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Un gin "autoctono" sull'Etna: la scommessa vinta da Alessandro, Diego e Stefano

Due di loro, già sommelier, hanno convito il terzo a sposare il loro progetto 

Di Carmen Greco

Lavorare altrove, respirare altre atmosfere, acquisire nuove mentalità, in una parola “aprire la testa” prima di scegliere consapevolmente di tornare in Sicilia con un’idea in tasca e un progetto da realizzare. È questo - più o meno - il percorso avviato da Alessandro Malfitana, Diego Pollicina e Stefano Lo Giudice, nemmeno cent’anni in tre, amici prima e soci poi nell’avventura che li ha portati ad essere i primi produttori di gin “autoctono” sull’Etna. Una scommessa partita nel 2015 diventata realtà tre anni dopo con l’avvio della produzione di un gin non a caso chiamato Volcano, figlio di mamma Etna e dell’ ideafissa di distillare il “territorio” in un bicchiere. 

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«Io e Stefano venivamo già dal mondo del vino, siamo entrambi sommelier - racconta Alessandro Malfitana, 34 anni, direttore della comunicazione e Sviluppo progetti - Diego faceva proprio un altro lavoro e siamo stati noi a coinvolgerlo per le sue capacità di direttore commerciale. Io sono sommelier, e sono andato a lavorare a Londra per sette anni. All’inizio facevo il cameriere con l’obiettivo di imparare l’inglese. Poi assieme Stefano (anche lui sommelier, responsabile mercati esteri) ci siamo ritrovati in Gran Bretagna e una volta rientrati in Sicilia ci siamo seduti attorno ad un tavolo con l’idea di fare qualcosa dalle nostre parti (l’Etna nord ndr). L’idea del gin è nata da un mio cruccio, quella di non vedere a Londra un prodotto che rappresentasse la Sicilia e l’Etna a fronte del grande successo ormai consolidato dei nostri vini e della moda imperante del gin che in tutto il mondo ha praticameante soppiantato la vodka». 

Così, una volta rientrati - nel 2012 - dopo un’escursione a Piano Provenzana, si sono messi in testa di fare un gin tutto etneo, ma che rispecchiasse fino in fondo l’identità della Montagna, così come fa il vino. «Abbiamo pensato - racconta ancora Malfitana - di realizzare un gin come un blend di diversi elementi, così com’è spesso il vino, frutto di uvaggi e di un mix di vitigni».
Su una base distillata di bacche di ginepro dell’Etna (il frutto “principe” per fare il gin) raccolto manualmente sul versante Nord nel periodo fra settembre e novembre sono state così “inserite” altre materie prime stagionali tutte “prodotte” da madre natura per arrivare attraverso un complesso procedimento di macerazione a freddo alla ricetta - ovviamente segreta - del primo gin a “trazione” etnea. «Ci sono volute ben 67 prove ufficiali prima di arrivare alla definizione della ricetta - ricorda Malfitana - a volte restavamo a dormire vicino alla distilleria un po’ perché eravamo sfiniti, un po’ perché sapevamo che l’indomani dovevamo rimetterci a lavorare, ma è stata una sfida che avevamo voglia di affrontare». Una volta trovato l’equilibrio del contenuto - gli altri ingredienti sono la ginestra, il finocchietto selvatico, l’arancia amara, le nocciole di Cerra - la “ricerca” si è spostata sul “contenente”. E lì altri due anni sono stati impiegati per trovare la quadratura del cerchio. «Volevamo che anche le bottiglie rimandassero immediatamente all’Etna e abbiamo studiato un tappo fatto con un impasto di sabbia lavica, ma non quella che è piovuta in questi mesi sulle nostre teste. Si tratta dei residui della lavorazione derivati dal taglio ad acqua della roccia vulcanica. I nostri tappi sono composti  per il 95% di questa roccia vulcanica frantumata, messa assieme manualmente da un artigiano di Piedimonte etneo con l’utilizzo di un 5% di resina. Per noi pensare che ogni bottiglia porti con sé qualcosa che è davvero fuoruscito dal cratere dell’Etna ha un significato importantissimo, aggiunge a quello che facciamo un valore in più».

 

 

Quel gin Etna dry con gli odori delle “erbe” dell’Etna aveva già preso piede sui mercati interni ed internazionali quando è arrivata la pandemia a “rimescolare” le carte. «Tutto si è fermato, ma oggi possiamo dire che il lockdown ci ha spinto ad inventare qualcosa di nuovo e, infatti, abbiamo creato una nuova aromatizzazione». In sostanza, ai 5 elementi chiave - ginepro, ginestra, finocchietto, nocciola, arancia amara - ne hanno aggiunto un sesto, il Nerello Mascalese, sotto forma di feccia nobile «con una tecnica - spiega Malfitana - che in Francia chiamano “sur lies”» ed è venuto fuori, anche con l’aggiunta di una parte di vino - un gin rosè. «Se non ci fosse stata la pandemia non l’avremmo fatto - ammette - ma questo ci ha dato la misura delle infinite possibilità  che questa terra offre. Anche in questo caso abbiamo studiato un tappo realizzato sempre con pietra lavica e resina, ma di colore bianco atraverso un processo che porta la pietra pomice a 3000° di temperatura». Oggi il mercato dei distillati è tornato a muoversi e le bottiglie di Volcano hanno ripreso - forti di premi e riconoscimenti internazionali - la via dei cocktail bar di tutto il mondo ma gli obiettivi di Malfitana & Co. sono sempre davanti all’orizzonte. «Produciamo complessivamente 12mila bottiglie e distilliamo a Santa Venerina ed è chiaro che vorremmo avere un domani una distilleria tutta nostra - ammette il ceo di Volcano - il lavoro da fare non manca. Quando sono tornato in italia nel 2012 era un momento di crisi totale, non c’era lavoro, mi davano del pazzo. Siamo stati fortunati perché il movimento globale del vino era in un momento di crescita e l’Etna stava per esplodere. Oggi che continua ad essere forte ed apprezzato, sono ancora più convinto di questa scelta. Non mi sono mai pentito di essere tornato, la tua terra è la tua terra  e come ti ci senti non ha paragone rispetto ad un altro territorio in cui potresti avere magari, maggiori soddisfazioni economiche. Certo, gli ostacoli burocratici sono pesanti, ma per me ogni volta che mi capita di ”comunicare” quello che faccio, di parlare della mia terra è una cosa che mi dà i brividi. Ai ragazzi di oggi cosa consiglierei? Di andare fuori a fare esperienza, di osservare da altri punti di vista, di capire quello che succede nel mondo, per poi tornare e provare ad adattare quello che si è imparato qui. Il territorio etneo è unico e sono convinto che questa meravigliosa terra negli anni a venire offrirà, se saremo capaci di preservarla, nuove opportunità».
c.greco@lasicilia.it

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