune è stato: Sicilia delenda est, Sicilia da distruggere. Oggi l’imperativo non può che essere Sicilia (re)construhenda est, Sicilia da ricostruire, riabilitare dallo svilimento frazionamento sventramento, ignobilmente impunemente e costantemente perpetrati. A questa palingenesi siamo chiamati tutti, senza esclusione: la Sicilia è un Bene comune, non partitico né individuale».

 

Ci racconti un ricordo della sua infanzia.

«In un tramonto di giugno, colore di nespola, in fretta e furia venni al mondo, scontentando tutti. Ero femmina, seconda figlia femmina, in un microcosmo di sei femmine, nonna mamma zie sorellina, contro l’unico maschio di casa, mio padre Giuannìnu che, soldatino in Russia durante la seconda guerra mondiale, gambe congelate a rischio amputazione, 5 anni di prigionia, temette quel giorno assai più l’esercito di casa sua che quello russo tra le nevi della steppa. Per due giorni sparì dalla circolazione, chiuso a chiave in uno stanzino dove simulò un terribile mal di testa. Un aneddoto, forse, ma più una metafora perfetta di quella teatralità siciliana che avrei scoperto, crescendo, oltre il piccolo buffo palcoscenico di casa mia, a Macchia di Giarre».

 

La sua vita è stata caratterizzata da una scelta: non andar via dalla Sicilia. Perché?

«Non parto mai se non ho in tasca il biglietto di ritorno, ogni mia partenza, dettata da motivi professionali, è sempre ad tempus. Dissi no, lo dissi pure bruscamente, persino a un’eccellente proposta professionale, riguardava la mia attività di filologo classico grecista, da parte del mio, già editore, Giulio Einaudi. A nessuno, neanche per nobilissimi motivi, ho mai permesso di scipparmi della mia Sicilia che non baratto con niente: è per sempre la Sicilia, come il ciclo delle stagioni, la luna piena, Colapesce, a muntagna, a ficudìnia. La Sicilia è immanente, come un dio come una fede, tutto il resto è deteriorabile trascurabile veniale imminente».

 

Sicilia da sempre sedotta e abbandonata da politici e politicanti: che idea s'è fatta di questa realtà?

«La Sicilia è un’eruzione perenne di talenti, d’uomo e di Natura, miniera potenziale di un’economia straordinaria che, invece, langue moribonda. Spettacoli horror-fantasy ogni giorno sconcertano, in par condicio, tutti, nativi e turisti: munnizza piramidale esibita come installazione alla Biennale di Venezia, quasi fosse l’opera monumentale El abrazo dello scultore argentino Alejandro Marmo, munnizza in tour, munnizza quattro stagioni, munnizza in (s)concerto. Quanto poi a strade e autostrade, si può solo sperare nella Madonna delle Grazie, che non ceda un pilone, che non ci cada addosso un albero in autostrada, che si riesca a percorrere in 5/6 ore meno di cento chilometri a corsia unica, prigionieri in auto e disidratati, perché in Sicilia strade, autostrade, tangenziali, circonvallazioni si ripìzzano, da cani e provvisoriamente, solo d’estate, preferibilmente con 45/50°. Qui mi fermo, per oggi la mia gastrite non tollera ulteriori provocazioni da scempio se non da malaffare».

 

Ne ha viste e sentite tante nel corso della sua carriera: nella politica e nei politici ci crede ancora?

«Lo stato di salute di una Regione riflette esattamente lo stato di salute della sua Politica che, quando funziona, dove funziona, è la spina dorsale di un popolo, i suoi polmoni, il suo sistema cardiovascolare, viceversa è solo una jattura, una corda al collo, la responsabile impunita di nuove emigrazioni di massa, come in atto nella nostra isola, dove lo spopolamento, monitorato anche da università di pregio, ha raggiunto cifre drammatiche. Scappano i giovani in Paesi esteri, paradigma di una Politica eccellente, che assicura loro il futuro negato in patria. Ma scappano anche i meno giovani, pensionati vessati da tasse come la Tari che, legittime e necessarie quando assicurino decoro urbano e umano, diventano intollerabili, vessatorie forcaiole, quando siano inadempienti. E quel che a Milano non è affatto un problema, lo smaltimento dei rifiuti, è una secolare via crucis in Sicilia, e tale resterà fino a quando non si accendano i riflettori della Procura della Repubblica, la nostra a Catania è Procura eccellente ed ha a cuore i diritti dei cittadini».

 

Quando un politico è eccellente?

«Quando non millanta, non strumentalizza, non manipola, non trafichìa a suo vantaggio, quando, come lei, fa il suo dovere, e lo fa con coscienza, serietà, normalità, quando pensa ai siciliani come a suoi fratelli da tutelare, quando considera la Sicilia - il suo arcano, il suo mito, la sua magia - il più grande patrimonio, non la sua indennità o il suo ruolo, per quanto prestigioso».     

 

Da assessore tecnico al comune di Catania ha fatto una battaglia di legalità proprio denunciando e coinvolgendo un’intera città.

«Non feci nulla di straordinario se non che straordinario sembrò a certa politica, non usa a denunciare, il fatto che io avessi osato denunciato fatti illeciti (un’emorragia sostanziosa di beni archeologici, idrie, arìballoi, pithoi, stamnoi, e quadri dal Castello Ursino), ad altri, chissà perché, “sfuggiti”. Tutto si vede quando lo si vuole. Vidi, volli, denunciai, salvando così da altre razzie il patrimonio archeologico sopravvissuto. Tutta la città di Catania fu con me in quella crociata, adottò la mia onestà, la mia passione, il mio coraggio».

 

Che futuro “vede” per la Sicilia?

«Il futuro lo costruisce il presente che al momento, in Sicilia, non gode affatto buona salute. Se, del presente, non si farà accurata diagnosi e cura, esattamente come in medicina per un organismo malato, lo perdiamo il futuro, ma soprattutto lo perdono quei preziosi figli di Sicilia, patrimonio inestimabile per noi tutti, che altrove metteranno a frutto, in ogni campo, dalla scienza all’economia, un talento umano e professionale immenso, rendendo sempre più orfana la nostra Terra».   

È l’Etna il suo luogo del cuore?

«Il mio Vulcano, a muntagna, compagno di tutta la mia vita, il padre, il Maestro da cui ho imparato il vigore della parola ma, soprattutto, la maestosità del silenzio, la sacralità del silenzio, il mistero del silenzio. Bambina piccola, persa tra le sue brume e le langhe del cielo, come un cucciolo ferito, rintanavo nel suo caldo abbraccio, che sciaurìava di mosto, di vendemmia, mentre da lontano mia madre sempre più dubitava della mia sanità mentale. Tra erinni di fuoco e albe che svenavano nella marina di Risposto, ci siamo da subito capiti, io e lui, senza domande né risposte né giudizi. Non ci siamo mai capite, io e lei. Ma questa è un’altra storia». 

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